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La storia del rock progressivo raccontata da Fabio Rossi

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Un’analisi appassionata e appassionante di uno dei generi musicali più controversi, dalle origini sino al declino, senza scordarne i tentativi di resurrezione: questo è quanto ha saputo fare Fabio Rossi nel suo libro “Quando il rock divenne musica colta: Storia del prog”.

copertina del libro Storia del Prog di Fabio Rossidi Marcella Onnis

Il prog è parte delle nostre esistenze, anche a nostra insaputa. Chi, infatti, non conosce almeno un brano dei Pink Floyd o l’inquietante colonna sonora di “Profondo rosso” (pur magari non avendo mai sentito parlare dei Goblin, che l’hanno composta e incisa) o, ancora, la meravigliosa “Impressioni di settembre” (pur magari ignorando che è un brano della PFM e non dei Marlene Kuntz o altro gruppo/artista che ne ha inciso una cover)?
Il prog è tra noi ed è più vivo che mai nel ricordo di chi l’ha amato sin dalla prima ora, come Fabio Rossi, che gli ha dedicato un libro intitolato “Quando il rock divenne musica colta: Storia del prog”. Pubblicato da Chinaski edizioni, il volume è stato presentato in anteprima il 18 settembre 2015 al “Progressivamente Festival”, manifestazione cui hanno preso parte anche gli Osanna, tra le più note band prog italiane.

UNA GUIDA CRITICA MOLTO ACCURATA – Il rock progressivo è uno dei generi musicali più affascinanti ma anche più controversi, ragion per cui risulta preziosa questa guida critica, redatta con grande competenza e accuratezza. Ad attestarlo le circa duecento note, le nutrite bibliografia e sitografia, la copiosa e ragionata discografia, ma soprattutto la marea di curiosità e dettagli tecnici che Fabio Rossi fornisce praticamente su tutto: sugli aspetti prettamente musicali, sui monicker dei gruppi (quelli che “volgarmente” chiamiamo nomi), sulle vicende dei loro membri e sulle storie dei loro album.
Intelligente anche l’articolazione del volume, composto di una serie di capitoli dedicati ciascuno a un sottotema e, a seguire, dalle monografie dei più importanti gruppi inglesi: Genesis; Emerson, Lake & Palmer; Jethro Tull; Pink Floyd; Van Der Graaf Generator; King Crimson; Gentle Giant; Yes. Da segnalare anche la mini-galleria fotografica in appendice, corredata da brevi note: una sezione che dà completezza a questo autorevole testo, posto che nel prog l’immagine – intesa come espressione artistica complementare e non come «estetismo esasperato che finisce per trionfare sui reali contenuti artistici, banalizzando il risultato finale» – conta quasi quanto la musica.

PROG E VINILE: UN MATRIMONIO PERFETTO – E quando parliamo di “immagine” intendiamo sia i costumi di scena e le scenografie utilizzati durante i tour da diversi gruppi (i Genesis sopra tutti) sia le copertine dei dischi, spesso opere d’arte a se stanti. Parlare di rock progressivo implica, infatti, parlare necessariamente anche di vinili. E se già la copertina richiama a «Un qualcosa di magico che si è perso in larga parte con l’avvento del CD, e totalmente nell’epoca del download», l’insieme di involucro e contenuto rappresenta  un vero e proprio incantesimo. È questo che comunica Fabio Rossi, quando racconta di sé ragazzo alle prese con un nuovo LP e descrive l’emozione impareggiabile regalata da quell’ascolto: «[…] l’immancabile fruscio che faceva da apripista all’agognata musica. Sensazioni che non hanno prezzo e che diventeranno utopia con l’avvento del CD».  Nessuno dei suoni nitidi e perfetti che è oggi possibile ottenere con i più moderni supporti tecnologici potrà, infatti, mai eguagliare la carica emozionale del suono sbavato, magari pure un po’ gracchiante per l’usura, di un disco. E a chi come me considera i vinili una sorta di reliquia sacra, Rossi chiarisce che quell’aura di sacralità non è una conquista dell’oggi ma una loro dote intrinseca.

