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Mario Vargas Llosa, un Maestro con l’umiltà dell’Allievo

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Di letteratura, fantasia e verità, ma anche dell’oggi, dello ieri e del domani ha parlato Mario Vargas Llosa nel gran finale del XIX festival della letteratura di Mantova, “interrogato” da Ernesto Franco.

di Marcella Onnis

Festivaletteratura 2015 – Mantova – Domenica 13 settembre 2015

Si poteva forse rinunciare a vedere e sentire Mario Vargas Llosa, nel gran finale della 19^ edizione del Festival? Ovviamente no. Per questo, pur sapendo che non saremmo potuti restare fino alla fine dell’incontro, io e i miei compagni di viaggio (Silvia, Maria, Stefano e Pino) abbiamo acquistato comunque il biglietto.

una donna e due uomini seduti a un tavolo su un palco davanti al pubblico“LA LETTERATURA È FUOCO” – A dialogare con il Nobel per la letteratura, a Palazzo Ducale – piazza Castello, è Ernesto Franco, esperto di cultura ispano-americana. Questi parte da un celebre discorso fatto da Vargas Llosa nel 1967 a Caracas, durante il quale affermò che la letteratura è fuoco. «Cosa intendevi?» gli chiede Franco. Risponde l’interessato: «La letteratura è potenzialmente sovversiva. Nelle società aperte, libere, è evidente; nelle società autoritarie, totalitarie, la letteratura è sempre vista come un pericolo per il potere: potenzialmente è un pericolo per chi vuole controllare la vita delle persone dalla culla alla tomba. Per questo, in tutte le dittature militari o religiose, ci sono sistemi che mirano a controllare e censurare la letteratura».

LA NECESSITÀ DELLA FINZIONE – Ma «è pensabile il mondo moderno senza il romanzo?» gli domanda Franco, citando il suo omonimo saggio, per poi chiedergli anche cosa sia il mondo moderno. «Forse è possibile pensare a un mondo senza racconti, ma credo sia impossibile pensare un mondo senza finzione, perché è necessario per gli esseri umani sfuggire alla loro vita per capirla meglio, immaginando un mondo migliore di quello in cui vivono. Uno degli elementi di decadenza del mondo moderno è proprio il fatto che la narrazione passa sempre più attraverso gli schermi» risponde Vargas Llosa, ma subito si appresta a chiarire: «Non sono contro il cinema né contro la televisione. Ho seguito, anzi, con piacere alcune serie televisive. Mi pare che la televisione abbia mostrato una grande creatività con certe fiction. Però, penso che questa finzione sia molto più superficiale, effimera, di quella che arriva dalla letteratura, che è un’operazione che fa lavorare la coscienza, la fantasia… e, quindi, non si ha una reazione così passiva come quella che si ha con la TV».

«La serialità, per definizione, non ha fine. La chiusura non è un elemento determinante dell’opera d’arte, ma può servire per dare un senso» commenta Franco e Vargas Llosa ribatte: «Credo che l’epilogo sia importantissimo per un romanzo, ma ancora di più credo sia importante l’inizio, per agganciare il lettore. Il finale è importante, a volte ne restiamo delusi, tuttavia direi che la prima frase è molto più importante del finale». E fa l’esempio de “La condizione umana” di André Malraux, di cui ricorda a memoria l’incipit, ma non ricorda affatto il finale.

