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QuanteStorie: “Signorina Aida” (audioracconto)

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Eccoci a un nuovo appuntamento con gli audioracconti di Gaetano Marino.

Oggi il suo genio creativo ci propone un altro racconto della nostra Marcella Onnis, arricchito non solo dalla sua brillante interpretazione ma anche da un sottofondo musicale.

E che sottofondo!

 

 

 

Ogni giorno, che tornasse dalle poste, dalla farmacia o dalla bottega di signora Rosina, signorina Aida passava per la stessa strada. Non che lo facesse apposta: di lì doveva passare per forza per raggiungere qualunque punto strategico del paese. Noi lo sapevamo e lì ci appostavamo per vederla.

Non era bella, no, portava persino occhiali dalla pesante montatura, ma aveva un non so che per cui noi ragazzi – e pure gli uomini fatti – provavamo un piacere particolare nel guardarla passare. Sarà stato il portamento fiero (schiena dritta, petto in fuori, culo e mento alto) o saranno stati i bei polpacci sempre in vista. O sarà stato che una donna che sta bene con se stessa è sempre attraente per un uomo, anche se questo l’ho capito solo anni più tardi, diventando uomo anch’io.

Dunque, con i fratelli Costa (Nino e Nando), Piero e Marietto ogni giorno attendevo,  penzoloni sul muretto, il momento fortunato in cui l’avremo rivista, ché non sempre la si riusciva a beccare per strada. Nando era immancabilmente il primo a scorgerla – come facesse non lo so – e cominciava a dar di gomitate a Nino e Piero. Questi, a loro volta, ammiccando, avvisavano me e Marietto, che immancabilmente occupavamo gli estremi opposti dello schieramento. Quando signorina Aida oltrepassava Marietto, lui attaccava con Aida di Rino Gaetano, ma sempre e solo per cantare il pezzo che fa A-iida, come sei bellaaa...
Lei sfilava davanti a noi impassibile, ma un giorno … Un giorno, almeno uno, io son sicuro che l’è scappato un mezzo sorriso divertito. Gli altri ne han sempre dubitato, però io sapevo di non sbagliarmi perché ero l’ultimo della fila e l’avevo potuta osservare più a lungo di tutti. Nino, invece, diceva che un giorno l’aveva incontrata da solo e che lei gli aveva detto: “Dì al tuo amico che ogni tanto potrebbe anche cantarmi la marcia trionfale dell’Aida di Verdi”. Ma questa cosa qui proprio non l’abbiam creduta, anche perché ne sparava così tante che non gli davamo retta nemmeno quando diceva il vero.

Quanto tempo passato a immaginare la vita segreta di signorina Aida dietro le mura di quella casa in cui mai eravamo entrati! Eravamo convinti che, nonostante fosse zitella e indossasse abiti casti (ma non da vecchia zia), fosse una molto focosa. Anche mia nonna, tra l’altro, era di quell’avviso: diceva che una che non va in Chiesa non ha rispetto di Gesù e se non ha rispetto di Gesù, allora è per forza devota al Demonio… con tutte le sconcezze che ne discendono. E il sesso, almeno fuori dal matrimonio, per mia nonna era la più grande sconcezza che potesse concepire. Il babbo di Piero, però, non era affatto d’accordo, anzi: diceva che quella – così la chiamava – ce l’aveva d’oro. Ma noi, quando suo figlio non c’era, dicevamo che di sicuro parlava così perché da giovani lei non gliel’aveva data. E per forza: era brutto come la fame.

Quei momenti perfetti han riempito di attese e di risa mesi e mesi della nostra prima adolescenza. Fino a che un forestiero non è giunto a rovinare la festa a noi e agli altri maschi del paese, ammogliati compresi.

Il forestiero veniva dalla città e, come spesso accade, era tutto fuorché bello. Certo, l’ho detto che signorina Aida non era bella neppure lei, ma era speciale, era una Donna e, soprattutto, era il nostro spettacolo … cui assistevamo gratis: un conto sarebbe stato rinunciare a lei per uno del posto, un conto era farlo per uno che a noi paesani ci guardava dall’alto in basso. Chissà come l’avrà trovato, ci chiedevamo sconsolati e un po’ risentiti che avesse snobbato il maschio patrimonio locale.

Venne ad abitare con lei senza sposarsi, con orrore di mia nonna e delle sue amiche beghine, con sconcerto di noi altri che cose così in paese non ne avevamo mai viste né sentite. Arrivò e capimmo da subito l’antifona: non erano passate neanche due settimane che fece erigere un muro tra casa loro e quella di zio Ciccio e famiglia,  levando la bella inferriata che, tra un cespuglio di rose e un oleandro, lasciava intravedere agli uni il cortile degli altri. Signora Rosina raccontava ai clienti che lui aveva confidato solo a lei il motivo di questo cambiamento: che il signor di fianco si doveva scordare le sbirciate alle gambe della sua Aida! Ora, che potesse aver pensato una cosa simile nessuno lo escludeva, ma che l’avesse detto solo a lei, proprio a lei, Gazzettino del paese, sembrava a tutti poco probabile.

Dopo la comparsa di questo fidanzato, signorina Aida prese ad uscire sempre meno e mai, proprio mai, sola: lui era immancabilmente al suo fianco, come Nino e Piero con Nando quando ci schieravamo sul muretto. E, come non bastasse, da subito le fece smettere le gonne che arrivavano giusto sotto il ginocchio: niente più polpacci in bella vista, ma solo le loro forme da immaginare sotto le gonne lunghe o, addirittura, i pantaloni.

Gli affronti del Signorino di città verso noi paesani cominciavano a essere troppi, così un giorno a Marietto venne un’idea per canzonarlo, che noi approvammo all’unanimità perché con le prime sigarette in bocca ci sentivamo tutti più spavaldi. La sera, prima di rincasare per cena, cominciammo a fare una deviazione verso casa di signorina Aida, che adesso era pure casa di quello là. Giunti sul posto, facevamo un paio di fischi di quelli con le dita in bocca o di quelli che si fanno per apprezzare le belle ragazze. Ci divertimmo così per alcune sere, poi Marietto, sempre lui, alzò il tiro: “Oggi le canto Aida sparò. E noi: “Ma va là!” Invece lo fece. Ridacchiando per la trovata e per non aver pagato la bravata, tornammo a casa e promettemmo di rifarlo il giorno dopo. Fummo di parola e così continuammo per alcuni giorni.

Continuammo fino al giorno in cui il fidanzato della signorina Aida non uscì in giardino urlandoci “disgraziati”. O “pervertiti”, secondo Nino, che doveva sempre ingigantire tutto. Non ingigantiva, però, quando, come noi, zio Ciccio e gli altri vicini, raccontava che, dopo le urla, l’uomo aveva sparato tre colpi di fucile in aria. Pum! Pum! Pum! E al terzo sparo noi eravamo già dentro casa, diretti di corsa verso il bagno.

Che sia stato per questa storia del fucile o perché era stufa di fargli da schiava e di sopportar le sue scenate di gelosia, fatto sta che dal giorno dopo del Signorino di città non se ne seppe più nulla. E dopo qualche settimana signorina Aida riprese a sfilare per noi.

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