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L’angolo di Full: “Gli spietati”

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Gli spietati

di Fulvio Musso

“Efficiente e spietato: lo era sempre stato nelle sue missioni. E lo era tuttora, ormai che la sua ombra, con movenze da vecchio, cominciava a ghermirlo. Qualcosa, però, vacillava in lui. Quando era solo.

Perché adesso gli capitava questa strana cosa. Non che soffrisse di solitudine, questo mai… o forse, sempre. Ma gli accadeva di restare solo con se stesso. Dapprima per pochi attimi inconsci, poi più a lungo e consciamente. L’età, forse. Debolezze.

 

C’erano delle visioni ricorrenti: occhi, sguardi, fremiti, sussulti. Cose che ben conosceva. Erano le sue vittime di sempre, braccate, sofferenti, morenti. Aveva imparato a ignorarle quelle immagini e, di fatto, nemmeno le vedeva… se non fosse per un dettaglio. Un piccolo particolare che pian piano era diventato un rovello. E gli scavava voragini.

Era una minuzia che aveva sempre trascurato, sennonché, in uno di quei maledetti momenti interiori, l’aveva interpretata. Era una piccola luce dentro quegli occhi. Un vivido lumino che, in lui, s’era ingigantito a faro. Nelle iridi delle sue vittime, ormai quasi spente dalla tortura, tremava quell’ultima scintilla. Quando terrore e disperazione erano ormai cancellati dalla lunga, lacerante attesa, restava quella luce che soltanto adesso aveva riconosciuto: era fiducia! Una fiducia estrema, totale.

Le membra segate dai legacci, le ossa maciullate nei ferri, la sete, la fame, la sofferenza atroce di giorni e di notti… al carnefice che arrivava per finirle, le vittime guardavano con quell’ultimo barlume. Non più spaventati, non più imploranti, i loro sguardi mostravano ormai una quieta fiducia in lui che s’avvicinava…vestito di morte.

Era il tradimento! Era questo tradimento così vile, così estremo. Era questo il rovello.

 

E pian piano maturò la decisione. Aveva fatto il suo tempo e si sarebbe ritirato.

Poco più che ragazzo, suo figlio era ormai pronto a rilevare il suo posto. Un bracconiere freddo, senza rovelli. Rude esecutore, anche lui, degli irreprensibili mandanti seduti ai tavoli imbanditi. Efficienti e spietati: noi.”

 

L’autore concluse la lettura del brano mentre il cameriere serviva l’antipasto.

«Non intendo incriminare nessuno», precisò alla sua giovane ospite, «con le sue trappole, il bracconiere non fa che imitare un antico e feroce trapper naturale: il ragno, in un mondo dove tutti si sbranano, ma solo l’uomo si contraddice», versò da bere per entrambi, «se fossimo tutti vegetariani, ci sarebbe comunque un poeta che piange la foglia d’insalata strappata crudelmente alla sua zolla. Siamo passati dagli antichi istinti alla libera coscienza… ma la mettiamo dove ci costa meno»..

«Coscienza in insalata: bel titolo per il tuo prossimo brano…» propose lei addentando il prosciutto di cinghiale.

 


 

 

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