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Perché leggere “Inutile Tentare Imprigionare Sogni” di Cristiano Cavina

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di Marcella Onnis

Confesso che, a primo impatto, mi son chiesta se il titolo dell’ultimo romanzo di Cristiano Cavina fosse un esempio di italiano scadente o di italiano “brillantemente” rivisitato. Con grande stupore – e sentendomi anche abbastanza idiota per non esserci arrivata da me  – ho poi scoperto che Inutile Tentare Imprigionare Sogni  è un’originale rivisitazione dell’acronimo I.T.I.S. (Istituto tecnico industriale statale): è, infatti, proprio in uno di questi istituti, l’Alberghetti di Imola, che principalmente si svolgono le vicende narrate. Per onor di precisione, l’occasione rivelatrice è stata la presentazione del romanzo organizzata da Lìberos a Cagliari lo scorso 22 ottobre, nell’ambito del festival letterario diffuso Éntula.

Pur essendo il sesto libro pubblicato da Cavina, è il primo suo che leggo ed è stato davvero una bella sorpresa. In lui ho trovato, innanzitutto, un ottimo ritrattista della malinconia domenicale, forse migliore di Max Pezzali in Weekend: «La domenica notte non era una fregatura come la domenica pomeriggio. Le sei del pomeriggio della domenica non parevano neanche un’ora, ma una veglia funebre. Tempo di metterti  a tavola per cena, ed era già morta stecchita. La notte no. Era già lunedì, e toglievi il lutto dal braccio.» Ma, soprattutto, vi ho individuato un maestro dell’epico tragicomico (“C’è dell’epico anche nello stare con una ragazza e non baciarla mai” ha giustamente affermato l’autore durante la presentazione cagliaritana), che ci dimostra come davvero la realtà possa superare la fantasia. Molti degli episodi narrati, infatti, sono veri ed è stato sconcertante scoprire che lo sono persino le scene più surreali che coinvolgono i prof.

L’ironia e soprattutto l’autoironia sono sicuramente il suo forte, come ha dimostrato anche all’ultima edizione del Festivaletteratura di Mantova e, successivamente, a Cagliari. Anche qui ha raccontato del suo non eccellente curriculum scolastico, ma ha aggiunto dei particolari: “La mia prof di italiano è stata splendida” e forse anche per questo con i temi se la cavava bene … però andava spesso fuori tema. E su quella via, peraltro, ha felicemente proseguito: “Io continuo ad andare fuori tema da anni ed è così che mi son salvato la vita.”

Per i motivi che spiegherò fra poco, la sua non è sicuramente una scrittura “pensata a tavolino”, ma non è nemmeno frutto di mera improvvisazione e priva di cura: “Per me la cosa più difficile – ha spiegato – è trovare la voce che racconti la storia.”; “I ricordi non valgono niente finché non hai una voce che te li racconti.” E poi, senza mezzi termini, ha aggiunto: “La mia prima stesura è un cesso. Scrivo di fretta; sono pigro e non mi applico. Se non sono alle strette, non riesco a fare le cose.” Ma la sua casa editrice, fortunatamente per lui e pure per noi lettori, alle strette ce lo mette, stando a quanto ha raccontato.

Cavina è indubbiamente una persona che non si prende sul serio, per tale ragione quando, involontariamente, manda un messaggio importante, questo acquista più peso: Io credo che il mestiere di chi racconta storie sia raccontare storie: per le prediche ci sono i preti, per i comizi ci sono i politici. Magari scrivi ciò che pensi, ma non stai pensando a quello.” Purtroppo, però, per qualcuno accettare l’idea che l’arte non debba necessariamente avere uno scopo è ancora difficile, se non impossibile. Qualcuno come i radical chic (l’etichetta non è sua ma mia), per esempio, cui non la manda certo a dire: “Non sbandiero le mie scelte. Ho dei colleghi che lo fanno. […] Certe cose non riesco a farle a prescindere.” Per questo ha rifiutato di pubblicare con Mondadori (scegliendo la Marcos y Marcos), anziché fare come quei colleghi che “firmano proclami contro chi dà loro da mangiare”. E, certamente, né Baldo Creonti, protagonista del suo libro, né lui stesso seguono il gregge: «[] davvero non riuscivo a capire come si potesse manifestare contro la guerra. Che è davvero una cosa brutta, ma tanto vale andare in corteo fino al fiume a protestare contro i sassi sulla riva. Certe cose non le cambi, tutto qua.»

