La salute mentale e i suoi diritti negati… ricordati a Cagliari

Gisella Trincas accanto a Pierpaolo Pani che parla al microfono

Il 10 dicembre 2014 si è svolto a Cagliari l’incontro “I diritti negati, salute mentale, carceri e ospedali psichiatrici giudiziari”: in questo primo articolo riporteremo quanto detto riguardo alla cura della salute mentale, con particolare attenzione per la Sardegna.

logo del Mese dei diritti umanidi Marcella Onnis

Mercoledì 10 dicembre 2014, presso la Mediateca del Mediterraneo (MEM) di Cagliari si è svolto un incontro pubblico dal titolo “I diritti negati, salute mentale, carceri e ospedali psichiatrici giudiziari”, organizzato dall’Associazione sarda per l’attuazione della riforma psichiatrica (Asarp), dalla Fondazione Franca e Franco Basaglia, dal Comitato sardo Stop OPG, dalla cooperativa sociale di tipo B “Il Giardino di Clara”, dalla Conferenza regionale volontariato giustizia della Sardegna e da tutte le altre organizzazioni che hanno aderito alla terza edizione del “Mese dei diritti umani”. Questo è una campagna di sensibilizzazione proposta dal comitato sardo “Stop OPG” per ribadire che tutti hanno “il diritto ad avere diritti” e prevede, appunto, un mese di eventi culminanti nella Giornata mondiale dei diritti umani, che si celebra il 10 dicembre, data in cui, nel 1948, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite proclamò la Dichiarazione universale dei diritti umani.

L’evento di cui parleremo è stato dedicato a Giuseppe Casu, morto nel 2006 durante un ricovero in un ospedale di Cagliari, legato al letto e in circostanze poco chiare per la famiglia e per l’Asarp. Tuttavia, come ha precisato la presidente Gisella Trincas, l’incontro non è stato solo occasione per puntare il dito sulle violazioni dei diritti umani, sui maltrattamenti, ma anche per parlare di «buone pratiche, di ciò che può essere realizzato nel nostro territorio».

Gisella Trincas accanto a Daniele Piccione che parla a un microfonoSERVIZI DI SALUTE MENTALE FRAGILI – Nel suo intervento, Gisella Trincas ha evidenziato diverse criticità dei servizi di salute mentale (di seguito, li chiameremo spesso solo “servizi”, come fatto dai relatori). Criticità che si traducono in mancato rispetto dei diritti delle persone con disturbo mentale e che sono state da lei illustrate anche durante un seminario organizzato in Senato l’11 novembre scorso, al quale ha partecipato in qualità di presidente dell’U.N.A.Sa.M. (Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale). «Negli ultimi quindici anni c’è stato un arretramento spaventoso dei servizi. Abbiamo visto rifiorire quelle pratiche che pensavamo abbandonate» ha esordito riferendosi, in particolare, alla pratica della contenzione. Su sua richiesta, su di essa si è soffermato il costituzionalista Daniele Piccione (nella foto con Gisella Trincas): «La contenzione è fin troppo impiegata, con la motivazione che garantisce la sicurezza della persona stessa» ma, ha fatto notare, «c’è qui un equivoco. Non è una cattiva pratica: è un atto illecito». Esiste, infatti, una norma espressa che la vieta, ha precisato, ed è il 4° comma dell’art. 13 della Costituzione, in cui si dispone che “È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”. La “clausola di salvaguardia” è «quel “comunque” – voluto da Aldo Moro –  che riguarda tutte le misure di abuso nella restrizione della libertà personale».

