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Marcello Fois e Roberto Costantini, un duo amabilmente “malefico”

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Perché ci affascina il male? E ci affascina se “eticamente” motivato o se fine a se stesso? Su questi e altri quesiti il pubblico del Festival della letteratura di Mantova è stato chiamato a interrogarsi da Marcello Fois e Roberto Costantini.

due sedie e un tavolo davanti allo schermo di un cinema con la scritta Festivaletteratura di Marcella Onnis

Festivaletteratura 2015 – Mantova – Domenica 13 settembre 2015

Perché seguire un incontro sulla fascinazione del male? Ovviamente perché il male affascina, inutile negarlo. Lo scenario che accoglie me e il resto del pubblico è una sala buia di un cinema (quella del Teatro Ariston). La luce proviene solo dallo schermo, che riporta logo e scritta del festival. Sotto lo schermo un tavolo e due sedie vuote. Che Marcello Fois e Roberto Costantini, per l’occasione, si siano tramutati in spiriti di cui sentiremo solo le voci? Il dubbio è presto fugato dalla loro materializzazione sul palco.

BEATI LORO? – La coppia “malefica” ci propone subito un frammento de “Il Padrino”, in cui compare ovviamente Michael Corleone. Altrettanto ovvio è che le scene non siano bucoliche e romantiche. D’altronde, siamo qui per sentir parlare del male e di personaggi cattivi. Seguiranno poi scene tratte da film (“Gone girl”) e fiction di successo (“House of cards” e “True detective”), secondo un percorso ben curato e – scopriremo poi – pure corredato di dati. Il tutto presentato in maniera organica, con stile brillante e in perfetta sintonia, dai due scrittori-intrattenitori.

«Questi personaggi ci affascinano in quanto finti o perché c’è qualcosa dentro di noi che, se ci fosse l’impunità, scatterebbe in noi come in loro?» ci provoca Costantini, dopo averci avvisato con Fois che l’incontro sarà interattivo. A suo parere, infatti, il male ci piace perché questi personaggi fanno ciò che, a volte, noi vorremmo fare. E il mormorio che segue la sua domanda provocatoria fa credere che, forse, non ha tutti i torti.

IL MALE ETICO – Secondo un partecipante all’incontro, negli esempi proiettati sullo schermo c’è comunque un’etica che giustifica il male che questi personaggi fanno. Pertanto, noi in realtà apprezzeremmo quest’etica e non il male in sé. Costantini commenta che, effettivamente, il lettore/spettatore spesso giustifica alcuni personaggi negativi perché compiono azioni cattive con una certa etica. Quando, infatti, più tardi ci chiedono di fare qualche nome di cattivo che amiamo, spuntano, ad esempio, Walter White di “Breaking Bad” o Dexter dell’omonima serie, cioè personaggi che compiono il male con esigenze o fini etici (o “etici”).

D’altro canto, una giustificazione probabilmente non la cerchiamo più, se è vero – e, in effetti, pare piuttosto vero – che, come fa notare Fois, oggi il senso di colpa (come quello del pudore) è scomparso. Costantini cita in proposito il film “Match point”, in cui lo spettatore augura al protagonista di farla franca (confermo!), anche se questi agisce senza un fine etico (ma, volendo, una giustificazione gliela si potrebbe pure trovare).
Secondo Fois, questi personaggi ci conquistano perché possiedono fascino e usano questo fascino – così come il male – per raggiungere il classico “posto al sole”. L’omonimo film è per lo scrittore sardo una tappa fondamentale poiché, con questa pellicola, «il grande cinema ha introdotto il male bello. Nel vecchio teatro shakespeariano il male è impersonato da personaggi brutti. Poi, a un certo punto, c’è un salto di qualità: arriva Montgomery Clift, primo divo che accetta di impersonare un fetente». Questo, però, poteva accadere solo in America: in Italia, dice, c’è la tendenza (nel cinema, nella televisione e nei media in generale) a non presentare il male puro; c’è la volontà di far passare il messaggio che nessuno è davvero cattivo. E dall’alto della sua esperienza di sceneggiatore può dirlo con cognizione di causa, come dimostrano anche gli esempi concreti che ci fornisce. In realtà, questa edulcorazione viene attuata anche nel cinema e nelle serie tv d’oltreoceano, seppur in maniera meno evidente. Come farà notare più tardi lo stesso Fois, parlando di “imbellettare il male”, avviene, in particolare, con l’utilizzo di musiche bellissime come sottofondo di scene cruente.

«Ma perché i film e i libri di successo hanno queste caratteristiche, hanno personaggi che fanno cose che, a volte, vorremmo fare pure noi? Un motivo è la ragione etica, ma si può fare del male per fini etici?» ci domanda Costantini, riformulando il classico dilemma se il fine giustifichi o meno il mezzo.
Secondo alcune ricerche, dice, «per la parte maschile del pubblico tendenzialmente è il potere che queste persone hanno a fascinarla; per quella femminile è, invece, il fatto che, spesso, queste sono persone sole, che vivono un deserto emotivo che in parte giustificherebbe ciò che fanno. La sofferenza di questi personaggi è una delle cose che ci fa tollerare meglio il loro essere cattivi, il male che fanno».

