Perché leggere “La terra della mia anima” di Massimo Carlotto

Perché leggere “La terra della mia anima” di Massimo Carlotto

di Marcella Onnis

La terra della mia anima è un titolo bellissimo e di per sé mi sarebbe potuto bastare per leggerlo. Meno attraente per me era l’argomento di massima: storia vera di un contrabbandiere, anche se poi, a lettura ultimata e sicuramente grazie alla sapiente mano di Massimo Carlotto, ho molto apprezzato pure il lato avventuriero di questo romanzo. In questa Terra, però, non ci sono approdata da sola: mi ci ha condotto una cara amica che ama molto questo autore e che è tra i miei più fidati consiglieri in fatto di letture. E se mai ce ne fosse stato bisogno, pure  mia sorella ha fatto la sua parte: “Questo libro è per te” mi ha detto, dopo averlo letto. Ovviamente non sbagliava. È per me e, mi auguro, anche per tanti di voi perché è una bellissima storia vera, densa di umanità. Perché è la storia di un uomo, Beniamino Rossini, che ha ispirato uno dei personaggi di Carlotto. Perché quest’uomo è anche stato in carcere, pagando forse troppo caro i suoi conti con la Giustizia e con la vita. Ma, soprattutto, perché ci insegna a  non giudicare. E quanto abbiamo bisogno di simili lezioni!

Queste pagine ci dimostrano inconfutabilmente che i confini sono labili, che bene e male sono concetti relativi, estremamente mutevoli secondo i luoghi e i tempi, perché in base alle coordinate spazio-temporali nascono e si sviluppano culture e sistemi di valori differenti.

Dopo aver raggiunto questa consapevolezza – bastano poche pagine –, tutto è possibile, anche ritrovarsi, con divertito stupore, ad ammirare l’ingegno di Beniamino e a tifare per la buona riuscita delle imprese in cui lui e i suoi “colleghi” d’occasione si cimentano.  O a riconoscere che la lealtà e le regole possono esistere pure tra “nemici”: «[…] nel ’66 tra finanza e contrabbandieri si giocava solo una grande partita a guardie e ladri. Noi non eravamo mai armati e loro sparavano sempre in aria.» O, ancora, imparare/ricordare che l’illegalità è un mondo variegato ed ogni “paese”, compresa la galera, ha i suoi codici: il mondo dei contrabbandieri non è quello della mafia e quello degli spalloni non è quello dei contrabbandieri di mare. Codici diversi, che disegnano per la violenza confini e forme differenti.

Chiaramente, ampio spazio è riservato al carcere, raccontato in tutta la sua brutalità. E aggiungerei “per fortuna”, perché per questioni del genere ci viene troppo facile fare gli struzzi. Un passaggio, in particolare, ci schiaffeggia: «La paura vera, quella che ti rende vulnerabile perché non sei in grado di controllarla, l’ho conosciuta quella sera a Napoli e in altre, poche, situazioni simili. Soprattutto l’ho provata in galera nel “circuito dei camosci”, come chiamavamo gli istituti di massima sicurezza. La regola imponeva che ogni mattina uno di noi venisse preso e portato nelle celle di isolamento per una breve ma intensa lezione di rieducazione carceraria. Il concetto di massima sicurezza era tutto lì, nel terrore. Il resto erano solo sbarre cave che suonavano come un violino se tentavi di segarle e una serie infinita di soprusi grandi e piccoli, come spogliare nuda tua madre, frugarla nelle parti intime e poi fartela incontrare dietro un vetro blindato, oppure strapparti una lettera appena arrivata davanti agli occhi o pisciare nel minestrone della casanza. Tutto ciò si poteva anche sopportare ma quello che faceva andar fuori di senno tutti i detenuti era rimanere svegli di notte in attesa di sentire il rumore degli scarponi della squadretta che marciava lungo il corridoio, e sperare con tutte le forze che si fermasse davanti alla cella di un altro, le urla iniziavano quando la chiave veniva inserita nella serratura e il detenuto prescelto iniziava a insultarli o a chiedere pietà. Era terribile. Era ancora più terribile il sospiro di sollievo che mi usciva dal petto quando capivo che non toccava a me e con le mani tremanti estraevo dalle guance la carta igienica che avevo messo per proteggere i denti. Forse pochi in questo paese se lo ricordano, ma l’epoca delle rivolte e delle evasioni venne chiusa in questo modo. E queste lezioni comportamentali non venivano elargite democraticamente. I boss non venivano mai toccati perché magari avevano in comune col maresciallo o con qualche brigadiere la provenienza dallo stesso paese, dove entrambi avevano parenti e amici.»

Acqua passata? Non pare di certo: «Il carcere è una pentola che bolle e ribolle, soprattutto d’estate, se oggi non scoppia è solo per le nuove norme di sicurezza che limitano la libertà di movimento dei detenuti, e per un sistema più efficiente di spionaggio interno. Celle e sale colloqui sono piene di mi-crofoni. La maggior parte è illegale, ma buona parte di quello che succede in carcere è illegale e viola dei diritti, anche quelli considerati importanti e sanciti dalla Costituzione. Se pensate che i colloqui tra avvocato e cliente non possano essere ascoltati e registrati perché la legge lo vieta andate a vivere in Svizzera. Ormai qui l’inaccettabile e l’inimmaginabile sono diventati la norma.» «La storia delle carceri dimostra che le cose cambiano solo quando la società si rende conto che si è raggiunto il limite della decenza. […] la gente vuole sangue e la stampa fa spuntare a tutti denti da Dracula, dando in pasto casi di pezzi di merda che hanno approfittato della libertà per commettere reati orribili, come rapire e ammazzare un bambino. Casi che servono solo a nascondere sotto il tappeto la vera realtà del carcere, che è molto più complessa e molto più incivile.»