Per Gisella Trincas «c’è una fragilità dei servizi di salute mentale» che, per giunta, non riguarda solo la Sardegna ma la maggior parte del territorio nazionale: «I servizi non sono in grado di farsi carico della complessità delle situazioni in cui vivono le persone con disturbo mentale, non sono in grado di rispondere ai loro bisogni, di farle uscire da quella condizione». Inoltre, in Sardegna in particolare, tali servizi non offrono accoglienza 24 ore su 24, come invece accade in altre zone d’Italia in cui si offre anche l’accoglienza notturna e in cui sono stati raggiunti buoni risultati grazie alla collaborazione con le altre istituzioni locali. In tali zone, ha spiegato, «gli assistiti hanno destini differenti da quelli delle zone in cui i servizi funzionano, come da noi, come ambulatori psichiatrici», peraltro – ha aggiunto – con poche ore di apertura e senza poter contare su équipe multidisciplinari. In particolare, ai servizi mancano quelle «figure professionali più orientate a percorsi di recupero sociale (psicologi, terapisti della riabilitazione, assistenti sociali…), mentre sono frequenti le figure dello psichiatra e dell’infermiere». Con un organico simile, dunque, «è impossibile per gli operatori pensare di avviare una presa in carico globale e costruire percorsi personali di cura, reinserimento sociale, ricostruzione dei diritti di cittadinanza», ossia «del diritto all’abitare, al lavoro, alle relazioni affettive,… All’esser parte di una comunità umana». Ed è questa la mancanza più grave perché – ha affermato Gisella Trincas – «la restituzione dei diritti di cittadinanza deve essere l’obiettivo dei percorsi di cura».

il libro Guarire si può accanto a un altro libroCome già fatto a Roma, quest’analisi delle fragilità del sistema è stata accompagnata da proposte di miglioramento concrete: «Uno degli impegni che la Regione dovrebbe assumersi è ripensare l’organizzazione dei servizi con l’obiettivo dell’assistenza sulle 24 ore, per tutti i giorni della settimana». Gisella Trincas è una persona ragionevole, dotata di senso pratico e di rispetto per le istituzioni, per questo ha chiarito che le associazioni e le persone da lei rappresentate non pretendono che questo cambiamento avvenga dall’oggi al domani: chiedono che «almeno si sviluppi questa cultura», ossia «una cultura dei servizi orientati alla guarigione», in linea con quanto già accade in alcune strutture italiane. Perché – la precisazione non è superflua – «l’assistenza dei servizi di salute mentale deve esser un passaggio per tornare alla condizione di benessere». Questo cambiamento, però, «richiede una visione ampia, risorse e una partecipazione attiva non solo dei familiari, ma anche delle comunità, a partire dai comuni». Su questo punto è perfettamente d’accordo Augusto Contu (responsabile del Dipartimento di salute mentale di Cagliari): «Non può esistere salute mentale solo con l’intervento della psichiatria: serve l’intervento dei comuni e delle comunità, soprattutto per diffondere una nuova cultura per superare lo stigma».

Per Gisella Trincas, inoltre, i servizi devono abbandonare la «cultura dell’attesa», ossia non aspettare che sia il paziente a venire da loro, ma andare incontro ai bisogni del territorio. Deve, cioè, essere adottata anche in questo campo la “medicina di iniziativa” che – come ha ricordato pure Pierpaolo Pani (Commissione regionale salute mentale) – esiste già per la cura del diabete, delle malattie cardiache… Fondamentale è, infatti, la prevenzione, ossia evitare che determinate persone con disturbo mentale possano compiere atti lesivi per se stessi e/o per gli altri. Lo dimostrano i «destini differenti» di cui ha parlato Gisella Trincas e, in particolare, la correlazione tra malfunzionamento dei servizi di salute mentale territoriali e aumento del numero di persone malate rinchiuse nelle carceri o negli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG), ricordata anche da Salvatore Verde nel suo saggio “Il carcere manicomio”. Affinché si affermi questo nuovo approccio, però, è necessaria una formazione specifica, per la quale familiari e associazioni invocano, ancora una volta, l’intervento della Regione.

