QUANDO UNA MALATTIA E IL RICOVERO “STIMOLANO” RIFLESSIONI E CONSIDERAZIONI

Superato il primo periodo della fase acuta, durante la degenza alcuni appunti vengono spontanei… ben accompagnati da adeguate cure e assistenza.

Ernesto Bodini

di Ernesto Bodini *

Sono trascorsi più di due anni da quando è iniziata l’esperienza pandemica con tutte le conseguenze che ne sono derivate. E ancora oggi, anche se la realtà sta scemando (ma senza abbandonare alcune cautele), questo evento  ha visto morire (in Italia) oltre 168 mila pazienti affetti da Sars-CoV-2 e/o altre patologie concomitanti, ma anche molte decine di migliaia di guariti, parte dei quali sono affetti da quella che è stata definita Long covid per le diverse sequele quale conseguenze del virus. Chi scrive, una volta guarito ha descritto e divulgato in più occasioni la propria esperienza, e ancora conserva appunti e riflessioni scritte su una quaderno durante il periodo di degenza durato 25 giorni. Ritengo utile portare alla luce tale contenuto affinché il lettore possa trarre qualche spunto, sia dal punto di vista umano che psicologico. Il testo riporta la data del 15 novembre 2020, che qui ripropongo testualmente.

«Quando si contrae una malattia, specie se di una certa gravità, si entra in “conflitto” con sé stessi, in quanto è un momento in cui non solo viene stravolto l’organismo ma anche la propria psiche. E questo perché? Anzitutto perché la mente è collegata al corpo (si dice che la mente comanda il corpo), inoltre perché oltre allo stato di sofferenza psico-fisica i nostri pensieri si estendono al concetto della vita, dell’esistenza effimera, imprevedibile… Se poi il decorso è ospedaliero lo stato di sofferenza è acuito in quanto è fuori dalla propria realtà abitativa e di vita quotidiana, anche se l’ospedale è il posto ideale per essere curati. Nel contesto attuale, ossia quello pandemico, l’esperienza di essere un paziente  colpito dal virus Covid-19, rafforza una situazione di stress emotivo, proprio a causa delle caratteristiche di questa patologia che, allo stato attuale, presenta ancora incertezze e soprattutto discordanze tra clinici e ricercatori, i quali pare non abbiano trovato “punti di incontro univoci” per come meglio gestire la situazione dal punto di vista clinico, anche se è già impostato un protocollo “standard” dal punto di vista terapeutico. Inoltre, essendo la risposta terapeutica soggettiva, come pure non prevedibile il decorso e quindi la prognosi, il paziente si trova in un tunnel con difficoltà ad intravedere la luce al fondo. Poi, bisogna considerare il rapporto del paziente con il modus operandi del personale sanitario curante che, se non “ad hoc” soprattutto dal punto di vista relazionale, l’alleanza terapeutica può presentare delle criticità. E ciò, vale naturalmente in tutti quei casi di patologie particolarmente impegnative, ma nel caso di questa patologia pandemica  l’emotività e tutto ciò che ne consegue sono molto forti. A questo riguardo, purtroppo, le componenti esterne hanno una influenza non irrilevante, e ciò è dovuto a quel sommarsi di dati, statistiche e aggiornamenti d’ogni sorta che disorientano non poco. Inoltre, vi è la componente politico-gestionale di tale situazione che, nel nostro Paese, è assurdamente e costantemente disomogenea: provvedimenti e restrizioni che, in non pochi casi, a tutt’oggi hanno creato più danni che soluzioni. Poi, il conflitto riguarda le attese per ottenere una migliore terapia come i tanto e continui promessi vaccini, un campo “minato” tutto da esplorare e, più deleterio, è il continuo annunciare l’imminente realizzazione degli stessi. Altro elemento “disturbatore” riguarda la molteplicità degli opinionisti che, con largo censo, diffondono il proprio pensiero basato spesso sul nulla pur di fare audience con tanto di prosopopea e presunzione. La storia insegna che le persone dotte parlano sempre a ragion veduta, e non hanno la bramosia di anticipare prima del tempo anche quello che sanno: il precorrere i tempi spesso ha determinato esiti negativi in qualunque situazione della vita e, nel caso delle malattie, tale atteggiamento si può rivelare più dannoso di quanto si possa immaginare. La gestione psico-fisica di un essere umano che soffre è già di per sé un impegno che richiede competenza, dedizione ed apporto umano; ed ancor più impegnativo diventa il compito quando si tratta di gestire una miriade di pazienti contemporaneamente, in quanto comporta notevoli risorse umane, economiche e strutturali. Ecco che allora ci accorgiamo di quanti limiti possiede l’essere umano, tanto da esserne disorientato e non di utilità… Il fatto che questa realtà pandemica ci è capitata inaspettatamente e così estensivamente, ha reso l’uomo ancor più vulnerabile, alla mercé di sé stesso tanto che, a mio modesto avviso, sembra perdere la sua reale identità. Anche questo può sembrare un concetto scontato e forse anche retorico, ma sta di fatto che rappresenta la realtà dei fatti incontrovertibile. Naturalmente ciò è un dramma umano che sta assumendo notevoli proporzioni a livello planetario, che ben poco ha a che vedere con le diverse epidemie dei secoli scorsi che sono state combattute in assenza di conoscenze specifiche, sia dal punto di vista medico che da quello materiale e socio-culturale; e ciò lo si è pagato al prezzo di decine e decine di milioni di decessi. E oggi, che l’uomo ha più risorse d’ogni genere, cosa è in grado di fare? In proporzione a quelle epoche ben poco, anche perché ha recepito poco o nulla della storia: la saggezza e la lungimiranza, purtroppo, è patrimonio degli avi».