IL ROMANZIERE, “UNA SPOGLIARELLISTA AL CONTRARIO” – «Hai scritto che il romanziere è un po’ come una spogliarellista, ma al contrario: il romanziere inizia nudo e a poco a poco si veste» ricorda Franco e l’interessato ci chiarisce il concetto: «Questa metafora vale per quei romanzieri che, come me, usano la propria memoria, le proprie esperienze di vita come materia prima. Vale per quelli per cui il punto di partenza è sempre un’immagine, un’esperienza vissuta che – per una ragione misteriosa per me – diventa poi l’embrione di una storia. E da lì la fantasia fa partire un racconto. Ho usato questa metafora perché lo scrittore riveste quella esperienza di partenza con la fantasia. La cosa che non sono mai riuscito a capire è come mai solo certe esperienze hanno il potere di spingermi a scrivere una storia. Ci sono certe cose che mi capitano e mi spingono, mi obbligano quasi a scrivere una storia; altre che non lasciano traccia. Penso che queste esperienze tocchino qualcosa nella coscienza, nel suo fondo, ma è un mistero che non riesco a spiegare. Le esperienze che mi ispirano possono essere anche esperienze di lettura, non per forza vissute».

LE CONTRADDIZIONI DELLE GRANDI METROPOLI – «Alejo Carpentier sosteneva di scrivere dell’America Latina per far capire come fosse un continente dei contesti, contesti fortemente contrastivi. Ci sono le costituzioni più belle e le realtà più oppressive, le dittature più cruente; ci sono le metropoli più avanzate e gli uomini che vivono nell’età della pietra; città con milioni di abitanti e persone che vivono in luoghi sperduti… È ancora descrivibile così?» gli domanda Franco e lui conferma: «Certamente sì. L’estrema modernità e l’estremo primitivismo convivono. Con la globalizzazione questo fenomeno è ormai di portata mondiale. È così anche a Parigi. Tute le capitali mondiali hanno quartieri in cui le persone non godono dei benefici della modernità. Le ere storiche ormai convivono ovunque. Ne troviamo conferma anche negli orrori causati dal fanatismo religioso in tutte le grandi capitali. Ormai non c’è più una città che possa dirsi soltanto civilizzata. Non è la verità».

LA LETTERATURA È SEMPRE UN TESORO – Tra l’italiano e il peruviano è un serrato e avvincente botta e risposta, che riusciamo a seguire anche in presa diretta perché lo spagnolo di Vargas Llosa è di facile comprensione (e dove non arriviamo c’è l’affidabile traduzione di Giovanna Melloni). Per la domanda successiva, Franco “si appropria” di una domanda posta da una studentessa cinese a Claudio Magris: «Che cosa si perde scrivendo?». Lo scrittore peruviano non ha esitazioni: «Io credo che non si perda nulla: si guadagna molto. E lo stesso leggendo. L’uomo ha sempre questo desiderio di uscire da sé, di vivere l’esperienza degli altri. Da sempre il racconto e il romanzo consentono questo. Credo che questa sia una forma di arricchimento straordinario. I romanzi consentono di penetrare in altre culture, altre epoche, di guardare noi stessi in un’altra prospettiva. E fanno scoprire che la diversità degli esseri umani è enorme per lingue e culture, credo e costumi, ma c’è un denominatore comune che sconfigge le barriere e porta un senso di fratellanza. La letteratura non è un grande arricchimento solo per chi scrive: lo è forse ancor di più per chi legge».

Franco ricorda che, secondo Forster, fantasia ed esattezza sono un cocktail micidiale e chiede dunque a Vargas Llosa se davvero il connubio funzioni, ricevendo questa risposta: «Non so se funzioni per me. È vero per Borges, per cui questa definizione calza a pennello: una fantasia straordinaria e una precisione incredibile. Sembrano in contrasto, perché la fantasia sembra non abbia limiti, ma in lui si combina con un linguaggio preciso, quasi direi matematico e io credo che ciò faccia di lui uno scrittore di grande originalità letteraria».

