CONCLUSO IL CICLO DI CONFERENZE SULLA PREVENZIONE

CONCLUSO IL CICLO DI CONFERENZE SULLA PREVENZIONE

di Ernesto Bodini (giornalista scientifico)

 

Con le ultime due conferenze al Molecular Biotechnology Center si è concluso il secondo ciclo dedicato alla prevenzione, a cura della associazione “Più Vita in Salute” presideduta dal dottor Roberto Rey. La prima sul tema Prevenzione e terapia delle epatiti virali croniche è stata tenuta dal prof. Giorgio Maria Saracco (nella foto), direttore della S.C. di Gastroenterologia del Presidio Molinette di Torino, ricordando che le epatiti sono suddivise in 5 gruppi: dalla A alla E. L’epatite A e l’epatite E sono diverse dalle epatiti B, D, e C in quanto diverso è il processo di infezione. Infatti, le epatiti A ed E le controlliamo evitando di alimentarci con cibi e bevande infette: la B, la C e la D, invece, le controlliamo per via parenterale, ossia attraverso il sangue, evitando di venire a contatto con strumenti infettati da liquidi, deiezioni o sangue dei pazienti affetti da epatite, comprese le trasfusioni. Le epatiti A ed E guariscono sempre e comunque non cronicizzano mai; a differenza della B, la C e la D che possono cronicizzare. «Anni fa – ha ricordato – quando non si conoscevano certi virus, il modo più frequente per contrarre le epatiti virali, e che potevano cronicizzare, era il sangue infetto; e fino al 1990 le sacche di sangue che venivano trasfuse non erano controllate per il virus (non conosciuto). Oggi, le sacche di sangue sono sicure perchè tutti i virus vengono scrinati all’inizio. La causa principale del contagio è la tossicodipendenza, i cui soggetti interessati tendono a condividere le siringhe. Ma non solo. Sta diventando sempre più frequente la trasmissione attraverso tatuaggi e piercing che è bene controllare dove e chi li fa…; inoltre la trasmissione avviene per via sessuale (rapporti non protetti)». Ma tornando all’epatite A, che è stata causa di una epidemia circa vent’anni fa, soprattutto in Puglia per un mancato controllo degli stabilimenti di mitili (cozze) troppo vicini allo scarico fognario, va ricordato che la si può evitare cuocendo bene gli alimenti soprattutto quelli che abitualmente vengono ingeriti anche crudi. Per questo tipo di epatite è disponibile un vaccino, ed è raccomandato a chi intende emigrare in Paesi ad alto rischio enedemico, ma anche a chi si arruola nell’Esercito, ai tossicodipendenti e a tutti quelli che sono affetti da una patologia cronica epatica. «I soggetti a maggior rischio – ha spiegato il relatore – sono quelli che si occupano di assistenza all’infanzia, gli operatori sanitari, gli operatori ecologici e gli addetti alla manipolazione degli alimenti; pertanto è loro indicata la vaccinazione come profilassi. Il 50% delle epatiti acute che ogni anno avvengono in Italia si tratta di epatite A, il cui virus è peraltro presente in tutto il mondo, soprattutto nelle zone a basso controllo igienico-alimentare. L’incubazione è di 2-4 settimane e chi ne è affetto presenta determinati sintomi (itterizia, astenia, febbre, etc.) che scompaiono nell’arco di poche settimane, sino ad acquisire una immunità permanente». Il corrispondente virus dell’epatite A è quello dell’epatite E, peraltro molto raro, ed è maggiormente presente nei Paesi in via di sviluppo; questa patologia è vincolata agli animali (zoonosi), la cui prevalenza è uguale a quella causata dall’epatite A. La trasmissione avviene per via oro-fecale e i soggetti a rischio sono quelli che frequentano aree endemiche; il