Che sia un tipo con i piedi per terra e che non sia solo un buontempone lo si comprende anche quando parla di sé e del suo lavoro di scrittore. Alla domanda “che lavoro fai?”, ad esempio, risponde così: “Io faccio da microfono. Amplifico le voci degli altri che non hanno potuto scrivere.” Come ha ricordato Vincenzo Soddu, suo partner per la presentazione cagliaritana, Cavina ama definirsi “narratore” perché vuole inserirsi nella tradizione orale romagnola (ma attenzione: la sua Romagna non è quella a cui pensiamo quasi tutti, fatta di mare, spiagge, piadine e discoteche!).

Sbagliato sarebbe anche credere che Baldo e Cristiano siano insensibili e freddi (anzi, “Tutto m’appassiona” ha detto di sé l’autore). Semplicemente sono uomini che i sentimenti li esprimono con i fatti e che hanno poca dimestichezza con la loro espressione verbale o più convenzionale. «Io non parlo mai con Mamma Creonti» dice Baldo; baci e carezze non sono il linguaggio con cui Cristiano dice di esprimere l’affetto per sua madre o suo figlio. Per lui è la scrittura il mezzo per spiegare alle persone care ciò che prova per loro: “Quasi tutti i miei libri sono una dichiarazione d’amore a mia mamma.”

Forse è un giudizio azzardato, ma credo che questo suo ultimo romanzo possa intendersi anche come uno sgangherato, irrituale e irriverente elogio alla scuola e all’istruzione. Del resto, che il giudizio di Cavina sulla scuola e sul suo vecchio istituto non sia poi così negativo lo si comprende anche dal fatto che abbia espresso rammarico per il calo di iscrizioni nelle scuole che insegnano attività pratiche. Di sicuro, Inutile Tentare Imprigionare Sogni è una lettura molto adatta ai ragazzi, perché non solo è scritta con una lingua e un punto di vista vicini al loro, ma può aiutarli a guardare le cose da prospettive nuove. A capire, per esempio, che anche un insegnante, un bidello o un genitore può trovarsi in un ruolo, in una situazione che non ha scelto, che non gli calza. E, certamente, anche gli adulti possono trovare in questo libro molti elementi utili per migliorare il loro dialogo con i ragazzi.

Tutti, inoltre, a prescindere dall’età, possiamo ritrovarci in certi atteggiamenti, pensieri, sensazioni, comportamenti raccontati in queste pagine. Davanti alla difficoltà, al dramma altrui, ad esempio, molti di noi non sanno o non saprebbero reagire e, proprio come Baldo davanti alla vicina che subisce le violenze del marito, scelgono o sceglierebbero di allontanarsi, di girare la faccia. Non per indifferenza, ma per incapacità di reagire, perché «La cosa difficile in questi casi è incominciare a fare qualcosa. Qualsiasi cosa. Non sai mai bene a che cosa appoggiarti per fare leva.» Ma anche per noi, come per lui, può esserci una seconda occasione per riscattarci.

Ed è proprio il riscatto, secondo me (e non solo), il messaggio “involontario” di questa storia. Il tema, ovviamente, non è affrontato in modo esplicito, ma è più che altro sviluppato attraverso “fotogrammi” e frammenti di pensieri come questo: «Ma erano tutti lì di fianco a me, ai miei venti centimetri di gabbia immerdata [il parallelo è con gli uccellini da richiamo che gli inquilini cacciatori tengono prigionieri nelle cantine del palazzo in cui abita Baldo, ndr]. Ci sarei marcito dentro tutta la vita, ma almeno avrei cantato solo quello che pareva a me.»
Fatti i dovuti distinguo, anche sulla intenzionalità e consapevolezza del messaggio, Baldo Creonti è “un ultimo” come Peppino, il protagonista di Un posto anche per me di Francesco Abate, e come lui trova un modo per riscattarsi, un suo posto nel mondo. O, meglio, nel suo caso trova un proprio  modo di stare nel posto che altri gli hanno assegnato. Non so se gli organizzatori del Festivaletteratura abbiano affiancato questi due autori pure per tale motivo, fatto sta che, letti entrambi i loro ultimi libri, l’accostamento mi pare ancora più azzeccato. Lo so, questo parallelo è un altro azzardo e farà storcere il naso a qualcuno, ma a difesa mia e della mia opinione invoco le parole di Cavina stesso: I libri sono di chi li legge perché ci metti te tutto.”

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