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Violenza sulle donne e rieducazione della pena: ne parliamo con Michela Capone – 2^ parte

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di Marcella Onnis

(segue)

Capire il “cattivo”, anziché giudicarlo è, del resto, anche ciò che ci insegna La cella di Gaudì, commento. E Michela Capone prosegue il mio discorso: «La Costituzione cosa ci dice? Che la pena deve essere rieducativa, invece spesso è soltanto punitiva. Se non ci si prende carico del detenuto in maniera empatica, per farlo crescere, per portar fuori quello che di buono ancora ha, il detenuto sconta la pena e quando esce sarà peggio, anche se si è comportato benissimo in carcere. Perché il carcere, spesso, infligge una pena accessoria alla privazione della libertà: il non far niente, l’esser lasciato a se stesso o dover fare cose giusto per dimostrare di essere una brava persona… Non ha senso: ci deve essere un approccio curativo, psicoterapeutico, per fare in modo che queste persone entrino in contatto con le loro storie, capiscano e si preparino al reinserimento sociale. E questo vale soprattutto per quelli che hanno commesso reati contro la persona. Il nostro sistema carcerario è assolutamente insufficiente per soddisfare le esigenze rieducative che deve avere la pena. Noi siamo stati richiamati dall’Onu per avere un sistema inadeguatissimo rispetto a degli obiettivi che, se non perseguiti, ricadono su tutta la società.»

Voglio addentrarmi ancora di più sui temi “giustizia” e “rieducazione della pena”, per cui chiedo alla giudice-scrittrice di commentare un pensiero che mi ha colpito molto. Ad averlo formulato è un detenuto, Pierpaolo Limbardi, per mezzo dello scrittore Gianni Zanata (in La cella di Gaudì): “Gli imputati sono merce da vendere o da comprare. Se hai soldini in tasca, e puoi spendere, te la cavi con poco. Se uno è figlio di operaio, si fa dieci anni di galera. Ho un’immagine per raffigurare la giustizia. La giustizia è un tavolo al quale siedono giudici e avvocati che giocano a scacchi. Gli imputati sono i pedoni. Ecco cos’è la giustizia. Il bene e il male non esistono, per la giustizia.” La risposta non si fa attendere: «È molto brutta questa frase perché ti dimostra che cosa recepisce l’imputato. Non corrisponde al vero, ma è quello che lui recepisce: di essere stato una pedina. E questo, soprattutto a me che sono un giudice, colpisce. La giustizia penale è un sistema dove chi ha commesso un reato deve essere giudicato e deve essere difeso. Il problema della difesa è che ci sono avvocati bravi e avvocati meno bravi. Normalmente l’avvocato bravo è quello che si paga, però noi abbiamo un sistema che garantisce il gratuito patrocinio, cioè l’affiancamento all’imputato di un difensore anche quando non possiede i necessari mezzi economici. Comunque, aldilà del fatto che il difensore sia più o meno bravo, esiste un giudice terzo che deve per forza di cose sì usufruire della tecnica che l’avvocato espone nel suo lavoro di difesa, ma deve anche onestamente giudicare come terzo quello che le risultanze processuali gli propongono. L’avere sfiducia nel giudice mi spaventa perché significa che le persone non si sentono protette da chi fa la giustizia. Il giudice certe volte deve anche condannare e spesso la sentenza non viene capita dall’imputato. Non viene capita non solo perché l’imputato ha la sensazione che le prove a suo favore non siano state valutate come avrebbero dovuto essere valutate, ma anche perché, probabilmente, soprattutto per certi reati molto gravi, l’imputato reagisce con la negazione e l’evitamento. Non è una verità quella che Limbardi dice: è quello che lui recepisce, perché non ha acquisito, fondamentalmente, la consapevolezza di ciò che ha commesso. Questo è un grave difetto del nostro “sistema giustizia” nei confronti degli adulti. Io faccio il giudice minorile e lì, invece, il processo è personologico; è uno strumento da utilizzare per far comprendere al reo – che in questo caso è un minore – la gravità di quello che ha commesso. E si lavora affinché si responsabilizzi. Ecco, la giustizia per gli adulti è leggermente deficitaria in questo senso. Prevede un processo poco personologico, non si prende cura in senso anche conoscitivo della persona che ha commesso il crimine e questo cristallizza l’atteggiamento che spesso l’imputato ha di negare quello che ha commesso. Anche quando lo confessa, lo fa per ottenere un beneficio, non perché ha veramente capito l’errore. Noi con i minori lavoriamo in senso anche educativo, perché è un processo personologico. È questo che vuol dire Limbardi: non si è sentito accolto da una giustizia che, forse, non gli ha spiegato bene perché si è arrivati a condannarlo. E questo i detenuti lo capiscono ancora meno in carcere, dove c’è un sistema anche di isolamento relazionale. La cella di Gaudì è un esempio in questo senso: vedi delle persone che hanno voglia di raccontarsi, che non si sono mai raccontate, men che meno a chi li ha giudicati e che, forse, lo ha fatto con superficialità rispetto alla loro persona. E dopo che sono state condannate, non sono state ascoltate nel percorso carcerario: hanno vissuto un isolamento relazionale ed empatico, anche con la guardia. È un sistema che percepisci come sbagliato a sentire queste persone. Si sentono sole e avevano bisogno di qualcuno che le ascoltasse. Sembrano monadi che fanno le cose perché le devono fare, per apparire buoni detenuti, ma si capisce – attraverso al lettura delle loro vite – che c’è ancora qualcosa di irrisolto, sul quale non hanno sufficientemente lavorato. La persona che ha parlato con me è la più rappresentativa di questo libro: ha alle spalle una storia di solitudine e trascuratezza che ha rivissuto in carcere, tant’è che la maggior parte dei reati che ha commesso li ha commessi proprio lì. È come se il carcere avesse ripristinato quelle condizioni di frustrazione personale e sociale che aveva vissuto prima. La rieducazione qui non c’è stata. Dice “Ho capito” ma non ha capito davvero: ha solo capito che bisogna evitare il peggio. E questo emerge anche in altri racconti. Quando, intervistati, questi detenuti dicono “Ho capito che mi devo comportare da brava persona”, io mi domando: l’hanno detto perché sentivano di doverlo dire in un libro di questo genere, per riconoscere una qualche bontà alle istituzioni, o perché ne sono veramente convinti? Io credo che non lo siano, perché credo che da parte della struttura carceraria non ci sia stato un vero prendersi cura della loro persona per farle guarire dalla loro tendenza criminale. E manca anche l’accoglienza da parte della società. Dopo che escono dal carcere forse nessuno di noi è veramente disposto a preparare l’accoglienza empatica a queste persone, che è propedeutica all’accoglienza sociale. La persona con cui ho parlato io mi ha detto: “Io sono un cattivo: chi mi vuole?” Questo è un problema che riguarda tutti noi. Ci diciamo tutti pronti ad accogliere e ascoltare queste persone, ma mi domando: chi di noi è veramente disposto a mettersi in casa o nell’azienda un detenuto? Pochissime persone. Non è cattiveria: la paura del detenuto, la paura che non sia stato rieducato è un meccanismo molto umano. Però questa cultura va combattuta, va garantito un reale impegno di accoglienza del detenuto, che al momento non c’è. E mi metto in discussione io stessa. Ho un po’ questa paura perché, forse, mi rendo conto che ciò che si fa nelle carceri per rieducare il detenuto è totalmente insufficiente. Noi critichiamo tutti: il giudice, gli operatori sociali, il sistema … dimenticandoci che nel sistema ci siamo …» “Noi” completo io. «Soprattutto noi.» rimarca lei e prosegue: «Manchiamo di cultura, non c’è la cultura della vera accoglienza del valore dell’altro. Perché dimentichiamo che la cattiveria dell’altro nasce sempre da una sofferenza. Chiaramente l’aspetto punitivo ci deve essere e la privazione della libertà è la più grande punizione che esista, peggio anche della pena di morte. Vivere in cattività è la pena più grossa e spesso – come dicevo prima – è accompagnata da pene accessorie che danneggiano la rieducazione del detenuto: il lasciarlo senza far nulla, il non curarsene, l’offrirgli un panorama relazionale povero … E questo anche da parte degli operatori che non sono forse abbastanza preparati.»

