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Tante culture, una sola umanità: a lezione da Noo Saro-Wiwa

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Presente al 19° Festival della letteratura di Mantova con il suo ultimo libro “In cerca di Transwonderland”, Noo Saro-Wiwa ha raccontato con i sui occhi un po’ della Nigeria e del mondo… che, a ben guardare, è tutto paese.

di Marcella Onnis

Festivaletteratura 2015 – Mantova – Giovedì 10 settembre 2015

copertina del libro di In cerca di Transwonderland di Noo Saro WiwaPer Noo Saro-Wiwa si tratta della seconda visita in Italia, ma della prima dopo l’uscita del suo ultimo libro “In cerca di Transwonderland”. In questa pubblicazione racconta la Nigeria come l’ha ritrovata dopo tanti anni di assenza: cresciuta in Inghilterra, vi tornava in vacanza da bambina con i genitori e i fratelli «per fortificare lo spirito e il corpo», in un’esperienza che, nel libro, paragona a un gulag. «Perché tuo padre te lo faceva fare?» le domanda il giornalista e scrittore Francesco Abate, incaricato di condurre l’incontro al conservatorio di musica “Campiani”. «I miei non vivevano in Nigeria e mio padre era preoccupato che diventassimo troppo debolucci. Ci aveva portato in Inghilterra per avere un’istruzione, non per diventare inglesi» risponde, per poi aggiungere che «Quando sei cresciuto in Inghilterra e sei abituato ad avere cioccolati, cartoni animati…, se poi ti tolgono tutto e vai dove non c’è nulla, né televisione né energia elettrica, è chiaro che in quel posto non ci vuoi andare. Non era una vacanza glamour. Ovviamente oggi, guardando al passato, sono contenta di aver fatto questo, di aver passato le vacanze con i miei fratelli a guardare il soffitto, pensando alla nostra vita. Abbiamo avuto modo di confrontare Nigeria e Inghilterra e di farci domande, trovando risposte diverse dai nostri amici inglesi, che magari davanti al diverso grado di sviluppo dei due paesi potevano pensare “Gli occidentali sono superiori”».

“NON TI RICORDI DI KEN SARO-WIWA?” – «Parlare di te significa parlare di tuo padre, Ken Saro-Wiwa: spieghi al nostro pubblico chi era e come se n’è andato?» la invita a fare Abate, che aveva esordito spiegando che la sua curiosità per il celebre attivista, padre della scrittrice, è nata grazie al verso di una canzone: “Non ti ricordi di Ken Saro-Wiwa?” in “A sangue freddo” de Il Teatro degli orrori. (E chi scrive premette, per onestà nei confronti di voi che leggete, di averlo conosciuto grazie a sua figlia o, meglio, grazie a Francesco Abate che, conducendo questo incontro, gliel’ha fatta conoscere.)

Per Noo Saro-Wiwa è necessario partire dalla sua etnia, gli Ogoni: «È un’etnia piuttosto piccola, siamo circa 700 mila. Siamo “seduti” su uno dei più grandi giacimenti di petrolio, scoperto negli anni ’50 dalla Shell. Da allora, nel delta del Niger ci sono frequenti fuoriuscite di petrolio», fuoriuscite che, spiega, sono di gravità paragonabile al disastro avvenuto nel 2010 nel Golfo del Messico. «Mio padre era una di quelle persone rare, di estrazione familiare molto umile, ma molto intelligente, per cui ha vinto una borsa di studio per frequentare una buona scuola. Era una persona eclettica: era un’attivista per i diritti umani, ma anche un uomo d’affari (era stato produttore televisivo). Il fatto che noi Ogoni fossimo governati da un governo corrotto ha fatto sì che non potessimo svilupparci e che venissimo relegati a vivere in campagna, ma questa era inquinata dal petrolio. Mio padre si è ribellato a questo. Era una persona coraggiosa e rappresentava, quindi, una minaccia per il governo nigeriano. Per questo lui e altri otto attivisti furono accusati di istigazione all’omicidio di altri attivisti. Era una farsa, ma furono condannati e giustiziati».
primo piano di Noo Saro WiwaQualcuno tra il pubblico più tardi dirà di aver sentito Noo Saro-Wiwa fredda, in particolare in questo momento in cui parlava di suo padre e del mondo ignobile in cui è stato ammazzato. Qualcun altro, però, ipotizzerà che si tratti semplicemente di una questione di cultura, la quale influenza anche – e non poco – il modo di gestire le emozioni. O, ancora, potremmo ipotizzare – non necessariamente escludendo le altre ipotesi – che gestisca il suo dolore in maniera razionale, che è cosa diversa dall’esser freddi. È, infatti, questo un modo per sopravvivere al dolore, per poterne parlare lucidamente, soprattutto se – volenti o nolenti – si è costretti a farlo spesso.