tasso di mortalità è basso in un soggetto sano, ma è più elevato, ad esempio, nella donna in gravidanza: 1 su 4 decede e conseguentemente anche il nascituro in grembo. «Tra le epatiti che possono cronicizzare – ha proseguito il cattedratico – c’é quella causata dal virus B, piuttosto subdolo perché possiede un enzima (simile a quello dell’Aids) che gli consente di inserirsi nel nostro corredo genetico; quindi, una volta cronicizzata, è assai difficile la guarigione tanto che, a distanza di anni, si può manifestare un tumore al fegato. In Italia l’incidenza delle epatiti acute sta regredendo, mentre stanno aumentando le forme croniche soprattutto per abuso di alcool e da sostanze grasse, con la conseguenza di contrarre la cosidetta steatosi epatica (fegato grasso), oltre a cirrosi e tumore, e questo perché si mangia male e troppo e si fa poco movimento. Le vie di trasmissione sono la scarsa igiene, i rapporti sessuali non protetti, uso di strumenti non sterilizzati, per via parenterale materno-fetale e, a questo riguardo, in Italia tutte le donne in gravidanza sono scrinate per il virus B al terzo mese di gravidanza». Quasi il 90% delle epatiti virali acute da virus B guariscono spontaneamente, il restante 10% si cronicizzano. Per curare l’epatite B si tratta di inibire la replicazione del virus, e se la malattia è in corso ne causa lo scompenso epatico tale da favorire l’insorgenza di un tumore. Ma anche i farmaci sono molto utili perché impediscono la replicazione del virus, sia pur non guarendo… Tra questi, dal 1991 è disponibile anche un vaccino che è obbligatorio e gratuito. «Il virus Delta (B) – ha proseguito il clinico – è un vanto dell’Epatologia italiana perché scoperto nel 1977 dal torinese prof. Mario Rizzetto (oggi emerito direttore della S.C. di Gastroenterologia all’ospedale Molinette, ndr). É un virus molto “strano” in quanto è presente in soggetti con l’epatite B, e lo si contrae da una siringa infetta ed ancor peggio da chi è portatore già noto di epatite B come il soggetto tossicodipendente. Per quanto riguarda l’epatite C, ne sono infetti 170 milioni nel mondo, e in Italia è più frequente al sud rispetto al nord. Questa patologia la si contrae con la tossicodipendenza, l’esposizione parenterale, per via sessuale, etc. Al momento l’epatite C è la principale causa che porta al trapianto di fegato, e della stessa solo il 10-20% guarisce spontaneamente, il resto si cronicizza per poi evolversi dopo anni in cirrosi epatica». Per stabilire se il paziente con epatite B o C cronica ha un certo grado di gravità, viene sottoposto ad un esame con fibroscan, un apparecchio molto simile ad un ecografo, che attraverso una sonda poggiata sulla parete toraco-addominale, tra gli spazi intercostali, invia al fegato delle onde elastiche. La velocità di propagazione di queste onde attraverso il tessuto epatico viene elaborata da un calcolatore, che fornisce in tempo reale una stima quantitativa dell’elasticità/rigidità del fegato. L’esame, a carico del SSN, è indolore e dura circa 5-10 minuti. «Per l’epatite virale cronica – ha concluso il prof. Saracco – non viene consigliata alcuna dieta particolare, mentre sarebbe bene evitare il sovrappeso, l’obesità, il diabete e mantenere nella norma i valori dei trigliceridi e del colesterolo, oltre ad un adeguato stile di vita che comprenda una regolare attività fisica. Oggi di epatite C si guarisce al 99%, ma per i pazienti con cirrosi epatica, anche se trattata e risolta, è consigliabile che si sottopongano a periodici controlli».

