IL GIORNALISMO DI TRINCEA

Un piccolo esercito di professionisti estremamente determinati e dediti alla trasmissione di fatti e misfatti che disturbano quotidianamente la serenità di noi tutti. Inviati e corrispondenti di guerra con precise mete e senza scadenza per ritornare in Patria.

di Ernesto Bodini (giornalista e opinionista)

Va da sé che tutte le professioni hanno una loro dignità e utilità proprio perché esercitate dalla Persona, e quindi meritano considerazione e rispetto. Ma ve ne sono alcune che hanno “un passo in più” in quanto particolarmente dedite al rapporto umano più diretto, come ad esempio gli operatori sanitari, le Forze dell’Ordine, i vigili del fuoco, gli insegnanti, etc. Ma in particolare vorrei porre la mia attenzione (e il periodo me lo impone), non certo per campanilismo, sulla professione del giornalista soprattutto inviato e corrispondente di guerra. Un operatore che non credo sia affetto da “stoicismo”, bensì per predisposizione e quindi ponderata scelta… e forse nemmeno per mero guadagno. In questo caso va rilevato che tutti quelli che sono deputati a farci pervenire notizie in tempo reale (o quasi) da zone di guerra e conflitti di vario genere, sono professionisti dotati di varie peculiarità e soprattutto per il costante rischio della propria vita. Di questi giornalisti, che dal canto mio stimo moltissimo, non intendo farne una sorta di “martiri” tout court e tanto meno etichettarli quali eroi, ma valorizzare al meglio il loro ruolo e quindi le loro competenze che credo non siano molti ad avere nella categoria. Il più delle volte leggiamo (o ascoltiamo) i loro reportage facendoci conoscere nel dettaglio le più assurde atrocità compiute dall’uomo, e nel contempo realtà politico-istituzionali e socio-culturali di molti Paesi. Ma tutto ciò a che prezzo? In non poche occasioni la loro vita è stata ed è messa a repentaglio, a volte perdendola; ma io credo che il loro agire sia anche una questione di coscienza civile, rendendo onore a quel dovere-diritto di far sapere affinché ciascuno di noi abbia a rendersi conto quanto precaria sia l’esistenza umana, ma soprattutto quanto irrazionale, contorto e assurdo è il modo di concepirla da parte di molti despoti… che si credono padroni del mondo. Tra i giornalisti di “trincea” una parte erano e sono giovani, e tutti hanno a che fare con la continua evoluzione degli eventi bellici e politici, cambiamenti climatici e tecnologici accettando sempre nuove sfide poste dal contesto, anche se a volte un altro nemico da affrontare è rappresentato dalla censura che il bravo professionista è spesso in grado di “aggirare” o superare.  Ma per meglio comprendere il peso di questa professione sono anche i numeri che fanno parlare: basti considerare che nel solo 2015, secondo il Rapporto della Organizzazione Reports Senza Frontiere, i giornalisti che hanno perso la vita sul campo sono stati 110, gran parte di essi proprio in zone di guerra, come successe nel 2014 dove ben due terzi dei decessi si registrarono in zone in cui erano in corso conflitti. Di quei 110 giornalisti uccisi, 67 hanno perso la vita mentre svolgevano il loro lavoro, 43 in circostanze non del tutto chiare. Inoltre si contano 27 vittime di giornalisti non professionisti, i cosiddetti “citizen journalist” (letteralmente giornalista cittadino), come pure la perdita di sette tecnici tra cameramen, fonici e altri tipi di tecnici. Ma quali i Paesi più a rischio? Sempre secondo il Rapporto sono da citare Iraq, Iran, Libia, Siria e Yemen. Poi bisogna considerare i giornalisti presi in ostaggio: nel 2015 ad esempio sono stati 54, mentre si sono registrati oltre 150 giornalisti arrestati solo per aver svolto il loro lavoro. Tra i rapiti 26 risultavano in ostaggio in Siria, 13 nello Yemen, 10 in Iraq e 5 in Libia; tra i reporter detenuti in carcere la maggioranza risultava in Cina con 23 giornalisti prigionieri. Attualmente i giornalisti in carcere nel mondo sono circa 500, per la precisione 364 giornalisti e 99 “cittadini giornalisti”.

Ma qual è la situazione oggi? Nel 2020 nel mondo erano stati registrati 65 decessi e ben 45 nel corso del 2021, tutti giornalisti e operatori dell’informazione uccisi, secondo la Federazione Internazionale dei Giornalisti (la più grande organizzazione mondiale del settore che rappresenta circa 600 mila professionisti dei media), più spesso per aver denunciato corruzione, criminalità e abuso di potere nelle proprie comunità, città e paesi. «I 45 colleghi che abbiamo perso quest’anno a causa della violenza – ha riferito in una nota Anthony Bellanger (1973), segretario generale della Federazione Internazionale dei Giornalisti, e dal 2020 visiting professor di giornalismo presso la Scuola di Giornalismo dell’Università Cattolica di Lovanio – ci ricordano il terribile sacrificio che i giornalisti di tutto il mondo continuano a pagare per servire l’interesse pubblico. Rimaniamo in debito con loro e con migliaia di altri che hanno pagato il prezzo più alto. L’unico tributo adatto alla causa a cui hanno dato vita, dovrebbe essere l’incessante ricerca della giustizia». Sempre secondo la nota della Federazione sono 45 i giornalisti e operatori uccisi in 20 Paesi. Di questi 33 sono morti in attacchi mirati, 9 sono stati uccisi in Afghanistan, 8 in Messico, 4 in India e 3 in Pakistan. E come se non bastasse ci voleva il conflitto Russia-Ucraina per incrementare questa pietosa lista. Infatti, dall’inizio di quest’anno i giornalisti uccisi sono stati 15 (più di 3 al mese). Se il conflitto russo-ucraino non accenna a fermarsi questi numeri rischiano di essere stravolti. I notevoli rischi di chi lavora al fronte per documentare i combattimenti e queste assurde rivalità sono notevoli, in primis quello di essere uccisi, talvolta senza conoscere il volto di chi ha premuto il grilletto. In totale dal 1991 sono 2.721 i giornalisti uccisi in tutto il mondo e, per la cronaca, l’Ucraina è al 97° della classifica di 180 Paesi sulla libertà di stampa, la Russia al 150°. Per tutte queste ragioni il Reporters Sans Frontières (RSF) ha aperto un centro per la libertà di stampa a Lviv, nell’area occidentale dell’Ucraina, per offrire “la migliore assistenza possibile nel seguire la guerra” a tutti i giornalisti ucraini, e in generale a tutti i reporter. Dunque, un bollettino di guerra anche per la conta dei giornalisti uccisi, feriti o imprigionati: un piccolo esercito le cui armi sono il cellulare, la macchina fotografica e la cinepresa; strumenti “innocui” per documentare e raccontare quello che non vorremmo vedere e sapere, ma che è doveroso prendere atto per non essere impreparati… grazie al lavoro di questi temerari dell’informazione che, a mio avviso, meritano un posto nel nostro cuore e nella nostra coscienza. Un’ultima considerazione. Sarebbe auspicabile l’esistenza di inviati e corrispondenti sul campo nell’ambito della Sanità, per documentare non solo le potenzialità e le efficienze del SSN, ma anche per rilevare le non poche difficoltà che i cittadini-pazienti incontrano ogni giorno per fruire in tempi ragionevoli di una visita medica, di un esame diagnostico-strumentale, di un ricovero in reparto e di una adeguata assistenza sul Territorio. Ma, a parer mio, a parte qualche cronista, in questo ambito i “temerari” competenti non esistono!

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