Raccontonweb: “Il guerriero” di Beatrice Sabatini

Uno dei Giganti di Mont'e Prama raffigurante un guerriero che si protegge la testa con lo scudo

Uno dei Giganti di Mont'e Prama raffigurante un guerriero che si protegge la testa con lo scudoIl guerriero

Io sono un guerriero. Nacqui fra monti avvolti da nevose brume invernali, quando il corso del signore degli astri stenta a bucare la coltre bisbigliante delle nubi e il vento penetra fra le assi chiamando a raccolta nella valle i branchi di lupi smagriti dai digiuni. Io sono un guerriero, eppure mi diletta ascoltare la voce delle acque danzanti nei ruscelli al disgelo in primavera e mirare gli sterminati campi rosseggianti di papaveri quando le giornate divengono più lunghe e le greggi pernottano negli alpeggi fecondi di nuova erba. Fu lì, nelle radure montane assolate e profumate di terra, alla vigilia della mia iniziazione a guerriero, che mi trovò il fato.

Spesso avevo udito della misteriosa Signora del vento e della foresta dai racconti delle donne nelle sere invernali davanti al focolare. Con voci tremanti e basse raccontavano della donna senza tempo, sempre uguale nella sua sfolgorante bellezza, nella sua sfuggente presenza nel bosco sacro al vento, alle pendici della Grande Montagna di Pietra, che molti consideravano il centro del mondo. Raccontavano che ella fosse lì da innumerevoli anni, dal tempo in cui i nostri avi veneravano, nel grande bosco di querce, il dio misterioso che parla dalla Grande Montagna e la cui voce si ode nel vento, e affermavano che fosse la sua sposa e la sua sacerdotessa. Le nostre donne dicevano con timore che la Signora non avesse mai abbandonato quei luoghi silenziosi, sebbene altri dei fossero giunti nel corso degli anni ad insidiare il ricordo del suo sposo. Mia madre conosceva e venerava solo il dio della Montagna, con scherno e stupore di molti nella mia touta, e non temeva la Signora, piuttosto sentiva che le era simile e sorella. Ma per una sorta di senso di colpa, sopraggiunto all’oblio del dio ancestrale, le altre donne la temevano e non la cercavano. Molti uomini invece, sapendo della sua bellezza arcana ed eterna, l’avevano cercata nelle lunghe cacce solitarie, ma negli innumerevoli anni a pochi era apparsa, con i suoi lunghi capelli corvini e le iridi azzurro cupo come il cielo nelle limpide sere invernali. Quel che aveva detto a quei temerari era persino per loro un mistero perso nella memoria, sigillata per volontà della Signora, ma forse ella aveva recato presagi, forse verità terribili sul passato o sul presente.

In quella estate luminosa ero giovane, ancora immerso a metà nel mondo magico delle storie arcane della mia gente, eppure restavo incerto se credere alla leggenda sulla esistenza della Signora e, nel momento in cui la incontrai, i miei occhi esitarono. Mentre assieme ad un servo portavo al pascolo il gregge della mia touta, attorniato dalla febbrile custodia dei feroci cani pastore, con il loro collare irto di acuminate punte di metallo, mi ero attardato a contemplare la valle distante, avvolta nella tersa luce del primo mattino, con i filari di salici argentei che segnavano il corso del Grande Fiume, nelle nostre terre ancora veloce e poco profondo, giovane presagio della larga corrente che, lontano, tingeva di terra le acque del mare orientale. Immaginai il colle al centro della valle sul quale si arrampicavano le case di pietra della mia città, nascoste in quel punto dell’erta del sentiero dalla montagna boscosa davanti a me. Non mi accorsi che il gregge era andato oltre sul tratturo, sparendo dietro il bosco, e che l’abbaiare dei cani si era fatto lontano. Ero come succube di un sortilegio e, invece di raggiungere il gregge, mi inoltrai nel bosco, penetrandovi a fondo, carico dell’eterno mormorio del vento fra le giovani fronde delle querce. Ad un tratto mi trovai in una radura, al cui centro dimorava una grande roccia coperta di muschio, alla base della quale sgorgava una limpida sorgente.

