ASSERGI E SAN ROCCO, PROTETTORE CONTRO LE EPIDEMIE


La storia del santo di Montpellier, festeggiato il 16 agosto e molto venerato

di Giuseppe Lalli

Ad Assergi, ridente ed illustre borgo adagiato sulle pendici del versante meridionale del Gran Sasso d’Italia, in quest’annus horribilis per il Covid 19 si ricorda l’Ottocentenario della morte del suo patrono San Franco eremita. Per l’occasione è nata un’associazione culturale denominata “Assergi: cultura, memoria e montagna” presieduta da Ivana Fiordigigli, che ne è anche l’animatrice. Molte delle programmate iniziative, a causa dell’emergenza sanitaria, sono state rimandate all’anno prossimo, alcune si sono già svolte, sia pure nella sola forma religiosa, nei giorni 13, 14 e 15 agosto. Tra queste, la mattina del 13 agosto, come da tradizione, ha avuto luogo un pellegrinaggio alla sorgente dell’Acqua di San Franco, dove il santo eremita fece sgorgare miracolosamente l’acqua e dove sorge una graziosa chiesetta. Alla sera poi, nella suggestiva chiesa parrocchiale intitolata a Santa Maria Assunta, è stato inscenato uno spettacolo di racconto, musica e canto dal titolo “Il respiro della montagna”, che ha riscosso molto interesse, una specie di oratorio che racconta la vita del Santo patrono, con musiche originali di Andrei Popescu, eseguite dal gruppo da camera Deltensemble.

Coerentemente con il programma religioso, il 14 agosto, si è festeggiato San Rocco, venerato ad Assergi da tempo immemorabile, come sta a dimostrare l’esistenza nella chiesa parrocchiale di un altare a lui dedicato, in seguito rimosso, già menzionato nella visita del 1781 del vescovo dell’Aquila mons. Cervone e ultimato qualche anno dopo (D. Gianfrancesco, Assergi e S. Franco, pp. 164 e 166). Chi era questo uomo di Dio che l’iconografia, come nella bella statua che campeggia nella chiesa di Assergi e che viene portata in processione, ci mostra nell’aspetto di un giovane quasi sempre con la barba, segno distintivo del viandante, con un giustacuore rosso e un mantello di ruvida stoffa, una borraccia e un tascapane a tracolla, che impugna il bordone dei pellegrini, come San Giacomo, e che ha accanto un cane che reca in bocca una pagnotta?

Bisogna riconoscere che attorno a questa popolarissima figura molto è affidato alla tradizione popolare. Le fonti storiche propriamente dette sono poche e incerte. Non esistono cronache datate, né resoconti precisi. Fino al secolo scorso, la biografia ritenuta più antica ed affidabile è stata gli Acta breviora, un documento redatto in latino che si riteneva avesse tradotto una precedente agiografia scritta in volgare e andata perduta. I cosiddetti Bollandisti – gruppo di eruditi che prendono il nome dal loro fondatore, il gesuita belga Jean Bolland (1596-1665) e che lavorarono alla compilazione degli Acta Sanctorum, una raccolta delle fonti documentarie sui santi attraverso i secoli – avevano rinvenuto il codice latino tra i manoscritti del monastero dei Betlemiti, presso Lovanio, in Belgio. Gli specialisti hanno fatto risalire la stesura di detti Acta ai primi decenni del XV secolo. Ad essi si rifarebbero tutti i biografi successivi, che aggiungono solo poche altre informazioni sul santo e ne inquadrano le gesta eroiche in un’epoca circoscritta da date più o meno attendibili. Spicca tra di essi il veneziano Francesco Diedo (1435(?)-1484), che colloca la vicenda terrena di San Rocco tra il 1295 e il 1327.

L’onestà intellettuale, che deve sempre presiedere ad ogni autentico lavoro di ricerca, impone di registrare che negli ultimi anni lo studio rigoroso di uno storico accademico belga, Pierre Bolle, che alla figura di San Rocco ha dedicato gran parte della sua vita, ha sollevato fondati dubbi sia sul primato cronologico degli Acta breviora che sull’attendibilità delle biografie fiorite attorno alla figura del santo. L’insigne studioso ha inoltre prospettato, con argomentazioni che appaiono ben documentate, la possibilità che sulla vicenda di San Rocco abbia potuto sovrapporsi la storia di un altro santo, quasi omonimo, tale Raco di Autun, vescovo vissuto nel VII secolo. In altri termini, la vicenda di Rocco da Montpellier, sarebbe il frutto di una ‘duplicazione agiografica’ («doublet agiographique»), caso non infrequente nei racconti dei santi medievali.

È, questa, la tesi sorprendente che Bolle è convinto di aver dimostrato nelle sue ultime accurate ricerche su San Rocco. Tutte le agiografie, quale che sia il loro effettivo valore di documento storico, concordano sulle origini di Rocco, nato a Montpellier, nella Francia meridionale, da una famiglia benestante a cui gli studiosi hanno dato un nome: i Delacroix, notabili e consoli della città. Secondo i summenzionati Acta, la sua nascita, che si fa risalire attorno al 1350, negli anni in cui l’Europa era funestata dalla tristemente celebre “peste nera”, ed era seguìta ad un voto che i genitori, già avanti negli anni, avevano fatto. La madre, donna assai pia, nonché catechista, lo indirizzò verso una profonda devozione alla Madonna, spingendolo fin dalla nascita a diventare «servo di Cristo» per seguire Gesù nelle sofferenze terrene prima di accedere alla gloria celeste. Di intelligenza sveglia (e in questo, oltre che per la sua origine agiata, ci ricorda San Franco), studiò fino a vent’anni nell’Università di Montpellier, per poi abbracciare in toto la spiritualità francescana entrando a far parte del Terz’ordine di San Francesco. Alla morte dei suoi genitori, rinunciando ad ogni ricchezza, distribuì gli ingenti beni ereditati ai poveri della sua città, e s’incamminò in pellegrinaggio verso Roma.