La relazione relativa a Sempre più ampi gli obiettivi della terapia del dolore: mai fare male! è stata trattata dalla dott.ssa Liliana Oberto (nella foto), specialista in Rianimazione e Terapia del Dolore all’ospedale di Chivasso (To). Da millenni si parla e si affronta il tema dolore, un’esperienza che accompagna l’umanità sin dal suo esordio. É un’esperienza sensoriale ed emotivamemte spiacevole che non risparmia nessuno, non ha confini geografici ed è associata ad effettivo, o potenziale, danno tissutale tanto da essere descritta come tale. É un campanello d’allarme che mette in guardia il corpo dalla presenza di stimoli pericolosi o potenzialmente tali, presenti nell’organismo al di fuori di esso. «Il dolore può essere acuto o cronico – ha spiegato la relatrice –, ma anche duraturo perché lo stimolo dannoso persiste o perché subentrano fenomeni di automantenimento che lo fanno percepire nonostante la causa scatenante sia tenuta sotto controllo. Ciò avviene per patologie progressive neoplastiche e non, o per altre malattie con andamento cronico. La costante presenza del dolore coinvolge l’esistenza di una persona in quanto innesca un circolo vizioso: non colpisce solo il fisico, ma anche la psiche promuovendo così stati d’animo negativi come ansia, frustrazione, depressione, fatica, disturbi del sonno e una riduzione delle facoltà intellettive». Quindi diventa una malattia in quanto è anche un dolore dell’anima che influenza la sfera psicologica e sociale, provocando un impatto sulla qualità della vita. Ma quali le caratteristiche del dolore da cancro, ad esempio? «É un dolore che unisce quello acuto e quello cronico – ha sottolineato –, definito “inutile” perché è fine a se stesso. Un tempo si riteneva il dolore un’esperienza ineluttabile, ma solo verso la fine degli anni ’70 nacquero i primi Centri della terapia antalgica, e si diffuse il concetto che il dolore deve essere trattato, ossia la persona non deve soffrire. Ma l’utilizzo degli oppiacei, ad esempio, era visto ancora con molta diffidenza e la loro prescrizione risultava essere assai complessa; molti erano ancora i tabù e i pregiudizi anche da parte della classe medica». Per alleviare il dolore nel 1986 l’Oms propose la “Scala a tre gradini”: oppioidi forti per dolori moderati forti, oppioidi deboli per dolori moderati, non oppioidi (FANS) per dolori lievi. In Italia nel 2001 è stata promulgata una legge che semplifica la prescrizione degli oppioidi, ma il concetto che il paziente non dovesse soffrire era ancora poco conosciuto, anche quando questo dolore poteva essere risolto. Nello stesso anno il Ministero della Sanità ha istituito una Commissione per le linee guida inerenti al progetto “Ospedale Senza Dolore”, e altre successive emanante sino al 2010 con la legge n. 38 del 19 marzo per semplificare la prescrizione degli oppioidi, con il presupposto di cambiare la mentalità dei medici sulla prescrizione dei farmaci; inserire inoltre, nel corso di Laurea in Medicina e Chirurgia, il relativo insegnamento per alleviare la sofferenza, come pure inserire nei nosocomi il Comitato Ospedale Senza Dolore. «La legge obbliga – ha precisato la dottoressa Oberto – ad occuparsi del dolore sia nel soggetto adulto che pediatrico, ed istituisce due reti assistenziali: le cure palliative e la terapia del dolore; inserendo fra i relativi parametri del controllo del dolore che vengono controllati e riportati in cartella clinica». Anche la Chiesa si è espressa a favore del trattamento del dolore. Papa Pio XII, nel 1957, disse: «La sopportazione cristianamente motivata e corroborante del dolore, non induce a ritenere che ogni sofferenza e ogni dolore vadano sopportati comunque e che non si debba intervenire per lenirli…». Più recentemente, Giovanni Paolo II sottolineò: “Tra le cure da somministrare al malato terminale vanno annoverate anche quelle analgesiche, e messo anche in evidenza che l’anestesia come l’analgesia, agendo su ciò che il dolore ha di più aggressivo e sconvolgente, rende più umana l’esperienza della sofferenza».

Foto a cura di Giovanni Bresciani

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