L’UMANITÀ NELL’INGRANAGGIO TRA RICCHEZZA E POVERTÀ

Il destino umano ha le sue regole ma quasi mai raggiungono un minimo di equità e, la potenza del denaro, continua a condizionarne l’esistenza. Utile sarebbe rivedere il problema con un’ottica più filosofica: meno materialistica e con maggiore sensibilizzazione all’uguaglianza

di Ernesto Bodini (giornalista e opinionista)

Ernesto Bodini

Chissa se è il caso di mettere in “discussione” l’agiatezza dei cosiddetti papaveri, ossia i ricconi del Pianeta, e non essere tacciati di retorica, facile moralismo o mera banalità per il piacere di disquisire. E comunque, a che pro? Ovviamente non certo per invidia (lungi da me), che a nulla servirebbe, ma come invito alla riflessione sul rapporto ricchezza-povertà anche se tale è vecchio quanto il mondo. Ma il solo pensiero che molte persone vivono nella più sfrenata agiatezza in continua espansione, ed altre nella più totale indigenza con prospettive di salute e di vita pari quasi a zero, mi riconduce all’ancestrale problema (se così posso definirlo) dell’esistenza umana che, come ben si sa, include una serie di differenze e di ingiustizie d’ogni sorta che forse solo una grande Fede potrebbe… giustificare. Quello delle differenze è un grande dilemma sul quale nei secoli scorsi molti filosofi, teologi, antropologi, sociologi ed altri studiosi si sono soffermati tentando una qualche “spiegazione di conforto”, ma sappiamo altrettanto bene che nessuno di loro ci ha trasmesso una risposta minimamente univoca ed appagante. Ma tornando ai magnate dell’impero economico-finanziario di tanto in tanto veniamo a conoscenza della loro identità anagrafica e del relativo patrimonio, magari arricchito con qualche dettaglio sulla vita privata, se non anche di qualche curioso capriccio. Per coerenza l’informazione comprende anche notizie relative alla loro manifestata indole filantropica che, seppur lodevole sul piano materiale ed umano, andrebbe soppesata (con tutto il rispetto delle loro intenzioni), cercando di intravedere lo spirito più “intimistico” delle loro benevoli azioni. È pur vero che con il loro esempio concreto molte popolazioni hanno goduto determinati benefici: alimentazione, cure mediche, scolarità, etc. che non si sarebbero potute realizzare senza quella merce “ricattatoria” che si chiama denaro. Ma a questo punto, però, mi chiedo quali possono essere i criteri che hanno designato e designano chi deve vestire i panni dell’opulenza e quali quelli dell’estrema povertà. Anch’io come tutti, credo, non saprei dire proprio perché il problema è ancestrale; ma nello stesso tempo mi chiedo perché deve essere soprattutto il denaro il “traghettaore” dell’umanità, e se coloro che ne possiedono e ne incrementano ogni giorno come si sentano interiormente ogni volta che incontrano un loro simile, che con grande umiltà non chiederebbe mai… In tutti i casi di spontanea elargizione si parla di filantropia, ma questo atto, conosciuto anche con il nome di evergetismo (propensione alla) una volta era preceduto dal mecenatismo, sia pur con finalità mirate ad un bene sia comune che individuale, specie dal punto di vista dell’arte, della cultura e delle professioni. Andando a ritroso, ossia in epoche in cui non esisteva il denaro in senso moneta, era in voga il baratto che consisteva nello scambio delle merci, sia pur con effetti non sempre appaganti fra le parti. Ma non credo che l’azione del baratto comportasse esempi di filantropia in senso stretto del termine, se non l’atto dell’offrire un qualche cosa a qualcuno; per contro, oggi, il concetto di filantropia è molto più esteso tant’è che non necessariamente implica il denaro in forma diretta.

A questo riguardo mi piace ricordare l’esempio dello scienziato medico Albert B. Sabin (1906-1993, nella foto), oltre al suo collega Jonas E. Salk (1914-1995) che non volle brevettare il suo omonimo vaccino antipolio, affinché l’intera umanità potesse essere vaccinata a costo praticamente nullo. Ora, mettere a confronto questo esempio con quello dei magnati generosi è forse poco corretto, ma in ogni caso a mio modesto parere ravviso una sia pur sottile differenza: non è certo uno sforzo staccare un assegno o fare un bonifico per una certa cifra  da devolvere, mentre rinunciare a priori di non arricchirsi dopo anni di studi e sacrifici, è una scelta per certi versi decisamente più filosofica… Non me ne vogliano, quindi, tutti gli interessati danarosi (con limiti di godimento dei propri beni), sicuramente anch’essi nobili d’animo (sia pur a modo loro), ma quale opinionista, non venale per eccellenza, vorrei rivolgere ad essi un pensiero di “comprensione”, e nello stesso tempo un invito ad investire meglio e di più le proprie risorse ad esempio nella lotta all’abbattimento delle armi (strumenti di morte e di cospicui introiti), puntando l’occhio critico contro la politica responsabile della gestione umana. Utopia? Uno scanzonato idealismo? Mi si tacci pure in tal senso, che non temo alcuno, ma forse varrebbe la pena che ciascuno di noi (tutti loro compresi) riveda la propria indole con questo obiettivo. Chissà, magari la legge di compensazione farà il suo corso. Del resto, come diceva E. Kant: «Non siamo ricchi per ciò che possediamo, ma per ciò di cui possiamo fare a meno».

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