Ella era lì, seduta su un tronco accanto al corso d’acqua, avvolta in una delicata veste del colore della sera, i lunghi capelli mossi dal vento, il viso perfetto serio ed intento. E mi fissava. Sentii il desiderio irresistibile di accostarmi a lei e mi ritrovai seduto al suo fianco, sull’erba ancora rorida della rugiada notturna. Mi parve che nella pura acqua della sorgente si riflettessero migliaia di piccole stelle in un cielo nero come pece. Ella d’un tratto si alzò e pose le sue mani sul mio capo. Guardai in alto e sopra di noi, oltre il suo capo, era notte, ma la luce del meriggio splendeva ancora nella radura. Tornai, come attratto da una forza misteriosa, a mirare la Signora ed ella mi scrutò. Udii le sue parole ma ella non mosse le labbra. Mi narrò di un tempo a venire, mi mostrò il mio futuro ardore di guerriero, mentre avanzavo avvolto nella magnifica corazza e coronato dall’elmo crestato. E poi battaglie gloriose e furenti, clangori di spade contro scudi e sibili di lance e frecce. Mentre la mia coscienza si smarriva nelle sue visioni, esaltando il mio ardore giovanile, vidi anche una donna straniera piangere suo figlio, un giovane forte e splendido, paludato della sua armatura e disteso in un sudario, colpito a morte. Il giovane veniva adagiato su un letto di pietre, in attesa che un tumulo lo ricoprisse di tenebre. La sua spada era posta fra le mani e i pugnali accanto al corpo, assieme agli amuleti rituali. Sua madre era accanto, muta e senza lacrime mentre la schiera delle donne della sua gente intonava i lamenti funebri. Di colpo sentii freddo e il corpo del guerriero divenne il mio. Iniziai ad affondare in un vortice tenebroso e denso come il limo sul fondo di una palude, mentre alle mie narici perveniva l’inconfondibile lezzo della morte e il mio respiro diveniva affannato e sempre più difficoltoso. Un opprimente peso si era adagiato sul mio petto e questo fece sì che io riemergessi di colpo dalla visione. La Signora era sparita ed io ero di nuovo nel bosco, solo e ansimante. Il sole splendeva al di sopra delle vetuste querce e l’acqua zampillava indisturbata. Temetti di aver dormito e sognato a lungo e paventai i rimproveri di mio padre perciò corsi fuori dal bosco, trovandomi di nuovo sull’erta del tratturo.

Fui attratto da voci sparse che chiamavano il mio nome, echeggiando ripetutamente nella valle. Scorsi un anziano guerriero che scrutava pensieroso il fondo di un burrone, stando pericolosamente sul ripido ciglio dello strapiombo, e lo chiamai. Quello sorrise scorgendo il mio volto e poi suonò nel corno, dirigendosi a grandi passi verso di me. Mi abbracciò contento e da lui scoprii che quello che mi era parso una breve assenza era stata in realtà un oblio del mondo durato tre giorni. Il servo aveva dato presto l’allarme, non vedendomi più seguire il gregge, e vari uomini mi avevano cercato per due giorni nel querceto, inutilmente, immaginando già una morte orribile in una forra o in una cavità apertasi improvvisamente sotto i miei giovani piedi. Ero turbato e non mi seppi spiegare l’accaduto: forse avevo bevuto acqua intossicata o mangiato per disattenzione i funghi riservati agli sciamani. Mi accontentai di quella spiegazione e, tornato al mio villaggio,  fu quella che d’istinto fornii per la mia momentanea scomparsa. Ma ciò che avevo visto, in sogno o in visione, quello lo tenni per me. Solo mia madre, credo, aveva intuito ciò che mi era accaduto, e proibì alle donne di nominare la Signora in mia presenza. E le donne obbedirono, tanto che anche la mia memoria pian piano finì per non serbare più ricordo alcuno degli occhi incantati della Signora.

Ma anni dopo, nella nebbia che ammorbava  di sangue l’aria di un freddo mattino invernale, mi parve che fossero proprio quelle pupille a chinarsi su di me. Ripresi conoscenza lentamente, e piano mi resi conto che gli occhi che mi esaminavano attentamente non erano quelli della Signora ma di una sconosciuta. Il mio corpo era dolorante, e il capo ferito. Avevo i capelli e il volto impiastricciati di sangue, il mio, e non sentivo più l’elmo.  La gamba destra mandava dolori lancinanti e capii che i tendini del ginocchio erano stati recisi da un colpo di spada. Compresi dolorosamente che non ero più un guerriero: come poteva ormai combattere uno storpio? Fra insopportabili dolori che risuonavano nel cervello come spilli acuminati ebbi coscienza di qualcosa che mi recava un debole sollievo: la sconosciuta mi stava lavando il volto con un panno freddo, e il gelo di quella cura mi portò alla memoria i fatti accaduti nei giorni appena trascorsi.