IL MALE GRATUITO – Fois fa quindi notare che «oggi è diventato difficilissimo identificare con limpidezza la colpevolezza» (e qui non posso che ripensare alla lezione di Gianrico Carofiglio sul ragionevole dubbio), anche perché «è diffusa ormai l’idea che dietro ogni azione ci sia un’esistenza difficile o un’infermità mentale, anche momentanea». E quest’idea trova riscontro in ciò che ha già accennato lui e che conferma Costantini: scrittori e sceneggiatori inseriscono nelle storie elementi che giustificano il male. Sono pochi quelli che hanno il coraggio di parlare di male ingiustificato, gratuito. Tra questi c’è André Gide che con Lafcadio – il suo “héros de l’inconséquence” (eroe della “inconseguenza”, cioè dell’azione delle cui conseguenze non si cura) – ci ha mostrato ciò che fatichiamo ad accettare: che si possa compiere un gesto orribile, anche gravissimo, senza alcun motivo. Forse anche per questo Gide è un autore poco amato, perlomeno pubblicamente. Nessuno, però, cita Lafcadio. Neppure io e mia sorella, che abbiamo amato molto il romanzo che lo vede protagonista, “Les caves du Vatican” (“I sotterranei del Vaticano”), ma amiamo molto meno parlare in pubblico, anche in contesti così informali e stimolanti.

Ancor più curioso, però, è che nessuno parli di Albert Camus e di Mersault, protagonista del suo romanzo “L’étranger” (“Lo straniero”), altro emblema del lato gratuitamente oscuro degli uomini. Curioso perché proprio il giorno prima ne ha parlato Kamel Daoud, autore del romanzo “Il caso Mersault”. Penso, in particolare, a quando lo scrittore algerino ha affermato che, a suo parere, «se Camus è stato letto tante volte è proprio perché racconta l’uomo, ciò che è umano. Fa capire che la condizione inumana è più frequente dell’umana». Già… Allora perché non lo citiamo? Forse non ce ne siamo resi veramente conto. O forse ci vergogniamo di ammettere che dentro di noi si annida una parte bestiale, inumana appunto, e gratuitamente cattiva.
Il massimo che possiamo fare è ammettere che ci siano persone cattive per la voglia di esserlo. Così commenta, infatti, una lettrice: «Il vero male, quello puro, è quello fatto con gioia, con piacere». E suo marito cita come esempio Alex di “Arancia meccanica”.

Marcello Fois e Roberto Costantini sotto lo schermo di un cinema che proietta una scena de Il PadrinoSE CI FOSSE L’IMPUNITÀ… – Un’altra partecipante all’incontro conferma quanto sostenuto da Costantini: «Il male ci affascina perché è in ognuno di noi» e «molti non compiono questi gesti perché non ne hanno la possibilità, per cui vedere le gesta di questi personaggi li fa sentire soddisfatti senza conseguenze». Lo scrittore ci invita, dunque, a immaginare che lo Stato dia, una volta l’anno, la possibilità di uccidere impunemente una persona e di pensare chi potrebbe essere la nostra potenziale vittima. Fois intanto ci rivela che, secondo un sondaggio, il primo nome fatto dagli italiani è Capezzone, non Berlusconi come più di uno si aspettava. Costui è, infatti, solo 60°. «E, secondo me, non è contento» commenta Costantini, che sicuramente ci vede giusto. «Siamo un Paese sorprendente» afferma Fois, che poi aggiunge con la sua consueta ironia: «A veder questo festival sembriamo un paese di lettori!» Quindi, evidenzia come «il male più preoccupante dalle nostre parti è mettere la sigla de “Il Padrino” a un funerale con la motivazione che era il brano preferito dal defunto». Costantini, invece, sempre basandosi su fatti di cronaca, ricorda che sulle menti dei più giovani si possono esercitare influenze negative, pertanto, occorre essere cauti.

DISTINGUERE TRA FINZIONE E REALTÀ – Ricapitolando, i due autori ci (e si) chiedono se valga la pena fare il male per ottenere il risultato voluto. «È qui che si separa il lettore dal cittadino» fa notare Fois, che ricorda l’importanza di saper elaborare questa distanza tra finzione e realtà. Un partecipante all’incontro fa presente che, però, a esercitare un certo fascino sono anche cattivi reali, quali Mike Tyson o Angelo Izzo, meglio noto come il Mostro del Circeo.

Costantini è poi curioso di sapere se, come lettori e spettatori, ci manchi o meno qualcosa nella rappresentazione dei cattivi. Secondo un lettore-spettatore dovrebbero esserci più produzioni in Italia in cui non si capisce se il cattivo c’è perché, ricorda, «il miglior trucco di Satana è far credere che non esiste».

Rispondendo a una lettrice che chiede ai due scrittori un parere sul male dell’Accabadora, Fois risponde che «un romanzo è grande se riesce a far sembrare antropologia, verità, una fiction» (a patto di non spacciarsi per antropologia, aggiungerei). E poi prosegue affermando che «la verità in letteratura è il male totale: nella letteratura ciò che conta è la verosimiglianza, che consente al lettore di credere che la storia sia vera».

LA NOIOSITÀ DEL BENE – Un’altra donna domanda loro se abbiano pensato anche al male psicologico, posto che i filmati proposti riguardano più che altro il male fisico. I due accolgono l’osservazione con piacere e Fois cita, in proposito, i cattivi di Dickens che, appunto, esercitano più che altro questo tipo di violenza. Costantini, invece, fa notare che creare personaggi che uccidano senza ammazzare è molto difficile, ma è una cosa reale e frequente. Per Fois, però, anche il bene è difficile da descrivere perché «il bene più efficace è quello che si fa e basta. Un po’ come questo Paese: non si considera mai abbastanza che va avanti grazie a persone silenziose che – tira, tira e tira – glielo consentono».
Ma, come dice Costantini, è vero che «il bene incredibilmente annoia». E, per concludere ,cita Oscar Wilde: «Se dovessi scegliere tra Paradiso e Inferno, sceglierei il Paradiso per il clima e l’Inferno per la compagnia». In realtà, questo pensiero potrebbe non esser suo, come ho casualmente scoperto in un articolo del sito Quote Investigator, ma la sostanza resta: la santità – sarà per invidia – disturba e annoia.

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