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Fine vita: la società è pronta, la legge no

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Una legge sul fine vita in Italia ancora manca, ma sono maturi i tempi per averla? Sì, stando a quanto emerso nel corso del dibattito organizzato a Cagliari dal Comitato per il Mese dei diritti umani.

Locandina di un dibattito sul fine vita organizzato a Cagliaridi Marcella Onnis

Sabato scorso, 28 marzo 2015, si è tenuto a Cagliari un dibattito pubblico dal titolo “Fine vita: il diritto di decidere”, organizzato dalla cooperativa sociale Il Giardino di Clara studio editoriale Typos e promosso dall’Associazione sarda per l’attuazione della riforma psichiatrica (Asarp) e dalle altre associazioni aderenti al Comitato per il Mese dei Diritti umani. Oggi vi proponiamo la prima parte del nostro resoconto dell’evento, seguito anche da Radio radicale, che lo ha trasmesso in differita e ne rende disponibile l’audio integrale sul suo sito.

LA SOCIETÀ È PRONTA – A introdurre i lavori è stato Antonello Murgia che, a nome del Comitato per il Mese dei Diritti umani, ha dichiarato che i tempi sono maturi per affrontare il delicato tema del fine vita dal punto di vista normativo. Ad attestarlo sono dati e fatti, quali lo studio del 2006 redatto dal GiViTI (Gruppo italiano per la valutazione degli interventi in terapia intensiva) e da lui citato, da cui risulta che il 62% dei pazienti deceduti nelle 84 rianimazioni esaminate morirono per “desistenza terapeutica”, ossia per l’interruzione della ventilazione artificiale meccanica o per la mancata introduzione di una nuova terapia che non avrebbe potuto avere esiti positivi. Secondo il portavoce del Mese dei diritti umani, questo studio dimostra che esiste già una tendenza a evitare sofferenze inutili ai pazienti, anche da parte degli stessi medici. Medici che, sempre stando a questo studio, in gran parte dei casi assumono tale decisione senza chiedere il consenso ai familiari. Una legge in materia, dunque, a suo parere «non stravolgerebbe il quadro, non lascerebbe soli i familiari davanti al medico e darebbe al paziente piena libertà come previsto dall’art. 32 della Costituzione». Murgia ha precisato, in proposito, che la libertà del paziente va intesa in due sensi: diritto di rifiutare l’accanimento terapeutico o, all’opposto, di proseguire con le terapie anche con scarsissime possibilità di sopravvivenza. Forte dei suoi 40 anni di attività professionale come medico e degli ancor più numerosi anni di attività nella società civile, Murgia ritiene che a prevalere, tra pazienti e familiari, sia il primo diritto, di poter decidere di non soffrire oltre, ad essere più invocato. Ed è questo quadro che porta il Comitato ad affermare appunto che i tempi sono maturi per avere una «legislazione più adeguata».

Stessa convinzione ha espresso Marco Cappato, dirigente dei Radicali italiani e tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, intervenuto al dibattito per via telefonica in sostituzione di Matteo Mainardi, coordinatore della campagna Eutanasia legale promossa dalla stessa associazione. Cappato ha citato statistiche che dimostrano come l’opinione pubblica sia ampiamente favorevole a norme sul fine vita, al testamento biologico e alla regolamentazione dell’eutanasia. Quest’ultima, del resto, legittimerebbe quanto già accade: «L’eutanasia viene praticata, è inutile che ce lo nascondiamo» ha affermato più tardi, nella parte del dibattito aperta al pubblico, Stefano Incani dell’UAAR (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti). Dunque, delle norme sul fine vita (e non norme qualunque, ma buone regole) sono ormai necessarie, anche perché, ha sottolineato il dirigente dei Radicali italiani, «con l’allungamento della vita media il processo di morte statisticamente si allunga».

Insieme a Mina Welby e Gustavo Fraticelli, Cappato è anche fondatore dell’associazione Soccorso civile per l’eutanasia (www.SOSeutanasia.it) che, ha spiegato, offre «informazione e sostegno logistico a chi quotidianamente ci chiede di andare all’estero per ottenere  l’eutanasia» (non solo in Svizzera ma anche Belgio, Olanda…). Roberto Loddo, presidente de Il Giardino di Clara, ha ricordato che quest’azione di disobbedienza civile per il nostro ordinamento equivale al reato di concorso in omicidio, pertanto i suoi promotori rischiano fino a 15 anni di carcere (sul punto vi rimandiamo all’articolo di Onde Corte “Cappato a Cagliari: Da oggi violiamo la legge”). Loro, tuttavia, non demordono, anzi: «Lo faremo fino a quando il Parlamento non legifererà in materia». E, a suo parere, «prima o poi  queste regole arriveranno: il problema è non dover aspettare, viste le urgenze di tanti malati».