INFERNO CONGO E DRAMMA DEI MIGRANTI – E a proposito di precisione ed esattezza, ma anche del suo lungo viaggio in Congo, Franco domanda allo scrittore quanto il documentarsi sia importante, quando vada aperta la fase di documentazione e quando chiusa. «Prima di tutto devo chiarire cosa intendo con documentazione. Per me non è quella dello storico che cerca dati precisi: io faccio una documentazione sul campo, per mentire con cognizione di causa» precisa Vargas Llosa. E, mentre noi scoppiamo a ridere, prosegue: «Non cerco una verità da trasferire nella narrazione: cerco sapori, odori, colori, gente… Ciò mi fornisce idee che utilizzo con la massima fantasia. Non credo che il romanzo tenga come un libro storico, un saggio di storia, a fornire la verità: deve creare una verità letteraria. E questa finzione serve a illuminare la mente del lettore». Un discorso che – pur non arrivando ad affermare che la verità in letteratura è il male totale – ha molto in comune con quanto affermato lo stesso giorno da Marcello Fois riguardo al rapporto tra verità storica e finzione letteraria.

Riguardo al suo soggiorno in Congo, poi, Vargas Llosa ritiene doveroso raccontare quanto visto con i propri occhi, ossia una realtà che ha superato le già tragiche aspettative: «È stata una dell’esperienze più terribili della mia vita: ho sperimentato violenza, miseria e orrori che immaginavo, ma non pensavo così grandi. Mai vista tanta miseria e violenza come in quel luogo».

«Che cos’è urgente in questo momento per capire l’oggi, indipendentemente da ciò che dicono i media?» gli domanda Franco. Il nesso con il discorso precedente emerge subito nella risposta dello scrittore: «Senza dubbio le migrazioni. Ci sono milioni e milioni di persone che abbiamo scoperto vivere nella violenza, nello sfruttamento, nella miseria, in condizioni di guerra… Sono milioni e milioni di persone che si muovono per rincorrere il sogno di vivere in libertà, sicurezza… Il problema è trovare una strada per risolverlo, altrimenti il mondo potrebbe rivelarsi un luogo in cui scoppierà una violenza indescrivibile». E qui ritorno all’inizio del mio personale percorso del festival: a Noo Saro Wiwa, che ha aperto un cerchio virtuoso della fratellanza e della comprensione, alimentato da altri autori dopo di lei e saldato da questo intervento di Vargas Llosa.

CAPIRE IL PRESENTE CON IL PASSATO – «E un libro che è urgente leggere oggi per capire l’oggi?» domanda ancora Franco, ottenendo subito risposta: «Shakespeare e Cervantes (di cui celebriamo i 400 anni dalla morte), per scoprire che sono assolutamente contemporanei. E potremo aggiungere Dante, Omero…».

«E un evento del passato di cui è urgente avere memoria?»
«La disintegrazione dell’URSS e dell’utopia comunista. Credo siano stati la più grande sfida degli ultimi tempi. Milioni di persone hanno creduto che potesse esistere la società perfetta, da sempre desiderata, dove libertà e uguaglianza si materializzassero. La realtà ha mostrato che queste società hanno prodotto un inferno per effetto dell’impossibilità di soddisfare i desideri più semplici delle persone, quindi l’utopia è crollata. Credo sia stato un fenomeno straordinario che ha aperto grandi possibilità, che non sempre sono state colte. Alcune si sono perse».

Il mio resoconto finisce qui, anticipatamente rispetto alla conclusione dell’incontro, perché gli orari dei voli sono indifferenti al fascino dei Nobel per la letteratura. Se qualcuno di voi, invece, ha potuto godersi il seguito, ce lo racconti! Non si ascoltano, infatti, saggi e sapienti solo per se stessi, ma anche per raccontare agli altri ciò che si è udito. Perché acquisire conoscenza e tenersela per sé è più grave che non curarsi di acquisirla: chi non se ne cura non la ritiene importante e non capisce quale bene stia sprecando. Ma chi, al contrario, di acquisirla se ne cura evidentemente la ritiene utile, preziosa, e non condividendola con gli altri si rivela egoista e pure stolto: come si può credere, infatti, di poter divenire migliori, se non si fa in modo di rendere migliore anche il mondo intorno a sé?

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