Sardegna: comitati contro i Radar della GdF

Sardegna: comitati contro i Radar della GdF

L’Amministrazione Militare della Guardia di Finanza ha previsto l’installazione di quattro radar di profondità in Sardegna, volti al controllo dei flussi migratori. I 4 radar andrebbero collocati in aree di grande pregio paesaggistico, tra l’altro vincolati in quanto Siti di Interesse comunitario, Zone a Protezione Speciale o parchi. Si tratta di Capo Pecora, Tresnuraghes, Capo Sperone e l’Argentiera. I vincoli presenti su questi territori non hanno però rallentato, né tantomeno fermato, la veloce concessione dei territori stessi. A Sant’Antioco (Capo Sperone) è stata addirittura riconcessa dalla Regione Sarda una ex area militare, restituita poiché dismessa.

Sono forti adesso le proteste, contro una ulteriore militarizzazione della terra sarda e contro lo sfruttamento delle splendide aree ambientali costiere a danno del turismo, settore che dovrebbe essere invece favorito in quanto veicolo di risorse economiche e lavorative.

Sono nati subito 4 comitati denominati No-radar, che presidiano le relative zone interessate con l’obiettivo di fermare il paventato pericolo rappresentato dall’installazione dei radar. Si temono infatti anche danni alla salute pubblica che potrebbero derivare dalla presenza di tali apparecchiature, particolarmente sentiti in questo momento anche in seguito al grande clamore suscitato dalle questioni sollevate attorno al Poligono di Quirra, dove sono stati sequestrati 12 radar.
Uno dei quattro comitati sorti è il “comitato No-Radar Capo Pecora”, nato a Fluminimaggiore. Questo comitato sostiene in un comunicato l’alta pericolosità delle onde elettromagnetiche emesse dai radar e denuncia il fatto che non siano stati preliminarmente coinvolti la popolazione, la Giunta e il Consiglio comunale al fine di conoscere le loro opinioni al riguardo. Il comitato denuncia anche l’assenza di valutazioni sulle conseguenze connesse all’installazione di un radar di profondità, l’assenza di un dibattito in Consiglio comunale sulla posizione dell’Amministrazione riguardo i fatti, sul fatto che non si sia chiesta subito una sospensione dei lavori. E’ stata organizzata una grande manifestazione di presidio domenica 22 maggio scorso, per tutto il giorno, presso il sito del radar, già presidiato da diverse settimane.
Il Comune di Fluminimaggiore in una seduta di Consiglio Comunale aperta al pubblico, ha approvato un documento che dice no al radar, chiedendo anche “alle Province interessate, alla Regione Sardegna, al Governo Italiano, ai Parlamentari sardi, alle forze Politiche, Sociali e Sindacali di adoperarsi per individuare soluzioni soddisfacenti nel pieno rispetto delle legittime aspettative delle popolazioni interessate”.
L’11 giugno scorso si è svolta a Tresnuraghes, altro sito coinvolto, la riunione dei 4 comitati No –radar, che ha discusso su diversi punti, tra cui l’organizzazione di ulteriori manifestazioni e presidi e un incontro con il presidente della Regione Cappellacci con i sindaci interessati per il 14, saltato poi per assenza del presidente e rimandato al giorno successivo. I comitati avevano delle richieste ben precise, sostenute anche dai recenti successi ottenuti in Puglia grazie ai blocchi imposti dal TAR e in Sicilia dal Ministero dell’Ambiente.
Un altro comune, limitrofo a Fluminimaggiore, Arbus, ha convocato un consiglio comunale in seduta straordinaria con all’ordine del giorno un unico punto: il “Pronunciamento del Consiglio Comunale sull’ipotesi di installazione di ulteriori sistemi radar nel territorio comunale.” Pare infatti che il Ministero della difesa, a seguito della resistenza esercitata dai comitati spontanei, che hanno di fatto impedito l’installazione dei radar di profondità, stia cercando altre zone su cui installare i radar, probabilmente zone già militarizzate.
I radar, come detto all’inizio, sono stati richiesti dalla Guardia di Finanza per intercettare i migranti. Il rischio che si teme è però anche quello che poi queste strumentazioni diventino niente altro che altre servitù militari in una terra già gravata dalla presenza di basi militari, italiane e non solo.

Veronica Atzei

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