A fine incontro un lettore-ascoltatore le chiederà che fine abbia fatto negli Ogoni la lotta di Ken Saro-Wiwa e lei, senza esitazione, così risponderà: «Mio padre ha contribuito a sensibilizzare gli uomini verso il problema del rispetto dei diritti umani e della tutela ambientale, poi è arrivato l’Onu. Lui ha concluso la prima fase, quella della sensibilizzazione: adesso arriva quella difficile. È vero che l’Onu adesso ha imposto al Governo di mantenere l’ambiente pulito e che Shell e le altre società devono pagare per le fuoriuscite di petrolio, ma dobbiamo sperare che applichino queste disposizioni. La parte pratica è la più difficile».

IL RITORNO – «Nel libro si leggono alcune lettere che tuo padre inviava alla famiglia, preoccupato per i suoi figli. In certi passaggi mi è sembrato di leggere le lettere che Antonio Gramsci spediva alla sua famiglia. La Nigeria ha messo fine in maniera così cruenta alla vita di tuo padre: allora perché tornarci?» le domanda Abate.
«Come mio padre, ho sempre amato viaggiare. L’ho fatto in Africa e poi ho scritto delle guide turistiche. Ho sempre saputo che avrei voluto scrivere non romanzi ma scritture di viaggio» spiega e poi racconta di essersi chiesta, a un certo punto, “Come sarà mai fare un viaggio in Nigeria?” «Ovviamente avevo fatto di tutto per starne alla larga negli anni precedenti, ma si sa che le cose cambiano. Volevo, quindi, andarci come negli altri paesi africani, come destinazione turistica, senza tornare dai miei parenti e vedendola in maniera dissociata da mio padre, vedendola in un modo diverso».

Il ritorno in Nigeria è anche occasione per fare il punto, con occhi adulti, su vecchi e nuovi mali come su vecchi e nuovi pregi del suo Paese. «Hai dei momenti in cui ti vergogni o inorgoglisci dei nigeriani?» le chiede Abate e lei risponde: «Sono orgogliosa di essere nigeriana, ma come tutti i popoli facciamo cose imbarazzanti e in quei momenti vorresti dissociarti, non fare di tutta l’erba un fascio». (C’è forse uno tra voi che non si identifica in questa reazione?) E prosegue: «Quando ho scritto il libro ho pensato che i nigeriani si sarebbero offesi per i lati negativi che ho esposto e così è stato, perché si sono concentrati su questi e non anche su quelli positivi. Siamo ossessionati dall’idea che gli altri hanno di noi e frustrati perché siamo convinti di essere superiori, ma non possiamo dimostrarlo». «Sì, sì, siete sardi, non c’è dubbio!» commenta Abate, provocando risate fragorose tra il pubblico, soprattutto tra i suoi conterranei. E altrettanto fa divertire con la successiva domanda: «Nel libro parli di Lagos e lo chiami “centro d’eccellenza”… ma eccellenza di che cosa?!» «Non lo so, effettivamente, però va detto che a noi nigeriani piace tanto esagerare» risponde con schiettezza divertita, per poi aggiungere che in Nigeria «c’è questa convinzione che se dici che una cosa è bella, prima o poi si avvera. Ai nigeriani piace pavoneggiarsi». E come esempio cita il fatto che si dia molto peso ai titoli e che ai politici ci si rivolga con “Sua eccellenza”. (Alzi la mano chi sta pensando di aver capito male e che non di Nigeria ma d’Italia stesse parlando.)

Più tardi un altro lettore-ascoltatore le chiederà se pensa di trasferirsi a vivere in Nigeria e lei risponderà: «Un giorno potrei anche pensare a questa eventualità, ma dovrei trovare un modo per sostenermi finanziariamente, perché già vivere a Londra è dura. Mi piacerebbe, un giorno, ma per adesso sto bene così. La soluzione ideale potrebbe essere vivere tra i due paesi».

