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Cagliari: all’anfiteatro odore di leggenda con la PFM

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Forse non sarà imponente come l’Arena di Verona, ma pure l’Anfiteatro romano di Cagliari sa essere uno scenario suggestivo, soprattutto nella sua veste notturna. Se poi sul palco ad essere protagonista è la musica con la “m” maiuscola, il pathos è garantito.

Giovedì 16 luglio è stata la volta della Premiata Forneria Marconi con il suo tributo a Fabrizio De André. Leggenda nella leggenda, insomma.

Lo spettacolo parte subito con un pezzo da novanta, Bocca di rosa, e continua con altri brani tratti dalla storica tournée del 1979 in cui la band, che già aveva collaborato con Faber per la registrazione del suo album La buona novella, accompagnò il cantautore genovese arricchendone il repertorio con nuove musicalità. Una tournée il cui progetto – come racconta Franz Di Cioccio al pubblico presente – nasce proprio in Sardegna, a Nuoro, in occasione di un loro concerto, e dalla quale è stato tratto un doppio album. Del primo disco la PFM esegue proprio tutti i brani, compresa l’ostica Zirichiltaggia: Mussida alle prese con il dialetto gallurese (uno dei tanti dialetti sardi, come ben sottolinea lo stesso Francone) è un po’ in difficoltà, ma se la cava bene e di certo nessuno ha di che lamentarsi. Non manca, comunque, un assaggio del secondo disco, con le ultime due memorabili tracce: Maria nella bottega del falegname e Il testamento di Tito.

Gli arrangiamenti sono proprio gli stessi di allora (“Non mancherà neppure una nota” aveva, del resto, annunciato Franz in apertura del concerto) e l’emozione è qualcosa che nessuna registrazione audio o video, per quanto live, può restituire. Certo, trent’anni dopo manca il protagonista, con la sua inconfondibile voce, ma lui è sempre lì, in ogni parola delle sue canzoni. E poi la PFM, con la sua musica, può riempire qualunque vuoto e regalare un’inaspettata intensità – non solo sonora – anche ad un brano relativamente scarno e poco orecchiabile come Giugno ’73.

Per più di un’ora il pubblico gode di questo tributo e si scatena con le varie Andrea, Un giudice e Volta la carta, ma è pronto a raccogliersi in religioso silenzio quando la band – nella seconda parte del concerto – comincia a proporre i suoi successi. Un silenzio che, però, dura il tempo necessario, perché, al momento opportuno, il pubblico torna a farsi sentire con applausi, cori e movimento.

Per la prima chiusura – quella che, da copione, precede l’immancabile bis – la PFM torna ad omaggiare De Andrè con Il pescatore: bastano poche note e l’Anfiteatro si trasforma in uno stadio.

Per il bis si torna al repertorio della band così che all’appello non manchino l’enigmatica La carrozza di Hans, la richiestissima Celebration e, ovviamente, Impressioni di settembre, capolavoro della musica di ogni tempo e luogo, che sempre troverà nella voce calda ed intensa di Mussida la sua migliore interpretazione.

In chiusura un altro “Branca, Branca, Branca! Leon, Leon, Leon!” ed un assaggio del ritmo travolgente di Volta la carta, naturalmente nella versione made by PFM.

Due ore e mezza abbondanti di concerto durante le quali si ascolta solo musica di altissimo livello perché gli artisti sul palco sono dei veri maestri e ci tengono a ricordarlo. Lascia a bocca aperta, ad esempio, l’esecuzione di Fuori dal cerchio.

Franz Di Cioccio è una fabbrica di adrenalina: si sdoppia tra il ruolo di frontman e di batterista, canta, suona, balla e salta (persino, più volte, sopra il palchetto della batteria).

Franco Mussida, con la sua chioma bianca, sembra più calmo, ma c’è il trucco: la sua energia viene canalizzata tutta nelle dita (che assoli!), nella voce … e nei continui cambi di chitarra.

Patrick Dijvas sta abbastanza dietro le quinte rispetto agli altri due, ma è una presenza dal peso notevole come diventa evidente nel lungo assolo di basso che introduce Maestro della voce.

Poi c’è Lucio “Violino” Fabbri: elegante e necessario, si destreggia – oltre che con l’immancabile violino – pure con chitarra e tastiere.

Presenze meno eclatanti, ma non per questo meno importanti, Piero Monterisi alla batteria e Gianluca Tagliavini alle tastiere.

Non manca neppure un fuori programma, con la rottura della grancassa, che dà modo non solo a Franz ma anche al più posato Franco di mostrare il loro lato più ilare.

Al momento dei saluti i “vecchietti” sono più freschi del pubblico, ubriacato da tanta bravura, e non dimenticano di dare l’appuntamento a tutti per il 18 agosto ad Arbatax (nell’ambito della manifestazione Rocce rosse blues festival).

Marcella Onnis

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