Avrei voluto conoscere la sua opinione anche su errori giudiziari, carcerazione preventiva, ruolo di magistrati e media nelle fughe di notizie dai tribunali, spettacolarizzazione del crimine … ma Michela Capone, oltre che una persona riservata, è un giudice serio e, in quanto tale, non si sbilancia su ciò che attiene il suo lavoro né sale in cattedra per impartire lezioni.

Ci salutiamo con l’animo un po’ sconfortato: tanto lunga e irta ci appare la strada da percorrere per porre fine a questi drammi sociali. Tuttavia, in entrambe è forte la speranza che questa strada sia ancora percorribile. E tra i primi passi da compiere per quanto riguarda, in particolare, la violenza sulle donne e sui minori, c’è cambiare il modo di fare informazione su questi temi: perché – di questo Michela Capone ne è fermamente convinta – occorre «spiegare quali sono gli strumenti che le vittime hanno per difendersi e combattere le disuguaglianze, che sono poi alla base di tutti i fenomeni di violenza. Ci vuole un’informazione che faccia questo e non “gossipi” le notizie.» E poi – mi dice ancora – occorrerebbe rattificare (finalmente!) la convenzione di Istanbul, varata dal Consiglio d’Europa l’11 maggio 2011 e firmata dall’Italia solo il 27  settembre 2012. Si tratta di un importantissimo documento sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, che non dimentica di considerare l’orrore delle mutilazioni genitali femminili. Michela Capone mi ha invitato a leggerla (“È bellissima”, mi ha detto) ed io l’ho fatto. Ora io invito voi a fare altrettanto: Convenzione di Istanbul [file .pdf]

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