TRASPORTI PITTORESCHI, BANDE E SUGAR MONEY – Continuando a commentare il resoconto scritto del suo viaggio in Nigeria, Abate chiama in causa i danfo, una specie di pulmini non proprio affidabile, sicura e igienica. «Ma la vita sui danfo è davvero così o sono puliti e hanno orari, biglietti, fermate?» le chiede il giornalista-scrittore-presentatore. «No, no, è esattamente così» risponde Noo Saro-Wiwa, che aggiunge: «Non ho abbrutito la realtà e io ne ho un’esperienza limitata. Quello che ho scritto capita ogni giorno. Mio fratello che vive lì e ha lavorato dieci anni per il Governo potrebbe raccontare storie incredibili». «Vuoi dire tu a quanti posti sono gli scooter nigeriani?» le chiede Abate, proseguendo l’excursus sui mezzi di trasporto.  La scrittrice spiega che si chiamano okada e che «di solito, hanno spazio per il guidatore e un passeggero, ma ci viaggia anche un’intera famiglia. In Inghilterra, la madre sarebbe arrestata per questo e i bambini affidati ai servizi sociali». «Siete sempre più sardi» commenta Abate, che subito argomenta la sua teoria per chi, non essendo sardo, non può capire quanto questa sia fondata: «Ho visto intere famiglie su un’apecar, che noi chiamiamo apixedda, compresi anche animali… Ma li avete anche voi!».

pubblico seduto davanti a un palco con tre persone sedute a un tavoloL’incontro è seguito con grande attenzione dal pubblico che, se non riesce a cogliere direttamente i concetti da Noo Saro-Wiwa, può comunque contare sulla traduzione dell’efficientissima e rapida interprete. A tenere alta l’attenzione, però, è anche l’abilità con cui Abate – così come quando scrive – alterna sapientemente comicità e serietà. E molto seri sono gli argomenti che, a questo punto, inizia ad affrontare. Le bande autorizzate che operano a Lagos, per esempio. Noo Saro-Wiwa spiega che «la criminalità è sfruttata dal Governo. Ci sono queste bande che vanno a raccogliere il pizzo, una sorta di pedaggio, dalle famiglie che vogliono proseguire il proprio viaggio».

Altro elemento inquietante, ma che suscita anche una certa ilarità è quello dei giovani accompagnatori. Durante il suo viaggio in Nigeria, come racconta nel libro, la scrittrice incappa in uno di loro, ma capisce solo dopo che questi è gentile per professione: «In effetti, quel giovanotto voleva semplicemente dei soldi da me, ma arrivata in Nigeria non avevo ancora capito che ci sono dei venti-trentenni che cercano donne più grandi cui offrire sesso in cambio di soldi». Racconta poi che esistono, addirittura, pubblicità che parlano di sugar moneyossia, appunto, di questi servizi. E gli annunci sono molto dettagliati nel descrivere il tipo di cliente che tali ragazzi cercano. Questo nuovo fenomeno l’ha particolarmente stupita poiché la Nigeria è un Paese molto religioso (ma in questo – mi dispiace per i nigeriani – noi facciamo scuola da molto più tempo. In compenso, per altre questioni stiamo seguendo le orme del loro paese in cui, a detta di Noo Saro-Wiwa, ciò che è pubblico non funziona, mentre ciò che è privato sì). E il suo stupore è una delle ragioni per cui ha deciso di «indagare per capire se poteva essere considerata una candidata ideale e per capire perché questi ragazzi lo facessero. Spesso la risposta era “per povertà”».

RELIGIONE, CIARLATANERIA E MISERIA – «Dici che la Nigeria è un paese con un forte sentimento religioso» sottolinea Abate, che ricorda come questo stato sia diviso in due grandi religioni: l’islamismo, diffuso al Nord, e il cristianesimo, diffuso nel Sud. Ma, precisa, si tratta di un cristianesimo molto particolare, simile a quello americano dove ognuno si fa la sua chiesa. «Sì, la religione svolge un ruolo molto importante, ha un ruolo preponderante nella vita del mio Paese» spiega, poi aggiunge: «C’è una varietà di credo religiosi, ma ci sono anche tantissimi ciarlatani che fanno leva sulla credulità dei fedeli. C’è chi chiede soldi per fare miracoli. Sono impostori ricchissimi, che vengono trattati come rockstar, vanno sulle copertine…» «La religione prende gli spazi che lo Stato non è in grado di coprire» commenta Abate e lei conferma.