Non dovrebbe essere necessario precisarlo, ma giusto per fugar ogni dubbio chiarisco che questa “Storia del prog” non è un noioso e spocchioso saggio musicale: è, invece, un avvincente viaggio raccontato con gli occhi di chi del prog ha vissuto con entusiasmo l’epoca d’oro, ne ha assistito con sconforto al declino e sorride amaro nell’osservarne i tentativi di risorgere (il neo progressive, afferma l’autore, «non è quasi mai riuscito a proporre qualcosa di realmente innovativo», seppure con qualche risultato apprezzabile in Italia). La scrittura diretta e senza fronzoli viene quindi “scaldata” da un ben canalizzato trasporto emotivo. Un risultato di cui forse l’autore non è troppo consapevole se, a un certo punto, si sofferma su quanto sia «complicato descrivere ad altri certe particolari emozioni che ti sgorgano direttamente dall’animo».

L’ESSENZA DEL PROG – Dicevo prima che il prog è un genere controverso, tant’è che neppure il nome è un dato pacifico: spiega, infatti, Fabio Rossi che «Con l’approssimativo nome di rock progressivo – sovente abbreviato in prog rock, progressive o prog – si tende convenzionalmente a identificare uno specifico genere musicale, suddiviso in varie correnti e scuole, che esplose in Inghilterra nel 1969 […]». E qualunque nome si adotti si tratterà comunque di una convenzione perché, spiega ancora, «non riflette compiutamente la filosofia di un fenomeno artistico più unico che raro». Va da sé, dunque, che sia discussa anche la riconducibilità di alcuni gruppi a questa corrente musicale.

Il nucleo fondante di questa filosofia di cui parla l’autore è sicuramente «l’ossessiva ricerca del perfetto», tradotta in composizioni capaci di mescolare con «arrangiamenti ridondanti», «armonie vocali tipiche del canto gregoriano o delle opere lirico-sinfoniche» e «cambi di tempo e variazioni di intensità nell’ambito di uno stesso brano» generi lontani fra loro, “nobili” e “popolari”, quali «musica medioevale e classica, blues e jazz, psichedelica, folk e sperimentazioni». Un risultato che solo la straordinaria tecnica dei musicisti poteva rendere possibile: «il livello raggiunto in quei tempi non ha eguali nella storia della musica dell’ultimo mezzo secolo» afferma Rossi, che ricorda come questi artisti, di norma, provenissero dal conservatorio o da scuole d’arte.

copertina dell'album Zarathustra dei Museo RosenbachIl rock progressivo è, dunque, una musica per intenditori, ma anche per sognatori: apprendiamo dall’autore che, negli anni della guerra in Vietnam, questa diventa un mezzo di evasione da una realtà angosciante e una forma espressiva del «dissenso contro le illogiche decisioni dei potenti», presentandosi come una «controcultura sognante e pacifista» (ne è un lampante esempio il brano “Tarkus” di Emerson, Lake & Palmer, incluso nell’omonimo album del 1971). Ma, precisa ancora Rossi, i testi sono «raramente politici e sociali». Questo non impedì, comunque, tentativi di attribuire valenza politica al prog: soprattutto in Italia, si cercò di ricondurlo alla controcultura di sinistra, con la deplorevole conseguenza di determinare l’emarginazione dei gruppi non schierati e di quelli considerati di destra, a ragione o anche a torto (emblematico quanto accadde ai Museo Rosenbach).

Tornando ai testi delle canzoni, anch’essi sono eclettici, capaci di combinare armoniosamente – di frequente nell’ambito di concept album – «argomenti favolistici, fantastici, religiosi, esoterici, mitologici, esistenziali».  Tuttavia, Rossi non nasconde che, così come alcune composizioni musicali risultano un po’ troppo azzardate, anche le liriche talvolta «sono eccessivamente pretenziose e intricate, sconfinando inevitabilmente nel ridicolo».

LA MORTE DEL PROG: OMICIDIO O SUICIDIO? – Oggi il rock progressivo ha una quarantina d’anni, ma non gode di buona salute. Per di più, la fase migliore della sua vita, la prima, è stata molto breve: per Athos Enrile, autore della bella prefazione, la sua vita «si può sintetizzare in un lustro» (in Inghilterra dal 1969 al 1974-1975; in Italia, seconda patria del prog, qualche anno più in là). Perché una vita così breve?