Oggi, a conclusione del mio decorso clinico (è trascorso un anno e mezzo), continuo ad osservare e seguire gli eventi di una pandemia che pare volgere al termine sia pur gradualmente e, nel contempo, resto “testimone” di un vissuto che vorrei condividere con chi mi legge, onorando la memoria di chi non ce l’ha fatta, e in ossequioso rispetto dei loro famigliari e di tutti i sanitari (e volontari) che si sono profusi per la cura e l’assistenza… spesso con il volto celato da una mascherina e da una visiera attraverso le quali il sudore ne ha valorizzato l’abnegazione. E ora, che auspichiamo un ravvicinato termine di questa esperienza, non bisogna trascurare gli effetti della cosiddetta Sindrome Long Covid o Post Covid che in sintesi, secondo gli esperti, tratta degli effetti inattesi a lungo termine del nuovo Coronavirus, in quanto le ricadute si prolungano nei soggetti clinicamente guariti, i quali (per la gran parte) continuano a manifestare disturbi dopo l’infezione come stanchezza cronica e nebbia cerebrale (“brain fog”), danni cardiopolmonari e gastroenterici, problemi che riguardano anche reni, fegato, pelle e capelli. Ma anche disagio psichico, disturbi d’ansia, del sonno e dell’alimentazione con una crescita significativa dei casi, soprattutto fra le persone fragili. Tale disagio è ancor più accentuato nei bambini e negli adolescenti, costretti dai lockdown e dalla didattica a distanza a una mancanza di relazioni sociali che è fonte di paure, con conseguenze anche gravi sul loro sviluppo. Su tutti questi effetti si è già scritto molto, ma clinici e ricercatori sono ancora all’opera per arginare il fenomeno, sia per comprenderne a fondo gli effetti che per suggerire le più appropriate indicazioni terapeutiche. A questo riguardo la recente pubblicazione “Post Covid”, di Sergio Harari e Vera Martinella (rispettivamente professore di Medicina Interna e pneumologo, e giornalista medico-scientifico), ed. Solferino – Corriere della Sera, pagg. 234, euro 14,50,  spiegano che cosa dobbiamo sapere sulle conseguenze a lungo termine del virus per corpo e mente. In particolare come si diagnostica la sindrome, come affrontare sintomi respiratori, cardiovascolari, psicologici o di altra natura conseguente al Coronavirus; inoltre, chi è a maggior rischio, come curarsi, se vale la pena sottoporsi a controlli dopo il Covid, e a chi è bene rivolgersi. Insomma, una sorta di vademecum puntuale e competente, che si spera adeguatamente sostenuto dal nostro SSN. Secondo l’Oms la situazione attuale nel mondo al 24 giugno 2022, evidenzia che i contagiati al Covid-19 risultano essere 547.492.681, i morti sono stati 6.347.816, i pazienti guariti  ben 522.833.075 e i casi attualmente positivi (attivi) al coronavirus ben 18.311.790. Cifre impressionanti che, a mio modesto parere suggeriscono di non trascurare alcune tutele come le mascherine, anche se in gran parte l’uso non è più obbligatorio. Ma a questo riguardo vorrei rammentare il dott. Carl Georg Friedrich Wilhelm Flügge (1847-1923), il batteriologo e igienista tedesco, noto soprattutto per le ricerche sulla diffusione in ambiente dei microrganismi della cavità orale tramite tosse e starnuto, avendo teorizzato e scoperto le cosiddette “goccioline di Flügge”, ovvero le classiche micro gocce di saliva (vapor acqueo) in grado di rimanere sospese nell’aria e di veicolare, disperse in aerosol, agenti infettivi di molte malattie. Questo suo contributo (che rientra tra gli epònimi, ossia di coloro che danno il proprio nome alla loro scoperta o prima descrizione della stessa) è stato fondamentale anche per la profilassi delle infezioni causate dai microrganismi, dando un importante impulso all’introduzione pratica delle mascherine igieniche spesso usate dai sanitari in sala operatoria e in altre attività mediche a rischio infezione. Dunque, è bene far tesoro di questa lungimirante saggezza.

* (giornalista scientifico – ex paziente Covid)

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