Il Comune di Sassari attende altri “sì” alla donazione

Il Comune di Sassari attende altri “sì” alla donazione

manifestazioni della Prometeo a Sassaridi Marcella Onnis

Venerdì 21 aprile 2017 l’associazione sarda di trapiantati Prometeo AITF Onlus ha organizzato a Sassari un’assemblea pubblica per informare sui trapianti di organi e sensibilizzare sulle donazioni, in particolare, promuovendo il servizio di registrazione delle dichiarazioni di volontà presso l’Ufficio anagrafe al momento del rilascio o rinnovo della carta di identità. Un servizio che in questo Comune è già attivo da circa un anno grazie all’iniziativa delle Aido comunali di Sassari e Ittiri. Il numero di sassaresi che finora ne hanno usufruito, però, è inferiore alle aspettative: al 30 aprile 2017 risultavano registrate sul Sistema informativo dei trapianti (SIT) solo 3.998 dichiarazioni. Dopo un boom iniziale, ha raccontato l’assessore con delega all’Anagrafe Amalia Cherchi, c’è stato un “raffreddamento” da parte dei cittadini, nonostante i funzionari incaricati di raccogliere le dichiarazioni abbiano continuato a presentare quest’opportunità con la dovuta professionalità e delicatezza. Per lei e per l’assessore alle Politiche sociali Monica Spanedda la causa di questa scarsa adesione è un problema di informazione, in particolare sul concetto di post-mortem perché è ancora diffusa la convinzione che il prelievo degli organi avvenga quando il paziente non è ancora morto. A nome dell’Amministrazione comunale, dunque, l’assessore Spanedda ha assunto l’impegno ad attivarsi per potenziare l’informazione su questi temi, anche in raccordo con le associazioni di settore e con gli operatori sanitari dell’ospedale “SS. Annunziata” di Sassari, in particolare della Rianimazione.

La Coordinatrice locale delle donazioni del “SS. Annunziata”, la dott.ssa Paola Murgia, ha fatto presente che, negli ultimi anni, a Sassari le donazioni sono cresciute molto: nel 2016 ci sono stati 23 accertamenti di morte e solo 3 opposizioni, segno di «una grande sensibilità» che, tuttavia, «non basta. Bisogna fare di più!». E «sta a noi medici spiegare la morte encefalica e la differenza tra questa e il coma» ha aggiunto. La rianimatrice ha, quindi, spiegato che «nel coma esiste una lesione cerebrale, ma ci sono cellule che continuano a funzionare, c’è attività cerebrale che viene rilevata dall’elettroencefalogramma, quindi il paziente potrebbe risvegliarsi e respirare autonomamente», cosa che non può accadere quando il paziente è in morte encefalica. Terminate le 6 ore di osservazione previste per l’accertamento di morte, se c’è un “no” alla donazione, vengono staccate le macchine e si procede come con gli altri pazienti deceduti; se, invece, c’è un “sì”, si prosegue il trattamento del paziente, seppure morto, per tenere in vita i suoi organi, ha spiegato la dott.ssa Murgia. Il dott. Francesco Uras (cardiologo del “SS. Annunziata”, che in passato ha lavorato al Centro trapianti di cuore dell’ospedale “G. Brotzu” di Cagliari) ha ribadito come sia particolarmente difficile far capire – soprattutto ai familiari – che il paziente è morto anche se il suo cuore ancora batte (cosa, peraltro, resa possibile da dispositivi medici): per questo, ha affermato, «è importante informarsi e decidere prima, anche perché chi dice “no” a volte si pente». E anche dire “sì” alla donazione è importante perché – come ha ricordato la dott.ssa Laura Mameli, gastroenterologa del Centro trapianti di fegato e pancreas dell’ospedale “G. Brotzu” di Cagliari – «ci sono pazienti che muoiono in lista di attesa per insufficienza di organi disponibili».

