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L’angolo di Full: “Il Garelli 70″

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Dalla raccolta privata del maestro Full abbiamo pescato un altro bel racconto dolceamaro che ci auguriamo vi faccia lo stesso effetto che ha fatto a noi: sorridere, ricordare, pensare ma anche sognare e sperare ancora.

Prima di dare spazio al brano, vi ricordiamo che potete sempre inviarci i vostri racconti seguendo le indicazioni del regolamento di Raccontonweb.

 

Garelli 70Il “Garelli 70″

Aspettavamo tutti qualcosa in quel vago stato di attesa che è sempre dentro di noi. Qualcosa che non arrivava mai.
Di questa attesa infinita ricordo le serate col Garelli. Prendevo su e andavo a Porta Venezia, in via Spallanzani, a guardare il “Garelli 70”, una motoretta di modesta cilindrata. Ci stavo anche venti minuti, oltre ai trenta di tram per andare e tornare. Era una vetrina molto illuminata e poco frequentata. Se vi trovavo altri “spettatori” guardavo in due tempi, con passeggio intermedio, per non sembrare un fanatico.
Il “Garelli 70” lo conoscevo meglio io dei suoi fortunati possessori. Il serbatoio ben dimensionato gli dava importanza e le ruote ad ampio raggio permettevano qualche evoluzione da centauro. Contenute le cromature, azzeccati i colori. Quando lo vedevo in strada ne memorizzavo il rumore. Mi piaceva l’attimo di sospensione in accelerata, come il cantante che prende fiato prima dell’acuto. Ma, soprattutto, ero attratto dal prezzo buono, quasi fossi un potenziale acquirente. Davvero un ottimo acquisto… potendo!
Una volta ero persino entrato a chiedere informazioni e il venditore fu molto gentile nonostante m’avesse inquadrato bene. Oppure, fu gentile per quello.
Fare sogni quasi realizzabili era un segreto per goderli al massimo. Con gli amici non potevo parlare del Garelli: “il Garelli? Che cazzo di moto è?”. Loro sognavano in grande: la “Ducati 175”, la “Gilera 150”, la “Guzzi 250”. Non capivano l’importanza del sognare in piccolo. O forse, ci si vergogna anche dei sogni, quando non sono grandi abbastanza.

Poi, nella nostra strada, comparve una “Ducati 175 Sport” nuova di pacca. Era di un falchetto (*) che lavorava in un cantiere in città e ogni fine settimana tornava alla cascina dei suoi, nella Bergamasca, per lasciare la biancheria sporca e riportare quella pulita insieme a qualche trancio di coppa, taleggio e  pane casereccio.
Come una diva, la sua moto aveva sempre intorno qualche ammiratore e la domenica, dal barbiere, si parlava del suo carburatore innovativo, del monocilindro a quattro tempi, dei freni e delle gomme ‒meglio le Goodyear delle Pirelli‒ nemmeno fossimo tutti dei consumati motociclisti anziché utenti delle tramvie municipali. In silenzio, invece, ci si chiedeva come potesse, un manovale-contadino che si portava il cibo da casa, permettersi una simile sciccheria.
Un giorno, proprio dal barbiere, capitò un compaesano del falchetto che, con toni vagamente allusivi, prese a raccontare di due vacche vendute di nascosto al macellaio del paese e poi dichiarate affogate nell’Adda in piena, per ottenere il contributo statale.
Noi soliti quattro fetenti prendemmo a muggire ogni volta che vedevamo il falchetto inforcare la  Ducati e, in breve, lo perdemmo di vista.

fulvio musso       Aspettavamo tutti qualcosa in quel vago stato di attesa che è sempre dentro di noi. Qualcosa che non arrivava mai.
Fu il periodo in cui, più acuto, vibrò l’idillio col “Garelli 70”. Simbolo della mia attesa, della Speranza.

Fulvio Musso

 

(*) montanaro zotico

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