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Perché leggere “Il corpo docile” di Rosella Postorino

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di Marcella Onnis

Parlare di un libro come Il corpo docile di Rosella Postorino non è facile, soprattutto se non si ha una diretta conoscenza  del grave problema affrontato: la situazione dei bimbi da zero a tre anni che vivono in carcere (e talvolta vi nascono anche) perché figli di detenute. Milena, la protagonista del romanzo, è, infatti, nata a Rebibbia, vi è rimasta fino a che la legge lo consentiva (tre anni, appunto) e, una volta cresciuta, vi è ritornata come volontaria di un’associazione che si occupa di portare fuori dal carcere i bambini a cui il destino ha riservato la sua stessa infelice infanzia.

Per poterne parlare con un minimo di cognizione di causa diventa, dunque, fondamentale apprendere dalla stessa autrice il contesto e le esperienze che l’hanno ispirata (per questi aspetti vi rimandiamo, però, all’articolo Bimbi in carcere: la grande ingiustizia raccontata da Rosella Postorino). I lettori sardi hanno potuto ascoltarla nel corso di un  mini-tour, organizzato nell’ambito del progetto “Scrittori a piede Lìberos”, che dal 6 al 9 giugno scorso l’ha portata in viaggio dal sud al nord della Sardegna. La prima tappa è stata Cagliari e per questo appuntamento, organizzato da Lìberos con la collaborazione delle associazioni Prometeo Aitf onlus e Linea M, la scrittrice ha avuto al suo fianco Francesco Abate,  che lei segue come editor per Einaudi, e Francesca Saba, giovane attrice che ha letto alcuni significativi brani del romanzo.

Con Il corpo docile, Rosella Postorino ci offre l’occasione sia di confrontarci con un dramma insufficientemente noto sia di riflettere con nuovi spunti sulla durezza del carcere, che tocca in egual misura chiunque vi sia detenuto, che sia o meno colpevole. Una durezza di cui magari ci sfuggono alcuni risvolti, dai meno gravi – come l’impossibilità di consegnare uova di Pasqua integre ai bimbi che vi sono rinchiusi – ai più dolorosi – come l’impossibilità per una madre di vedere il figlio perché immigrato e senza documenti in regola da poter esibire. Una durezza che diventa crudele e cieca quando, ad esempio, scoppia un terremoto, perché neanche in quel caso le celle vengono aperte. Certo, c’è in ballo la seria questione della sicurezza, ma ci sono anche in ballo delle vite … e il senso di umanità che ogni società civile non può dimenticare. Come pochi altri, inoltre, questa autrice ci ricorda che il carcere è duro anche per chi ci lavora. Le righe dedicate a queste vittime non sono tante, ma sono così drammatiche da lasciare un segno indelebile: «Cecilia s’è sparata con la pistola d’ordinanza. S’ammazzano, le guardie: la galera è galera per tutti. Tutti sono pezzi. Così ci chiamavano. Eravamo tutti rotti, tutti pezzi da buttare. Il dolore va a peso e il nostro pesa poco. Perché noi morivamo zitti, non ci faceva caso nessuno. […] Cecilia s’è ammazzata a casa sua. Ma è di galera che è morta.»

“Perché questo titolo?”, le ha chiesto Abate durante la presentazione cagliaritana. «Per molti motivi» ha risposto. Innanzitutto, perché “corpo docile” è l’espressione usata da Michel Foucault nel saggio Sorvegliare e punire: la nascita della prigione per parlare dei corpi dei detenuti, in quanto è sempre qualcun altro a decidere per loro: quando devono mangiare, quando devono dormire, persino quando possono avere un contatto fisico con gli altri. A spiegarci cosa si prova sono i personaggi del libro, Milena che pensa a «I corpi docili di noi detenuti. Decidono quando e quanto dobbiamo mangiare, quando e quanto dobbiamo dormire, quando e quanto dobbiamo parlare. Si chiama civiltà. Una pena senza dolore. No, senza spettacolo del dolore. Non ci vede nessuno e sua madre che sentenzia: «[…] in carcere il corpo è un muro abbattuto».

E poi il corpo perché «è il modo in cui noi occupiamo lo spazio, siamo noi». Per questo ha «tentato di raccontare una storia attraverso un corpo». Quello di Milena, dunque, è «un corpo docile perché è stata in carcere», ma è docile fino a un certo punto perché, ha spiegato, «il suo corpo “si inceppa” continuamente e in questo io vedo una sorta di ribellione a tutto quello che “il sistema” chiede: essere belli, seduttivi …»

Milena docile e ribelle ad un tempo; Milena che – ne ha detto l’autrice – mantiene la “verginità alla vita”, ossia la capacità di entusiasmarsi ancora come un bambino, anche se questo ha come contropartita l’ingenuità, la quale rende più vulnerabili alla cattiveria altrui.

