Ultime

Tra le Tombe dei Giganti la musica viva di Nicola Piovani

Pin It

Musica da godere (per scelta) e parole da portarsi dentro (per bisogno): questo il dono che Nicola Piovani, supportato da eccellenti musicisti, ha fatto al pubblico giunto per lui a Siddi, nell’ambito del festival “Appetitosamente”.

Nicola Piovani mentre suona il piano tra delle roccedi Marcella Onnis
(non critico musicale, ma ascoltatrice semi-ignorante e, per l’occasione, “abusatrice” di maiuscole)

Che il concerto di Nicola Piovani organizzato avantieri, 1° agosto 2015, a Siddi, presso la Tomba dei Giganti, sarebbe stato speciale era scontato: il connubio Musica-luogo antico e sacro non poteva che partorire Bellezza. Un conto è, però, immaginare una cosa, un conto è viverla.

Non era scontato, per esempio, che gli organizzatori (Comune di Siddi, Cooperativa Villa Silli e Condotta Slow Food di Oristano) – con il supporto di protezione civile, barracelli e carabinieri dei paesi limitrofi (Ussaramanna, Villanovaforru, Lunamatrona…) – avrebbero saputo adattare la viabilità rurale a un afflusso di auto certamente non previsto da chi, a suo tempo, la ideò.

Non era scontato (per chi lì non aveva mai seguito un concerto) che l’acustica sarebbe stata ottimale anche per coloro che si trovavano in posizione laterale rispetto agli artisti, magari persino seduti (su rocce, stuoie o asciugamani, sgabelli o sedie pieghevoli) “nelle ultime file”.

Non era scontato (per chi non aveva mai seguito un suo concerto) che la scaletta avrebbe saputo sapientemente alternare melodie carezzevoli, talvolta intimiste, a suoni ritmati e a tratti “possenti”.

Non era scontato (sempre per chi non aveva mai seguito un suo concerto) che alle esecuzioni dei brani Piovani avrebbe alternato intermezzi parlati, rivelandosi uomo acuto e dotato di senso dell’umorismo.

Tutto questo, invece, è accaduto, andando ben oltre le previsioni e le speranze del pubblico e forse pure degli organizzatori. Persino il tempo è stato clemente: il cielo, inizialmente rovente, si è poi rinfrescato, quindi s’è incupito e ha piagnucolato un po’ per tornare, però, presto sgombro (seppur non limpido), sì da non turbare più l’ascolto.

Facciamo giusto una parentesi per dare un’idea precisa del contesto a chi già non la possedesse: questo grande concerto è avvenuto in Sardegna, in un paesino del Medio Campidano, vale a dire uno di quei territori di cui, di norma, ci si ricorda solo per criticarli, sbeffeggiarli o compiangerli. Un paesino che ha capito che per sopravvivere occorre trovare modi nuovi di sfruttare le risorse locali e di preservare la tradizione. Modi, cioè, che sappiano innestare su queste solide, preziose e irrinunciabili basi autoctone – senza snaturarle – idee, persone e cose “forestiere”. Per questo – dal 2006 e nonostante il contesto difficile che tutti conosciamo – Siddi propone il festival “Appetitosamente”, una manifestazione ricca e capace di soddisfare, non solo metaforicamente, tutti gli appetiti.

musicisti durante un concerto all'apertoTorniamo, però, al protagonista, anzi, ai protagonisti di questo “Concerto in Quintetto”, ossia Nicola Piovani (naturalmente al pianoforte) e i suoi colleghi musicisti: Marina Cesari al clarinetto e al sax, Pasquale Filastò al violoncello e alla chitarra, Marco Loddo al contrabbasso, Cristian Marini alla batteria, alle percussioni e alla fisarmonica. Sotto le loro sapienti mani hanno preso vita brani concepiti per impreziosire importanti pellicole cinematografiche di altrettanto importanti registi (fratelli Taviani, Moretti, Fellini, Benigni), brani nati per essere cantati (da De André) e brani creati per essere “solo” suonati.

Una scaletta adatta anche al pubblico meno preparato su Piovani e sulla musica in generale, che ha così potuto allenare la mente a ricollegare il brano al film o innamorarsi di melodie che – senza quell’arrangiamento così ricco e vivo – non l’avevano mai entusiasmato. Un pubblico che – al pari di quello composto dagli intenditori di musica e di Piovani in particolare – si è lasciato trasportare totalmente da quelle musiche meravigliose e da quell’atmosfera sacra, consapevole che di un tale connubio molto probabilmente non godrà altre volte.

Nicola Piovani mentre suona il piano all'aperto illuminato dai raggi solariCerto, non sono mancati cellulari, tablet, macchine fotografiche e videocamere a immortalare (e un po’ interferire con) quei momenti. Né sono mancate le condivisioni in tempo reale sui social. Ma, forse, non è da ingenui credere che, una volta tanto, sull’esibizionismo e la tecno-dipendenza abbiano prevalso il desiderio di conservare una traccia tangibile di quella magia (inevitabile usare questo termine, anche se ormai anch’esso abusato) e la voglia di rendere gli altri partecipi di un’emozione così grande da non poterla tenere per sé.

Ed è possibile supporlo perché sono bastati pochi minuti per abbandonare le conversazioni su Whatsapp, anche se la connessione (pensa te!) reggeva. Perché è stato facile pensare “non importa se nella foto Piovani è poco visibile: io c’ero e l’ho visto, sentito”. Perché non è servito un grande sforzo per rinunciare a scattarsi l’ennesimo ridicolo selfie, al più tornando al vecchio, simpatico e dignitoso “Scusi, ci scatterebbe una foto?”. Perché è venuto naturale muoversi con cautela, commentare con sussurri e lasciarsi distrarre giusto da due sorelline bionde, una che scompigliava i capelli alla mamma e gioiva per l’aranciata compratale dal papà, l’altra che si aggirava tra i vicini attaccando bottone e salutandoli con la manina quando si allontanava.