La morte in lista è frequente soprattutto per coloro che attendono un cuore nuovo, ha spiegato il dott. Uras, che nell’ambulatorio del “SS. Annunziata” segue, in particolare, i pazienti con scompenso cardiaco avanzato, ossia quelli per cui si rende necessario il trapianto. Coloro che a questo riescono ad arrivare, ha spiegato, sono soprattutto i pazienti giovani che non hanno altre patologie e che, quindi, hanno una maggiore possibilità di sopravvivere dopo l’intervento. La sopravvivenza dopo il trapianto di cuore, peraltro, è alta: con l’80% di sopravvivenza a 5 anni, l’Italia è il primo Paese in Europa, ha fatto presente il cardiologo, che segue anche una persona trapiantata 17 anni fa. Per chi, invece, resta in lista di attesa può essere d’aiuto il “bridge”, un dispositivo adottato anche in Sardegna che aiuta il cuore a pompare il sangue. Fuori dall’Isola, ha precisato Uras, si utilizzano anche cuori artificiali con una maggiore durata, capaci di garantire una sopravvivenza del 70-75% a 5 anni. Il trapianto, però, per lui resta l’opzione migliore, anche perché questi dispostivi hanno delle batterie esterne che, talvolta, tramite i fili per l’alimentazione che collegano queste batterie al cuore, possono trasmettere infezioni.

La dott.ssa Maria Cossu (responsabile della Nefrologia del “SS. Annunziata” e, a suo tempo, del Centro trapianti di rene, con suo grande rammarico ora inattivo) ha, invece, ricordato che, oltre alla donazione da cadavere, esiste la donazione da vivente, possibile per il rene e per il fegato. Quella di fegato, però, non è praticata a Cagliari perché – ha spiegato – è una procedura più complessa rispetto a quella per il rene. «Le possibilità sono tante: non bisogna mai scoraggiarsi perché magari una soluzione esiste», ha affermato rassicurante la nefrologa.

assemblea pubblica a SassariIn Sardegna, inoltre, ancora non sono stati realizzati prelievi di organi da donatore a cuore fermo, ossia deceduto non per morte encefalica ma per arresto cardiaco, come già avviene in Inghilterra, Spagna e in alcuni centri trapianti italiani (in particolare, Pavia e Milano), hanno precisato Uras e Cossu. Tuttavia, nella Rianimazione di Sassari, in caso di arresto cardiaco già si pratica la perfusione degli organi con circolazione extracorporea (ECMO), ha raccontato la dott.ssa Murgia, aggiungendo, però, che si tratta di una procedura difficile da organizzare perché richiede che tutte le attività (accertamento di morte, verifica di consenso espresso in vita o richiesta del consenso ai familiari, perfusione degli organi…) siano svolte in tempi brevi: per farla più spesso occorrerebbe più personale, ha spiegato.

Il presidente della Prometeo Giuseppe Argiolas ha, poi, ricordato che la Rianimazione del “SS. Annunziata” si è già dimostrata “avanti” anche per un altro motivo: l’aver realizzato la donazione che, 5 mesi fa, ha consentito di eseguire il primo trapianto di fegato diviso (split liver) in Sardegna, a Cagliari. Per una bella casualità, una metà di quel fegato è andata a una giovane paziente di Sassari: Nadia Demontis, intervenuta anche lei all’assemblea. «Vedere il paziente trapiantato riempie di gioia e ripaga di ogni fatica, anche perché si onora la volontà del paziente morto» ha commentato la dott.ssa Murgia, tra gli operatori che hanno reso possibile la donazione che ha salvato Nadia. E i sacrifici che compie il personale che si occupa di donazioni e trapianti sono tanti: «È un lavoro lungo e faticoso, anche perché i prelievi avvengono di notte e tutto l’anno, anche a Natale», ha raccontato la rianimatrice.

Molti trapiantati vorrebbero conoscere l’identità del proprio donatore e i familiari dei donatori vorrebbero sapere chi ha ricevuto gli organi del loro caro, tuttavia, ha ricordato la dott.ssa Cossu, la legge italiana proibisce di rivelare l’identità del donatore al ricevente: «Capisco che sia brutto, ma serve per tutelare sia la famiglia del donatore che il ricevente» ha spiegato la nefrologa, mentre la dott.ssa Murgia ha precisato che la famiglia del donatore può comunque sapere dal Centro regionale trapianti se le persone che hanno ricevuto gli organi stanno bene. Per il presidente Argiolas la cosa migliore da fare è essere sempre riconoscenti al proprio donatore, «anche perché da Lassù vi controlla» ha aggiunto scherzando la dott.ssa Cossu.

 

Foto Prometeo AITF Onlus

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