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RICORDI DI UN VISSUTO TRA CURE E SPERANZE DI UN FUTURO

Sessant’anni fa entravo nei collegi ad internato di don Carlo Gnocchi per la riabilitazione fisico-motoria e preparazione alla vita sociale

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di Ernesto Bodini (giornalista ed ex allievo)

 

 


Era l’autunno del 1958 (don Carlo Gnocchi era morto da poco più di due anni), quando accompagnato da mia madre, varcavo la soglia dell’istituto Santa Maria alla Pineta (Marina di Massa, nella foto), aperto nel 1957, uno dei diversi collegi voluti da don Carlo sparsi in tutta Italia, gestiti dai Fratelli delle Scuole Cristiane e dall’Ordine delle suore Ancelle di Maria Immacolata. È una rievocazione tanto lontana quanto triste, sia per la mia giovanissima età che per il distacco dalla mia famiglia. Vi rimasi due anni, ad onor del vero ben trattato (come tutti miei compagni) dalle assistenti laiche (tutte giovanissime e dall’approccio amorevole). Venni accolto in quanto essendo stato colpito dalla poliomielite ad un arto inferiore (il vaccino antipolio non era stato ancora realizzato), e a causa dei postumi necessitavo della rieducazione fisico-motoria, oltre a seguire un regolare percorso di istruzione. Ma il distacco dal grembo materno fu penoso, se non indicibile, tant’é che venne meno il mio rendimento di due anni scolastici elementari.

 

 

Successivamente fui trasferito nel collegio Santa Maria ai Colli di Torino (ex residenza collinare denominata Villa Gualino, nella foto), dove la permanenza non fu delle migliori poiché la vita ad internato e la disciplina (per diversi aspetti assai rigida) mi stavano alquanto strette… E una città come Torino, con le sue affermazioni assistenziali legate ai nomi del Cottolengo, di Cafasso e di Don Bosco, non poteva non riservare ai mutilatini e poliomielitici una particolare benevolenza. Il complesso a noi riservato era costituito da padiglioni color ocra, chiuso da un muraglione di cinta in una proprietà di 23 ettari con orti, giardini, un parco con pini, lecci, larici… L’inaugurazione del grande collegio avvenne il 13 novembre 1950, in occasione di una visita del presidente della Repubblica, Luigi Einaudi. Era il 25 maggio 1950 quando entrarono i primi 55 mutilatini e altri 48 vi giunsero il 23 giugno. Gli ospiti, in seguito a domande di ricovero, crescevano di numero e il 20 luglio erano 390. In questo collegio vi rimasi sino al 1965 per poi essere dimesso a causa della mia “insofferenza” all’internato. In questi anni, per ben due volte necessitai di cure chirurgico-ortopediche che mi furono praticate (“in trasferta”) nel collegio Santa Maria ai Servi di Parma, particolarmente attrezzato dal punto di vista ortopedico-riabilitativo, per poi tornare al collegio di origine.

 

Anche nel collegio torinese sin dall’inizio ricevetti assistenza fisica e riabilitativa, seguendo nel contempo un regolare percorso scolastico con insegnanti di ruolo che venivano dalla città. Dopo le classi elementari e le medie, venivamo avviati alle scuole superiori per conseguire il titolo di perito industriale o di computista. Chi non aveva attitudini per lo studio era avviato ad attività artigianali: lavori di meccanica, falegnameria, sartoria, calzoleria, legatoria o al giardinaggio e all’agricoltura, per essere poi dimessi a 18 anni e, per qualche particolare ragione, anche a 20, 22 o 23 anni. Il metodo della rieducazione, sia in questo collegio che in altri della Fondazione “Pro Juventute” (riconosciuta tale nel 1952), doveva essere determinato dalla convergenza tra la vocazione e l’attitudine dei religiosi e la dipendenza della minorazione psicofisica imposta dal trauma. Ma non sempre le direttive e le scelte volte a migliorare la nostra vita collegiale hanno avuto l’esito sperato, sia per la mancanza di personale e la presenza di oltre 300 assistiti ogni anno, sia per i particolari problemi che gran parte di noi presentavamo: insofferenza alla vita di collegio, lontananza da casa, delicata crescita dal punto di vista psicologico proprio inerente all’età adolescenziale, etc.

 

 

La funzione gestionale ed educativa richiedeva l’intervento di assistenti-educatori e studenti universitari, anch’essi ad internato. Il contributo di questi ultimi alleviò di molto il lavoro e le responsabilità dei religiosi, ma in entrambe le figure, alcuni adottarono una disciplina eccessivamente rigida, e questo non certo favorì la corretta formazione di molti miei compagni, soprattutto nel primo periodo degli anni ’60. Altri, invece, furono in grado di comprendere un po’ meglio i nostri problemi psicologici come l’assistente Ercole (con me nella foto del 1964), in quanto più “accomodanti” o, più raramente, tolleranti, indifferenti… Ciò nonostante, dopo l’internato che mediamente durava dai 5 ai 12 anni, ormai adulti, molti di noi (come chi scrive) sono entrati a far parte della società; avuto un lavoro stabile e formandosi anche una famiglia. Oggi, i collegi riguardano un lontano passato, in quanto non hanno più ragione d’esistere: mutilatini e poliomielitici, ormai più che adulti, vivono di ricordi e in parte riconoscenti per aver fruito assistenza e cura, e gran parte di questi istituti sono stati riattati per il trattamento di altri gravi handicap, e questo, attraverso la divenuta grandiosa opera di Don Gnocchi, ovvero la omonima Fondazione con il riconoscimento di onlus. L’esperienza di vita in collegio per minori, ancorché gravati da un handicap fisico-motorio, riguarda certamente un’epoca che può aver lascito il “segno” nella psiche e quindi nella formazione del soggetto, ma altrettanto certamente, io credo, inconsapevolmente aver favorito in lui quel carisma necessario per affrontare la vita in società. È vero che oggi è impensabile un ritorno ad esperienze simili ma, da come vanno le cose nel nostro Paese, la persona disabile specie se in giovanissima età, necessita del conforto e della protezione costanti dei propri famigliari; ma anche questi spesso hanno bisogno di una maggior presenza delle Istituzioni… che purtroppo latitano venendo meno ai loro doveri e alle loro responsabilità. Nel corso degli anni, dopo varie vicissitudini che hanno caratterizzato non poco la stabilità del mio “modesto” handicap, i pregiudizi per avere diritto ad un posto di lavoro, e dopo aver maturato una discreta esperienza nell’ambito della divulgazione e della comunicazione sociale, anch’io occupo un posto nella società dedicandomi ogni qualvolta a tutela delle persone in difficoltà sia per motivi di salute che per ostacoli burocratici. Oggi Don Carlo Gnocchi è Beato e in odor di Santità e, voler rivivere questi ricordi, personalmente mi rende comunque debitore… nonostante tutto.

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