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“I frutti dimenticati” di Cristiano Cavina per (ri)conoscerne la bravura

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primo piano di Cristiano CavinaIn medio stat virtus? Finora per Cristiano Cavina la massima virtù, intesa come maturità, sembra proprio stare nel mezzo, nel quarto dei suoi sette romanzi: “I frutti dimenticati” .

di Marcella Onnis

In giro c’è qualcuno che non capisce che si può essere seri senza essere seriosi. Qualcuno convinto, per esempio, che dietro l’aria da cazzone di Cristiano Cavina e sotto le sue storie pittoresche non ci sia sostanza. Qualcuno che se anche ha letto qualcosa di suo, certamente non ne ha letto il quarto romanzo, “I frutti dimenticati”, perché per non riconoscerne la bellezza e la profondità bisognerebbe essere davvero accecati dai preconcetti.

UN ROMANZO MATURO
Vincenzo Soddu – che ha presentato a Cagliari diversi suoi romanzi, compreso l’ultimo, “Inutile tentare imprigionare sogni” – così lo commenta su Twitter:

E se lo dice lui, che è un grande conoscitore di questo autore, c’è da fidarsi. Già nel confronto con la sua ultima fatica emerge, del resto, un rapporto invertito tra serio e faceto: anche qui si ride, ma meno ed è quasi sempre un riso amaro.
Il sapore di particolare di albero di corbezzolo decorato con fili argentatiquesto libro è speciale: a tratti aspro, a tratti dolce … come il corbezzolo, per restare in tema di frutti (quasi) dimenticati.

UN VIAGGIO NELLA PATERNITÀ
È un romanzo autobiografico, ma è anche un campionario di quelle dinamiche relazionali che, dietro una forma apparentemente chiara, nascondono una sostanza complessa, visibile solo a occhi attenti. Ed è soprattutto un viaggio in cui andata e ritorno si sovrappongono e il figlio diventa padre mentre ancora si sta scoprendo figlio.

Due ruoli che quest’uomo fatica ad accettare e che lo portano a raccontarci di una paternità negata: «Gli direi che non è vero che è mio padre. […] Gli direi che qualsiasi furbetto con una buona parlantina riesce ad appartarsi con una ragazza di campagna e qualsiasi sedicenne ubriaco può dimenticarsi di fermarsi in tempo: gli direi che questo non è sufficiente dal mio punto di vista per essere considerato il padre di qualcuno. Gli direi che sono tutti gli anni dopo a fare la differenza».
Perduta
: «Ho di traverso nella gola una folla interminabile di piccole cose che non ha mai visto, minuscole incombenze che ha tralasciato, partite di calcio in cui non ha tifato e voti sul diario che non si è preso la briga di controfirmare».
Trovata e immeritata
:«Il suo sangue era terriccio fertile che scorreva nel mio, come se lui avesse fatto nascere me. C’era una catena lunghissima a cui eravamo collegati, formata da anelli che uno dopo l’altro, a ritroso, si perdevano in secoli oscuri; lui si era agganciato a me, e la stava trascinando avanti».
Insperatamente ritrovata
: «Se vuoi esco, gli dico, alzandomi. Non è un problema, papà. E la luce incendia i suoi occhi».

copertina del libro I frutti dimenticati di Cristiano CavinaLA STORIA DI UN INIZIATO
Per queste ragioni, si potrebbe considerare “I frutti dimenticati” anche la storia di un iniziato, come “Pinocchio”, con il quale è possibile trovare altre analogie, soprattutto se si ha avuto il piacere e la fortuna di leggere il saggio “Pinocchio e Collodi” di Rossana Dedola.

Giunti a fine lettura il cerchio si chiude – magari non perfettamente né saldamente, come fosse attaccato con il Vinavil (leggere per comprendere il perché di questa similitudine) – e tutto torna, anche l’immagine in copertina. In quell’inconsueto accostamento tra un faro e una carrozzina, infatti, Lorenzo Lanzi ha saputo brillantemente racchiudere il cuore del romanzo.

UN FARO PER I “LANZICHENECCHI DELLA PEGGIOR SPECIE”
“I frutti dimenticati” è un libro adatto a tutti – anche agli snob, purché desiderosi di redimersi – ma destinato ad essere amato soprattutto da noi «lanzichenecchi della peggior specie». Noi che – come i Cavina – troviamo sempre qualcuno che continua a volerci bene, nonostante siamo dei «fuoriclasse, quando si tratta di rovinare qualcosa». Noi che non dobbiamo adagiarci su questa certezza, ma dobbiamo, invece, fare nostre le parole finali di Cristiano: «Ho bisogno di una vita intera, solo per cominciare a chiedere scusa».

 

 

La foto di Cristiano Cavina è di Pino Argiolas; il particolare del corbezzolo adibito ad albero di Natale è preso dall’archivio fotografico 1984 della famiglia Onnis

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