È vero, pochi sono rimasti sempre zitti e fermi, ma tutti hanno prestato attenzione – o, meglio, si sono lasciati rapire – dai messaggi del maestro Piovani, quelli affidati alle sue musiche come quelli veicolati dalle sue parole. Messaggi, questi ultimi, degni di nota quanto le sue musiche, tanto più perché espressi con elegante ed educata sincerità, venata di fine umorismo (a riprova che esiste ancora pure questa alternativa al conformismo e all’ipocrisia).

Sarà difficile, ad esempio, continuare a usare – come già fatto sopra – l’espressione “dal vivo” senza sentirsi in difetto, dopo aver udito il Maestro spiegare la sua difficoltà ad  utilizzare questa espressione (di cui, ha commentato, peraltro fatica a immaginare l’espressione contraria). Preferisce, piuttosto, parlare di “musica in carne e ossa” … e non sarebbe male imitarlo. Ma è già tanto riuscire a dire ancora “dal vivo” e non “live”: non pretendiamo troppo da noi stessi.

Piovani non sembra tipo da “j’accuse”: sembra più un arciere che lancia nell’aere frecce prive di veleno, con la speranza che colpiscano qualche bersaglio lasciando il segno, ma senza curarsi che possano, eventualmente, cadere vanamente a terra. Così, butta là delle considerazioni e poi tace (quasi sembra di vedere i puntini di sospensione materializzarsi, inorgogliti dall’esser stati di nuovo usati, una volta tanto, a proposito). Tace e aspetta di vedere – come per le sue musiche – se producono l’effetto sperato. E, come per le sue musiche, arrivano puntuali applausi, assensi col capo, sorrisi e – in questo caso – risate aperte a confermargli di aver colpito nel segno.

Nicola Piovani mentre parla a un microfonoC’è tanto da riflettere su quelle non numerose ma pesanti considerazioni che ha condiviso con il pubblico. È così per il suo discorso sulla “musica passiva” contro cui – ha confessato – sperava invano che intervenisse l’Unione europea, alla stregua di quanto fatto per il fumo passivo. Ma cos’è la musica passiva? Quella che non scegliamo di ascoltare, che ci offrono (o propinano, a seconda dei gusti dell’ascoltatore) quando (per usare esempi di Piovani) prendiamo un taxi, andiamo al supermercato, ceniamo in ristorante, facciamo sosta all’autogrill… O quando – potremmo aggiungere – sale sull’autobus qualcuno che usa lo smartphone a mo’ di stereo. Secondo Piovani, se quest’abitudine permane, è perché, evidentemente, ai più sta bene così. Forse ha ragione, ma – sempre forse – finora è stato così perché non avevamo consapevolezza di ciò che in tal modo accettiamo: non solo che qualcuno scelga la musica per noi, ma anche e soprattutto che chi la impone agli altri magari la consideri un mero complemento d’arredo. E chi ama la musica dovrebbe ricordarsi che quest’ultima, così come gli artisti che la creano, meritano più rispetto e attenzione. Per rendercene conto ci voleva, tuttavia, l’esempio grottesco – ancor più tale perché vissuto in prima persona dallo stesso Piovani – di un dentista che, mentre esegue una trapanazione, mette in … sottofondo (?) “La Traviata”.

E ci voleva ancora Piovani per ricordarci quanto abusiamo di espressioni quale “grande artista”: «Deve esserci stata una moria di piccoli e medi artisti» ha ironizzato. Così pare. E pure di senso della misura.

Ancora, c’è stato bisogno di un pianista e compositore per renderci conto di quanto, concretamente e quotidianamente, dobbiamo alla Grecia, in particolare alla sua mitologia (che, peraltro, gli ha ispirato  bellissimi brani e, nelle sue intenzioni, ancora gli ispirerà nuove composizioni). Una mitologia di cui abbiamo ereditato il lessico senza, però, esserne degni, visto che lo usiamo in maniera impropria, sconfinando in certi casi nel ridicolo, come ha fatto notare il Maestro. E per chiudere il cerchio di questo pensiero Piovani ha citato anche il mito di Europa: «L’Europa l’hanno inventata i greci, per cui pensarla senza la Grecia…».

Critico – ma con signorilità e senza vis polemica, ché certe affermazioni sono smentite dai fatti ancor prima d’esser pronunciate – pure con chi sostiene che «se una cosa non passa in televisione, non esiste».«Noi qui, oggi, abbiamo dimostrato che esistiamo e io sono felice di questa inesistenza» ha detto salutando il pubblico dopo il necessario bis.

Nicola Piovani di profilo mentre passeggia in mezzo alla campagnaPer chiudere questo ricordo, però, dobbiamo fare un passo indietro e soffermarci su un discorso (e un’esecuzione musicale) precedente. Un discorso su ciò che può definirsi contrario – o, meglio, controcanto – della musica e delle parole: il silenzio. Lo dobbiamo fare per dimostrare che Piovani non l’abbiamo sentito: l’abbiamo ascoltato. Introducendo un brano scritto per l’ultimo film di Fellini, “La voce della luna”, il Maestro di Musica ha ricordato una battuta pronunciata da Benigni, che considera parte del testamento del Maestro di Cinema e che, senza dirlo esplicitamente, ci ha invitato a ereditare: «Eppure io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire».

 

Foto Giuseppe Argiolas

Pin It

Scrivi un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


*