Gisella Trincas accanto a Pierpaolo Pani che parla al microfonoIn linea con la filosofia di Casamatta, la comunità per persone con disturbo mentale creata dall’Asarp, la presidente dell’associazione ha precisato che nelle loro rivendicazioni non fanno «distinzioni di patologia perché tutti quelli che hanno un problema di salute mentale hanno pari diritti». E uno di questi diritti è che il percorso di cura sia avviato e gestito con la partecipazione dell’interessato. A ribadirlo sono stati sia Gisella Trincas sia Pierpaolo Pani (insieme nella foto), che ha anche sottolineato che il progetto di cura deve essere rispettoso dei bisogni della persona. Se il malato non viene coinvolto, se non ha la consapevolezza del suo problema e la conseguente volontà di superarlo, con molta probabilità abbandonerà il percorso di cura. Pertanto, «L’operatore deve costruire un rapporto di fiducia, di alleanza con le persone da aiutare e i suoi familiari. Non devono operare contro le persone», ha affermato la presidente dell’Asarp, chiarendo che questo comporta anche garantire alla persona con disturbo mentale il consenso informato, come si fa per tutti gli altri servizi sanitari.

«Ci troviamo in una situazione di estrema difficoltà per cui chiediamo che cambi lo sguardo sociale verso la salute mentale. Altrimenti ci ritroviamo sempre a pensare i luoghi in cui “mettere” chi non ce la fa. Noi non vogliamo luoghi altri» ha concluso.

SERVIZI FRAGILI MA NON INEFFICIENTI – Lo sguardo di Pierpaolo Pani sui servizi di salute mentale della Sardegna è meno duro. A suo parere, infatti, è anche merito del potenziamento di tali strutture se si è registrato un netto calo dei pazienti sardi rinchiusi negli OPG: nel 2004 erano 74 (il maggior numero per regione in Italia), ossia 4 su 100 mila abitanti (il doppio rispetto alla media nazionale); al 1° giugno 2014, invece, erano 20, ossia 1,2 ogni 100 mila abitanti (quasi la metà della media nazionale e tra i migliori dati registrati). Un risultato che, secondo Pani, è stato possibile grazie al cambiamento del clima generale, all’impegno sia della Commissione sanità del Senato per la chiusura della «brutta pagina degli OPG» sia dei cittadini organizzati, particolarmente attivi in Sardegna. Tutti fattori che, ha sottolineato, hanno consentito dei miglioramenti «a legislazione ferma».

Gisella Trincas accanto a Amadeus Ehrhardt che parla a un microfonoAbbastanza ottimiste anche le valutazioni date sull’operato delle proprie strutture da Augusto Contu e Giampaolo Pintor (responsabile del Servizio di psichiatria forense dell’ASL 8 di Cagliari), mentre più modesto il quadro del Centro di salute mentale di Olbia tracciato dal suo responsabile, Amadeus Ehrhardt (nella foto con Gisella Trincas). Eppure, proprio questa struttura è stata definita da Gisella Trincas – a ragion veduta – un esempio di buona pratica, nonostante le difficoltà che incontra nel suo operato. In tale centro, infatti, si adotta il lavoro d’équipe e si prende in carico non solo la persona ma anche il suo ambiente. Per poter lavorare in questo modo, ha spiegato il responsabile, sono stati organizzati corsi di formazione specifici per tutti gli operatori del Centro. I loro problemi sono legati principalmente alla carenza di risorse economiche e umane. In particolare, mancano alcune figure professionali necessarie per lavorare sul territorio, quali ad esempio gli assistenti sociali: si dotano dunque di tali professionisti per periodi limitati, nell’ambito di progetti finanziati a tempo determinato da altri enti, o cooperando in rete con altri servizi (come la Neuropsichiatria infantile) o enti (sopratutto comuni).

 

Le bellissime foto sono di Stefania Meloni dello studio editoriale Typos – Cooperativa sociale “Il Giardino di Clara”, che ringraziamo per avercene generosamente concesso l’uso.

 

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