Milena che è anche simbolo e – rispettosamente – strumento: simbolo dei bimbi nati in carcere che, crescendo, si portano dietro ferite insanabili e strumento per raccontare quel mondo intimo e relazionale che, invece, tocca tutti. Un mondo dove chiaramente  ha un ruolo rilevante l’amore, che «è sempre banale» e forse per questo, per paura di dire ovvietà, la Postorino non ne aveva ancora parlato e – ha confessato – solo ora si è sentita pronta a farlo. L’ha fatto raccontandolo con parole tutt’altro che banali («[…] l’amore è l’attesa inesausta del momento in cui la fusione si compirà di nuovo») e descrivendolo  nelle sue varie sfumature: l’amore incondizionato e premuroso (ancora più bello se anche un po’ canzonatorio); l’amore egoista; l’amore masochista … E poi l’amore del genitore verso il figlio e viceversa, che può essere meraviglioso ma anche terribile, anche se pochi hanno il coraggio di ammetterlo, tanto più ad alta voce: «I bambini lo sanno, che possiamo fare di loro quel che vogliamo. Forse è questo che li tranquillizza. L’idea che potranno liberarsi di noi.»; «Le madri rovinano tutto. Lo chiamano amore.» Figli come beni di cui disporre e genitori come loro burattinai, ma anche figli come zavorra che tengono, loro malgrado, ancorati alla vita coloro che, invece, vorrebbero abbandonarla: «E allora guardavi la maniglia della finestra in alto e ti ci vedevi te, appesa. Vedevi il tuo corpo penzolante, e finalmente ti sentivi riposata. Al mio funerale poi venivano a piangere solo i pidocchi. Dopo però la bambina si lamentava nel sonno, o apriva gli occhi e chiamava. Chi c’ha figli non può scegliere

Ma in quel mondo intimo e relazionale che a tutti appartiene c’è anche la violenza che qui, in queste pagine, ci viene presentata con uno sguardo insolito, sconvolgente e terrificante, perché è difficile smentire ciò che ci mostra: «È così intima la violenza, non ha paura del corpo dell’altro, non ha paura del contatto tra i corpi. È intima la violenza, dice all’altro ti riconosco, dice esisti, questo è il tuo corpo. Lo posso toccare, lo posso annientare. E quella smorfia di dolore che fa Milena, lo sbigottimento di chi non se l’aspettava, la violenza può guardarli senza giudicare, finalmente la vittima non ne prova più vergogna. La violenza ristabilisce le regole, recupera uno schema, pulito, impeccabile. La ragazza potrebbe pisciarsi addosso e la donna non direbbe che schifo. E se la vittima vomitasse, il carnefice non si risentirebbe. La violenza concede di essere imperfetti, nella violenza torniamo tutti umani.»

Seguendo la tormentata esistenza della protagonista il lettore viene risucchiato in un vortice di emozioni contrastanti: paura, rabbia, speranza, sconforto, disperazione e gioia (a piccole gocce ma salvifica). E una volta chiusa per l’ultima volta la copertina, abbandonando così Milena al suo destino, cosa resta? A me personalmente – come dopo la lettura  de Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbaugh – un senso di sconfitta che, però, non uccide la speranza. Forse perché Rosella Postorino, dentro e fuori da queste pagine, affronta quest’ingiustizia con spirito combattivo ma non certo arreso. Non a caso, in chiusura dell’incontro a Cagliari Rosanella Zonza, presidente onoraria della Prometeo Aitf onlus, ha commentato che si scorge in lei una vena di ottimismo.

Termino con un piccolo appunto sulla forma, ché non si pensi che il valore di questo libro stia solo nella sua preziosa funzione sociale. L’autrice ha scritto Il corpo docile in quattro anni, ma ha raccontato che a buttar giù la prima stesura è sempre piuttosto veloce: ciò che le richiede molto tempo è la riscrittura totale del romanzo. Perché tanta cura? Perché, ha spiegato, «il libro è un tutt’uno: respira se tutto è intrecciato bene. Ogni storia richiede una lingua esatta  E questa storia la sua lingua esatta l’ha avuta.

 

 

Le foto sono di Giuseppe Argiolas, presidente della Prometeo Aitf onlus

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