L’angolo di Full: “Della solitudine”

barca a vela

barca a velaDella solitudine

 In solo mezz’ora passiamo dal fracasso giallo del bus al fruscio azzurro della barca. L’incanto del cambiamento ci lascia in silenzio per un po’.
Poi, il teatrino che c’è in ognuno di noi riapre il sipario:
«Credo che la navigazione al largo, sospesi fra questi due cieli d’aria e d’acqua, sia un modo per sfuggire alla nostra solitudine seriale che, qui, prende altra dimensione e dignità.»
È il mio ospite a parlare, il professor M. che mi accompagna in barca per la prima volta.
Si fila a cinque nodi con vento al traverso. Ogni tanto un’onda frange sul ponte procurandogli qualche timore:
«Le barche a vela sono più sicure di quelle a motore, giusto?»
«La sola barca sicura in assoluto è una baita in montagna», scherzo.
«Dicevo della solitudine. Secondo certo femminismo, l’uomo sceglierebbe una compagna meno dotata di lui
per poterla dominare, per sentirsi superiore.
«Sino a pochi decenni fa, la realtà sociale privilegiava l’uomo per istruzione e cultura. Tuttavia, a me capitarono opposte opportunità di scelta e, spesso, mi sono chiesto cosa m’avesse spinto a preferire una compagna dal profilo relativamente modesto.»
Intuisco che il discorso potrebbe coinvolgermi e stringo meno il vento per deviare la mia attenzione di skipper a quella di ascolto.
«Per quanto possa apparirti strano, la mia scelta dipese dalla nostra solitudine strutturale. Quella solitudine di fondo che ci fa popolare la vita di fantasmi e di sogni.
«Siamo un mondo di estranei più distanti fra noi degli astri in cielo. Isolati perché il pensiero è imperscrutabile. Sono esclusi soltanto i bimbi perché ne conteniamo la mente.
«Ebbene, tanto più riesco a contenere la mente della mia compagna, tanto meno mi sento solo. Per quanto il suo pensiero possa spaziare, resterà abbastanza vicino da poterlo raggiungere.
«Non mi riferisco alle evasioni amorose immaginarie, tanto care alle donne. Sono abbastanza realista da considerarle una semplice valvola di sfogo della gabbia matrimoniale.
«Mi riferisco alla dilatazione del pensiero in senso lato. Con una compagna irraggiungibile, tanto vasta da contenere interi universi, mi sentirei un semplice punto di quegli universi.
«Eppure non ho ambizione di comando: i conti di casa li tiene mia moglie. Chiamala fissazione, chiamala autofobia se vuoi.»

        Il professor M. riesce sempre a farmi pensare. Oggi, alla vastità dei miei deserti.
Tuttavia questa sua insicurezza m’intenerisce e cerco una risposta mettendo in fila i soliti pensierini bene educati, tipo l’utilità, la ricchezza di una compagna di spessore a favorire la comune crescita. Ma, come solito, mi precede il figlio di puttana che ho dentro:
«Che dirti prof? Se penso a quella cervellona strafiga di Sharon Stone, che a soli cinque anni frequentava la seconda elementare, reggerei eremi di solitudine pur di cuccarla.»

fulvio musso        Vento e mare stanno montando e non vorrei guastassero la gitarella al mio amico, così viro verso terra.
In mezz’ora passiamo dal fruscio azzurro della barca al fracasso giallo del bus. Il disincanto del cambiamento ci lascia in silenzio per un po’.
Poi, il teatrino che c’è in ognuno di noi riapre il sipario:
«Pizza “panna e prosciutto”, o il solito ristorantino?»
«Buona la prima.»

Fulvio Musso

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