Visto che per l’ennesima volta si torna a parlare di indulto e amnistia (la Treccani on line ne chiarisce in modo esauriente le differenze), ne approfitto per dire che la panacea non può essere ricorrere periodicamente a queste misure: come ci insegna Beniamino («Il carcere non mi aveva rieducato e non ero diventato una persona migliore, ero solo più cinico e tormentato dai ricordi e dal risentimento.») ma anche il giudice Michela Capone, il carcere non rieduca e, consapevoli di questo, sono troppo poche le persone disposte a dare davvero una seconda possibilità a chi è stato “dentro”. Se non si ripensa il sistema delle pene, se non si potenzia il sistema delle misure alternative al carcere – le uniche in grado di rieducare e reintegrare chi ha sbagliato e di salvare dall’abbruttimento chi, per sbaglio altrui, è stato condannato – , limitarsi a svuotare oggi le carceri significa averle di nuovo stracolme domani. Indirettamente ce lo dice anche questo romanzo, seppure nel passaggio che citerò il protagonista parli non di indulto e amnistia ma delle aspettative create dall’allora nuova “legge Gozzini”: «Sapevamo fin troppo bene che la mancanza di strutture esterne e soprattutto di lavoro avrebbe indotto buona parte di loro a commettere nuovi reati […]»

Particolarmente interessante è anche il ritratto che il protagonista tratteggia del Partito comunista, messo a nudo in tutta la sua forza come in tutta la sua debolezza. Un partito che, con il senno di poi, già si mostrava destinato all’auto-dissoluzione. Oggi ne restano le ceneri, che ne perpetuano i difetti senza conservar neppur l’ombra dei pregi, e solo i nostalgici che ne vissero l’epoca d’oro faticano ancora ad ammetterlo.

Ben visibile sullo sfondo … e verso lo sprofondo, c’è l’Italia, dalla Resistenza ai giorni nostri. E c’è anche, in alcune pagine, la guerra dell’ex-Jugoslavia. Anche in questo caso, lo sguardo acuto del narratore ci mostra cose che preferiremmo non sapere o ammettere. Per esempio, ci dimostra l’ottusità delle etichette che troppo facilmente attribuiamo, perché quanto a crudeltà i croati non furono da meno dei serbi, come hanno saggiamente rimarcato anche Clara Usón e Tijana Djerković all’ultima edizione del Festivaletteratura di Mantova.

«[…] solo ciò che è maggioritario ci risulta corretto» afferma, con il suo sguardo critico, Elena Torresani ne L’inferno di Eros, ma – come ho ricordato anche io prima – non esiste un unico codice di valori universale. Per questo non si può negare che Beniamino sia un uomo d’onore («Considero la banda come una società di uomini liberi, egualitaria e con pari diritti nelle scelte e nei dividendi.»; «Qualunque sia la cifra, non merita mai una sparatoria, ma questo lo capisci quando le tue pistole sono scariche.»; «Non potevo comportarmi da infame e traditore abbandonando Saverio al proprio destino. Anche se ero diventato un rapinatore, ero rimasto fedele ai princìpi del contrabbando, dove non si lasciavano mai gli amici in difficoltà.»).

Il suo modo di essere ci dimostra che un uomo che compie atti illegali non per forza è “cattivo” così come non è necessariamente “buono” chi vive entro i confini della legalità. Ma, soprattutto, ci insegna che l’anima non è «una parola da preti» e che cambiare è difficile ma non impossibile, anche se di certo non è un passaggio indolore. Non è un percorso lineare, non è possibile percorrerlo con perfezione e non comporta necessariamente il rinnegare tutto del passato né cambiare radicalmente il proprio modo di vivere, pensare, sentire. Ed è un cammino lungo che, a volte, si conclude negli ultimi istanti, ma guai ad iniziarlo solo perché si è giunti alla resa dei conti: «Certe cose vanno fatte al tempo giusto e non quando si ha paura di morire.»; «Cerco di giustificarmi ma non gli ho ancora chiesto perdono perché mi vergogno, sarebbe solo un altro gesto per chiudere la partita con la coscienza a posto. E c’è un limite anche in questo.»

«Enrico diceva sempre che leggere certi libri ti dà la possibilità di diventare un uomo migliore.» racconta Beniamino ed io do ragione al suo amico Enrico “Barbun”, includendo La terra della mia anima tra i libri che offrono tale possibilità. Se poi non ci renderà migliori, beh, non sarà colpa del libro, ma solo nostra.

Dovrei concludere con una canzone di Ricky Gianco perché il suo repertorio fa da colonna sonora a tutto il libro, ma non sarebbe corretto spacciarmi per una sua conoscitrice. Sono solo una sua simpatizzante da quando, grazie a un programma in tv, scoprii che Adriano Celentano gli scippò Pregherò, una delle mie canzoni preferite. (Per inciso, non ho mai capito cosa ci guadagnassero dall’appartenere al Clan gli altri artisti, fatta ovvia eccezione per Claudia Mori.) Non me ne vogliano, dunque, Beniamino da lassù né  Ricky Gianco da quaggiù se concludo con i versi finali de La cattiva strada di Fabrizio de André, che mi paiono comunque appropriati:

ma c’è amore un po’ per tutti

e tutti quanti hanno un amore

sulla cattiva strada”

 

 

La foto in basso ritrae Beniamino Rossini ed è  tratta dal sito ufficiale di Wu Ming Foundation

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