Altro problema di questo Paese è la difficoltà di svilupparsi economicamente, una difficoltà che non pare dovuta solo all’oppressione in cui la tengono le compagnie petrolifere straniere e i governi corrotti e conniventi, ma in parte anche a una questione di mentalità. Così fa pensare quanto racconta Noo Saro-Wiwa a proposito dell’uso delle candele, molto diffuso nel suo Paese a causa della totale inefficienza e inaffidabilità del servizio di fornitura dell’energia elettrica. Nonostante, appunto, da tempo in ogni famiglia si usi una grande quantità di candele, l’industria dei candelabri – a differenza di quanto aveva supposto lei stessa – non è affatto fiorente. Perché? «Perché siamo convinti che sia sempre una situazione provvisoria e nessuno quindi si sogna di comprare candelabri».

un uomo parla al microfono con una donna seduta accantoIL TERRORISMO ISLAMICO IN NIGERIA – La miseria, dunque, permane e, combinata al fanatismo religioso, produce i drammi che sappiamo. Abate precisa in proposito che, quando il libro è stato scritto, la minaccia di Boko Haram non c’era ancora né il rapimento delle oltre 200 studentesse era ancora avvenuto. Per questo invita Noo Saro-Wiwa a spiegare cosa sta succedendo ora nel suo Paese. «Neanche noi capiamo molto di ciò che succede con questi movimenti terroristici» risponde, per poi avanzare la sua ipotesi: «Secondo me, ogni società ha dei despoti e ogni despota ha bisogno di soldati. In Nigeria la povertà fa crescere questi soldati». Spiega, inoltre, che nel Nord del paese, in cui appunto dilaga il fanatismo islamico, i britannici non hanno introdotto l’educazione occidentale, per cui al Sud sono più sviluppati rispetto a questa zona del Paese, non solo economicamente. Tra le altre cose, quindi, ci si aspetta che le ragazze vadano a scuola, mentre al Nord no e gli uomini si ritengono superiori alle donne, per cui non vogliono che siano istruite. Lo stesso nome Boko Haram significa letteralmente «l’istruzione occidentale è proibita». «Il terrorismo finisce per diventare un po’ come i predicatori» spiega, anche perché «il Governo ha gestito male questa emergenza. Gli Stati uniti hanno finanziato abbondantemente la lotta al terrorismo, ma come sempre il Governo non ha saputo gestire la cosa, i soldi sono spariti e i nostri soldati non sono attrezzati. Addirittura, se incontrano i terroristi, si levano le divise e scappano, confondendosi tra i civili». Noo Saro-Wiwa fa, quindi, un confronto tra il terrorismo islamico di matrice nigeriana e l’ISIS (o IS), lo Stato islamico: a suo parere, non sono paragonabili perché in Nigeria «la corruzione mina anche i gruppi terroristici». E fa un esempio lampante: tempo fa si è cercato di introdurre la Sharia, ma la polizia islamica si lasciava corrompere e quindi non applicava la legge. Per cui, afferma,  «la corruzione, che di solito per noi è una maledizione, in questo caso è una benedizione». Tale contesto fa sì che la situazione si differenzi molto anche da quanto accade in Siria  e conclude: «la Nigeria è un paese diviso: al Sud sono ottimisti, c’è la democrazia, c’è un movimento di capitali. E vedono il Nord come un Paese diverso, di cui hanno paura. Io personalmente non so cosa pensare, sono divisa».

CHI SONO DAVVERO QUESTI MIGRANTI? – Noo Saro-Wiwa appare una persona dalla mente aperta, non propensa a facili sentenze. Impressione che conferma anche rispondendo a una domanda del pubblico (che chi scrive si prende la licenza – e la responsabilità – di definire sgradevole, inopportuna e stolta) su come noi europei dovremmo comportarci con questi giovani nigeriani che arrivano nel nostro Continente: «Anche se magari tante persone non sono disposte ad ammetterlo, gli inglesi sono preoccupati che si alteri la composizione razziale. Sono sicura che se alle porte dell’Inghilterra si presentassero 200mila svedesi, loro entrerebbero senza problemi. C’è la paura del colore. Vedo che gli immigrati che si mettono in viaggio, attraversando il deserto, sono le persone più ambiziose, quelle che hanno più voglia di fare. In Inghilterra molti pensano che gli immigrati vogliano approfittare dello stato sociale, ma tutti a me chiedono “Che tipo di lavoro posso fare in Inghilterra?”. Se si guarda chi sono, si scopre che sono medici e altri professionisti. La Camera di commercio è soddisfatta di questo apporto. Io capisco la disperazione dei migranti, di queste persone piene di energia ma frustrate perché non possono fare ciò che vorrebbero. Io sono più fortunata di loro perché ho un passaporto che mi consente di fare ciò che desidero. Loro vorrebbero un futuro migliore, non sono criminali. Gran parte dei profughi vorrebbero poi tornare nel loro Paese. Ma capisco la paura degli europei. Secondo me, è colpa della diseguaglianza che c’è nel mondo ed è a questo che, prima di tutto, dovremmo pensare».
E dovremmo farlo perché, come afferma in questa frase “catturata” da Einaudi in un tweet,

 

Foto Giuseppe Argiolas e Silvia Onnis

 

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