Ero giunto, dopo un lungo cammino negli stenti dell’inverno in compagnia di giovani guerrieri, in una terra straniera e diversa, fra uomini la cui parlata mi era familiare eppure sconosciuta.  Ero forte e di antica stirpe, legato da un patto di sangue e fedeltà ad una gente nostra antica consanguinea, che viveva in terre a meridione, lontano anche dal punto in cui il nostro fiume, gelido e veloce, diventa il Grande Fiume e scorre profondo e assorto fino al mare. Mia madre era restata accanto al focolare, sola e pensierosa. Ma io avevo nelle ossa il richiamo delle armi e, con il beneplacito di mio padre, non potei negarmi a quella guerra di resistenza ad oltranza contro gente astuta e invadente che reclamava il dominio su tutte le nostre terre.

Avevano già convocato i guerrieri della mia gente altre volte, negli anni precedenti, ma ora il mio patto di fedeltà mi costringeva a aderire a quella nuova guerra e, sebbene non fosse più la nostra, ugualmente desideravo parteciparvi. Mio padre ne fu lieto poiché sognava per me che le mie imprese venissero cantate nei secoli a venire sulle arpe degli aedi, nelle corti di potenti signori. Mi unii pertanto ai coscritti e scesi prima ad est e poi a sud, fino al luogo convenuto, che al nostro arrivo brulicava di guerrieri. Il bando per la leva obbligatoria aveva costretto in quel luogo quasi quarantamila uomini ma la confusione che regnava aveva un non so che di organizzato che impediva il caos. Fra tende che venivano innalzate e depositi di viveri ed armi, costantemente riforniti ed ordinati, l’animazione era incessante: ordini venivano lanciati in continuazione e molti guerrieri erano occupati ad affilare il filo di spade povere o sontuose, di lance appuntite e di asce robuste, a rafforzare corazze e scudi, a riparare calzari logorati dai lunghi cammini di chi non possedeva una cavalcatura. Quando l’accampamento fu completato e ognuno aveva ricevuto la propria collocazione nelle truppe, verso sera, fu distribuito il rancio. Mi ritrovai, affamato, con fra le mani del pane duro e una scodella di zuppa, accanto al mio giovane compagno di cammino, originario della terra dei nostri alleati, seduto davanti a un grande falò, attorno al quale numerosi guerrieri avevano incrociato le gambe. Mentre divoravo quel frugale pasto, rimpiangendo per l’ennesima volta in quel viaggio il profumo del formaggio di pecora sui dolci frutti del fico e del pane appena sfornato, che allietavano le serate estive nella mia terra, ascoltavo il vociare attorno a me.

(continua)

Beatrice Sabatini

Nata il 29 ottobre 1969 a L’Aquila, città dove vive tuttora. È laureata in Lingue e Letterature straniere e diplomata in Pianoforte. Per alcuni anni si è dedicata all’insegnamento delle lingue, Inglese e Francese, e del Solfeggio, curando contemporaneamente traduzioni e la scrittura di brevi saggi. Attualmente si occupa di Beni Culturali. Nutre dall’infanzia il “vizio segreto” della scrittura, componendo racconti brevi di genere fantastico e mitologico. Nel 2013 ha pubblicato il romanzo “Il segreto dell’Aquila, la vera di Collemaggio” (Ed. ilmiolibro.it, pagg. 462, € 25 – Amazon, formato kindle € 4,99), i cui personaggi si muovono sullo sfondo di una testimone silenziosa e magnifica degli eventi narrati, la città dell’Aquila, con la sua storia, la sua arte, la bellezza della sua natura fino ai giorni del dolore dovuti al sisma del 2009.

 

 

Nella foto uno dei Giganti di Mont’e Prama, raffigurante un guerriero della civiltà nuragica

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