NUOVO APPELLO DI WALTER PILUDU – Urgenze che emergono drammaticamente e costantemente dalle testimonianze di malati, familiari e operatori sanitari. Lo stesso dibattito in questione, come già ricordato in un precedente articolo, è scaturito proprio da una di queste testimonianze: quella di Walter Piludu che, per l’occasione, ha scritto una nuova lettera rivolta agli organizzatori (il testo integrale è disponibile sul sito de Il manifesto sardo). Nella lettera, letta da sua figlia Alessandra, Piludu racconta di aver chiesto al medico rianimatore assegnatogli dal Sistema sanitario nazionale se avrebbe provveduto a staccargli il respiratore che lo tiene in vita nel caso avesse espresso tale volontà e di aver ottenuto da questi, dopo un tentativo di tergiversare, risposta negativa. Anche in considerazione di tali resistenze, per Piludu «serve un’azione di diritto positivo, serve una legge che affermi e tuteli il riconoscimento di un diritto fondamentale dell’individuo, nella applicazione del principio di autodeterminazione, principio intangibile per ogni essere umano e non solo per un Papa». Ma, aggiunge, «se serve una legge, servono di conseguenza dei legislatori convinti e determinati e serve dunque una politica onesta, lungimirante e coraggiosa. E se questa stenta ad affermarsi, sta ai liberi e forti il compito di promuoverla, senza dividersi in guelfi e ghibellini. Contro l’indifferenza e l’ipocrisia, contro la pavidità e l’ignavia, si mettano in movimento le armi antiche e moderne della democrazia: le assemblee, le proteste diffuse, le raccolte di firme». Parole di alto tenore che, non a caso, hanno costituito un punto di riferimento per quasi tutti gli interventi dei relatori e del pubblico. Andrea Pubusa, docente di diritto amministrativo dell’Università di Cagliari, ha sottolineato, in particolare, come Piludu abbia dato «una lezione di un costume che ormai si è perso: il costume dei politici di individuare problemi e indicare possibili soluzioni. Un costume di cui oggi si avverte grande bisogno».

pubblico presente a un convegnoDurante la fase dedicata agli interventi del pubblico, il giornalista ed ex consigliere regionale Giancarlo Ghirra, ha evidenziato come Walter Piludu abbia il merito di aver sollevato un problema generale partendo dal proprio caso, peraltro senza mai parlare di eutanasia: «Walter non vuole una buona morte ma una buona legge». E, ha aggiunto, «pone un problema di libertà che è politico. Chiede di affrontarlo con la stessa serietà con cui sono stati affrontati il divorzio e l’aborto». Ad oggi, però, ha ricordato Ghirra, nessun politico, tranne Grillo, ha risposto a Piludu. Ed è un silenzio grave perché «deve essere il Parlamento a risolvere il problema».

Sulla stessa linea d’onda il monserratino (e parente di Walter) Carlo Piludu: «Walter non vuole morire: vuole essere libero. È un fanatico della libertà. Vuole poter scegliere, lasciare un testamento. Walter chiede questo: “Non fatemi morire in trincea”». E ha poi precisato, riguardo all’eutanasia, che «non è vero che è una dolce morte: è terrificante perché coinvolge altre persone ed è un tormento doverla chiedere ad altri».

IL QUADRO NORMATIVO ATTUALE – Ma qual è esattamente il quadro normativo attuale? Per capirlo, occorre partire dall’ormai lontano 1997, quando i paesi membri del Consiglio  d’Europa firmarono la Convenzione di Oviedo sulla protezione dei diritti dell’uomo e della dignità dell’essere umano riguardo all’applicazione della biologia e della medicina. Tale Convenzione, in particolare, ha introdotto il cosiddetto consenso informato e, all’art. 9, di fatto apre la strada al cosiddetto testamento biologico: «I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione». L’Italia, ha fatto presente Antonello Murgia, non solo ha ratificato il documento con notevole ritardo ( legge 28 marzo 2001, n. 145), ma non ha neppure approvato i decreti legislativi che avrebbero dovuto fissare «ulteriori disposizioni   occorrenti per l’adattamento dell’ordinamento giuridico italiano ai principi e alle norme della Convenzione». Decreti che, secondo la stessa legge, avrebbero dovuto essere approvati entro 6 mesi dalla sua entrata in vigore. Una piccola consolazione, però, l’ha regalata il costituzionalista Daniele Piccione, segnalando quanto disposto dall’art. 28 della Convenzione: «Le domande fondamentali poste dallo sviluppo della biologia e della medicina siano oggetto di un dibattito pubblico appropriato alla luce, in particolare, delle implicazioni mediche, sociali, economiche, etiche e giuridiche pertinenti  […]». Ossia, secondo il giurista, «afferma a chiare lettere che quanto stiamo facendo oggi è una sua piena applicazione».

Dopo la legge n. 145/2001 alcun altro atto legislativo in materia è stato approvato  e i pochi tentativi di provvedere sono miseramente falliti, come ricordato da Piccione e dal giornalista Matteo Mascia, moderatore dell’incontro. Sul punto, Marco Cappato ha fatto presente che l’associazione Luca Coscioni, insieme ad altri promotori, ha presentato in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare, ma che dopo un anno e  mezzo ancora non è stata discussa. Eppure, ha precisato, perché ciò accada «basterebbe che un gruppo parlamentare, anche di minoranza, o anche il Presidente della Camera ne chiedessero l’iscrizione all’ordine del giorno». Nel frattempo, i cittadini possono comunque sottoscrivere la proposta di iniziativa legislativa sul sito www.eutanasialegale.it

Alcuni partecipanti, intervenuti nella fase del dibattito aperta al pubblico, hanno inoltre fatto presente che anche gli enti locali, vista l’inerzia del legislatore, si stanno mobilitando, ad esempio con l’attivazione del registro delle dichiarazioni sul trattamento del fine vita. In particolare, il consigliere comunale Gaetano (noto Tanino) Marongiu ha annunciato che il Comune di Cagliari discuterà una sua proposta a riguardo; mentre Stefano Incani ha ricordato che la Provincia di Cagliari ha già istituito il registro per il testamento biologico, aggiungendo che farvi inserire la propria volontà «è un atto politico perché più persone esprimono la loro volontà, più si sensibilizza la classe politica».

(continua con l’articolo Fine vita: perché in Italia una legge ancora non c’è)

 

Foto Studio editoriale Typos

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