LETTERA APERTA AI “RESPONSABILI”, DIRETTI E INDIRETTI, DEL NOSTRO DESTINO

di Ernesto Bodini*

Una lettera aperta nella maggioranza dei casi presuppone il proposito di far conoscere in modo elegante, “plateale” e letterario un abuso, un torto subito o delle azioni volte a produrre (non in senso metaforico) del male fisico o psicologico. La grande massa (talvolta inconsapevole o superficiale) non è in grado di contestare e ciò, perché il più delle volte sono  piccoli drammi subiti dalla singola persona, e non vi è nulla che interessi i giornali ormai assetati di cronaca, della più squallida e della più nera. La presente deve giungere a voi destinatari quanto prima, e tale non è fine a se stessa in quanto i tempi e le situazioni contingenti della vita, sia a livello nazionale che internazionale, suggeriscono che ogni vostra decisione è fin troppo maturata, avendo voi affinato giorno dopo giorno ogni spunto ed angolosità decisionale per quanto di peggio è nelle vostre intenzioni a discapito di gran parte della collettività. Del resto, per tutte le cose terrene il “redde rationem” arriverà a tempo debito anche per voi, e allora questa esposizione che vi riguarda sarà non solo una mera lettera ma assumerà la forma di denunzia  verso i soprusi e le angherie da voi perpetrate nei confronti di quanti avete preso di mira. Tralasciando l’infinità delle vicende, il cui elenco sarebbe interminabile, ogni possibile espressione di sfogo vuole essere altresì testimonianza della di noi signorilità, limpida e squisitamente etica, priva di epiteti e maldicenze (che meritereste) contro ognuno di voi, una bolla che lascerebbe il marchio indelebile nella vostra coscienza. Sciamano davanti ai miei occhi  tanti episodi ed azioni, molti di essi appartengono a fatti che sarebbe troppo prolisso e dispersivo citare singolarmente, ma uno basta e colma la missiva per tutti: il dispotismo indiscriminato! Ogni vostra azione sono stilettate inferte con “ragionata” e voluta consapevolezza, come pure dissennate storture aprioristicamente cercate, si celano dietro la facciata dell’ipocrisia, dei falsi valori e della putredine. I fatti della vita, si sa, non sono sempre come l’uomo per bene vorrebbe, ma non si può accettare il gioco del burattinaio che con i vostri movimenti e volontà fate muovere i burattini alle vostre “dipendenze”, i quali penzolano inerti se non sono mossi con marchingegni e strumenti di ogni genere. Dozzinale e di pessimo gusto  è illudere per dare quello che poi non si potrà dare con fatti tangibili e coerenti, specie da parte di chi detiene poteri decisionali! La vostra pseudo-intellettualità sembra esercitare nella pratica con massimo rigore ogni pensiero preordinato, ma la rigorosità manifestata è un falso allarme. La gretta meschinità che vi accompagna è delle peggiori specie, aggravata dalla insensibilità d’animo e di mente, in quanto pressati da un unico e imprescindibile scopo: giungere a quell’arrivismo calpestando, se è il caso, tutte le regole dell’uguaglianza e dell’umana convivenza, zittire la vostra coscienza, cancellare dal vostro dizionario la parola rimorso.

Sono tutti squallidi esempi di comportamento che gran parte di voi va sempre più prolificando, che attecchisce come la gramigna in ogni ceto sociale, rendendo asfittica e nauseabonda  l’aria che tutti noi respiriamo. «Ma verrà un giorno per tutti (come profetizzava il Manzoni) la resa  finale dei conti che per simili soggetti non potranno mai quadrare e le vostre teorie e pratiche quotidiane si frantumeranno in un misero mucchietto di polvere che non lascerà più alcuna traccia, nulla in uno squallore deprimente e mortale». Svolazzano dalla finestra del mio studio alcune minuscole farfalle, verso ora tarda, che tra afa e qualche spiraglio di aria fresca si accontentano di posarsi sul mio scrittoio o sulla pagina di un libro aperto; sono anime libere come non lo siamo noi per causa vostra… E per questo rimugino più volte una serie di pensieri e considerazioni che hanno “ispirato” questa epistola, e il mio animo di piccolo ma impenitente filantropo (negli ideali) mi dice che sono ricco e che l’ultima battaglia non è perduta, ma solo rinviata… e che giustamente vorrei vincere unitamente a quanti si identificheranno in questa lettera aperta. Altri giorni, mesi e forse anni passeranno, ma non invano perché nella consapevolezza del torto che stiamo subendo (le vostre decisioni per il nostro futuro), c’é la certezza di un domani volto a pareggiare i conti. E se la presente non dovesse giungervi, od eventualmente non essere condivisa, sappiate che ad ognuno di voi vorrei dire: «Dio c’è, ma noi se tu. Rilassati!».

*(giornalista e opinionista)

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