Innanzitutto, perché un genere con questa «veste squisitamente intellettuale ed estremamente curata» era destinato a essere amato solo da un pubblico di nicchia e a esser snobbato dal mercato, come rimarca anche Enrile. Più facile apprezzare e vendere altri generi più scarni e quindi accessibili, in primis il principale “nemico” del rock progressivo: il punk, di qualche anno più giovane. Motivazioni simili valgono anche per il nostro Paese, dove per Rossi hanno contribuito a questa caduta in disgrazia pure le «radio private, le quali favorivano passaggi di facile ascolto». E, potremmo aggiungere, di breve durata. I brani prog, infatti, hanno una durata notevolmente superiore ai brani “commerciali”: precisa l’autore che alcuni occupavano «l’intera facciata del vecchio 33 giri, o addirittura entrambe». Non a caso, il mitico Franz Di Cioccio, durante il meraviglioso concerto tenuto dalla Premiata Forneria Marconi nel 2009 all’Anfiteatro di Cagliari, lanciò una stoccata alle radio proprio per il fatto di aver eliminato i brani lunghi dalle loro programmazioni.
Il disco Terra in bocca dei GigantiNon stupisce, quindi, che diversi artisti abbiano abbandonato questo genere per darsi ad altri più orecchiabili e, di conseguenza, più redditizi. In Italia, varie stelle della musica leggera annoverano nel loro curriculum un’esperienza nel rock progressivo, solitamente breve. Sono nomi per lo più “insospettabili”, per cui non li svelerò a chi già non li conosce per non guastargli la sorpresa. Cito solo I Giganti perché il loro “Terra in bocca (Poesia di un delitto)” è un concept album di grande valore artistico e al contempo sociale (per saperne di più, vi invito al leggere l’articolo di Luca Rinaldi pubblicato da Linkiesta a febbraio di quest’anno).

Tornando alle cause nostrane del declino del prog, Rossi vi include pure fattori socio-politici: negli Anni di piombo, questa musica nata come forma di evasione da una realtà ostica diventa improvvisamente troppo “sfidante” per chi sente il bisogno di rifugiarsi in mondi semplici e rassicuranti, capaci di contrastare «l’incertezza e la paura» generate «dall’impressionante escalation dell’eversione di destra e di sinistra».

Ma la motivazione principale di questa prematura morte è, a ogni latitudine, prettamente interna: come Icaro, il rock progressivo ha osato troppo e, arrivato a toccare il sole, ha pagato cara la sua sfrontatezza. Fabio Rossi parla, infatti, di «debacle comunque inevitabile», naturale esito di «un’irrefrenabile propensione alla megalomania, un eccessivo e talvolta tedioso virtuosismo misto a un’esagerata pomposità, uniti a una fisiologica minor ispirazione compositiva».

UNA PALESTRA PER L’ANIMA – Come avrete capito, cimentarsi con il rock progressivo significa addentrarsi in un intrico in cui perdersi è più facile che orientarsi. L’autore, però, ci riesce benissimo e certamente non solo perché ne è esperto, visto che non tutti sono capaci di trasmettere la propria conoscenza in modo ordinato e organico.  Sotto la sua guida diventa, dunque, un po’ più semplice affrontare l’iniziazione a questo genere.
Mentirei spudoratamente se vi dicessi che il prog è per tutti: io stessa fatico a comprenderlo e, nel mio recente apprendistato, ho già collezionato ascolti “falliti”. Posto che, però, la chiave di accesso a volte si riesce a trovarla al secondo o terzo ascolto, se avete la curiosità di cimentarvi con questo genere, incaponitevi come me. Fatelo perché è vero ciò che afferma Fabio Rossi: il rock progressivo «è una salutare ginnastica per le menti (purché scevre d’ogni pregiudizio!)».

E di questo autore, sognatore come noi che diamo vita a questo giornale, sposiamo anche un’altra idea: che la cultura, in qualunque forma espressiva, possa contribuire a migliorare noi e, di conseguenza, il mondo. Moriremo sconfitti e derisi? Forse, ma almeno avremo vissuto felici, cullati tra le braccia di un bellissimo sogno.

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