Durante la giovinezza trascorsa a Montpellier Rocco aveva conosciuto l’epidemia della peste, e in essa, soccorrendo i malati più miserabili, aveva scoperto la sua vera vocazione, quella dell’amore per gli altri e in particolare per i più bisognosi. La prima fondamentale tappa del suo pellegrinaggio fu Acquapendente, in provincia di Viterbo. Qui, prestando servizio nell’Hospitale di San Gregorio, in un luogo di dolore, fece il suo apprendistato della carità, e manifestò la potenza taumaturgica che Dio aveva voluto accordargli. I miracoli contro le malattie e le epidemie si moltiplicarono anche nelle altre città che il suo zelo caritativo toccò. Rimase a Roma tre anni, curando gli ammalati dell’Hospitale di Santo Spirito. Con tutta probabilità curò e guarì anche un alto prelato non meglio identificato che secondo alcuni studiosi potrebbe essere un cardinale francese, fratello di papa Urbano V (1310-1370).

Il viaggio di ritorno a Montpellier venne funestato ancora dalla peste, in corso a Piacenza. Rocco si fermò a prestare soccorso, ma nell’assistere i malati, con tutta probabilità, contrasse il morbo. Allo scopo di non contagiare gli altri a sua volta, si nascose dentro una grotta, o capanna, sul fiume Trebbia, sulla via Francigena. Sarebbe morto di fame se, come narra la tradizione, un cane non avesse provveduto a portargli il pane (da qui il rilievo iconografico) sottratto alla mensa del suo padrone, che era anche il signore del luogo. Il nobiluomo, seguendo l’animale lungo un tortuoso sentiero attraverso il bosco, giunse fino al rifugio di Rocco: lo soccorse e lo curò. Il giovane innamorato di Cristo, mai sazio di carità, fece ritorno nei lazzeretti di Piacenza; e quando la città fu liberata dal contagio si ritirò nella selva per soccorrere gli ultimi appestati, che, insieme a molti piacentini, diventeranno suoi discepoli.

La tradizione più antica vuole che il santo abbia fatto ritorno nella sua Montpellier, mentre le scoperte successive concordano sul fatto che egli si sia fermato a Voghera, in provincia di Pavia (gli errori e le alterazioni di dizione crearono confusione con Angera, in provincia di Varese). Benché sfigurato dalle prove e dalla malattia, avvolto in poveri stracci, giunse al confine della città, non passando inosservato neppure alla vigilanza delle guardie. Quando gli chiesero chi fosse, egli rispose senza esitazione: «un umile servitore di Gesù Cristo». Fu allora accusato di essere una spia. Legato e condotto di fronte al governatore della città, Rocco non si ribellò, ad imitazione del suo divino Maestro, e dopo cinque anni di reclusione, che accettò come un purgatorio per l’espiazione dei peccati suoi e di tutti gli uomini, morì in carcere nella notte tra il 15 e il 16 agosto di un anno imprecisato tra il 1376 e il 1379 (altra analogia con San Franco).

Al fianco della salma fu rinvenuta una tavoletta sulla quale erano incisi il nome di Rocco e la seguente frase: «Chiunque mi invocherà contro la peste sarà liberato da questo flagello». (Noi, al giorno d’oggi, in casi simili, preferiamo affidarci alle sole disposizioni governative…tutt’altra mentalità). Dapprima i resti mortali del pellegrino della carità venne accolti in una delle chiese di Voghera, per poi passare, dopo alcune temporanee traslazioni, dapprima nella chiesa di San Geminiano a Venezia, in seguito nel palazzo del patriarca di Grado, nella chiesa di San Silvestro, per trovare la loro definitiva dimora, il 3 marzo 1490, nella nuova chiesa di San Rocco a Venezia, dove tuttora sono custoditi. Nel 1590 papa Sisto V (1521-1590) chiese al legato veneziano a Roma, Alberto Badoer, di procurargli informazioni sulla vita e sui prodigi del santo, in vista della sua canonizzazione. Gregorio XIV (1535-1591) fece iscrivere il suo nome nel Martirologio romano, il giorno seguente l’Assunzione di Maria Vergine, vale a dire il 16 agosto. Il 16 luglio 1629 Urbano VIII (1568-1644) invocò la protezione di San Rocco contro le epidemie, per poi approvare definitivamente il suo culto con un breve apostolico.

Il patronato di San Rocco, da iniziale protettore contro le epidemie, si è progressivamente esteso alle catastrofi naturali come i terremoti. Nella sola Italia è patrono di oltre cento comuni e compatrono di molti borghi e città, fra cui Napoli. Con il trascorrere dei secoli è divenuto uno dei santi più conosciuti in Europa, e grazie alla presenza dei francescani è venerato anche nelle Americhe e in Asia. A partire dal XVI secolo la figura di Rocco da Montpellier ha ispirato in tutta Europa molte opere d’arte: veri e propri cicli di dipinti e vetrate che rappresentano gli episodi salienti della sua straordinaria avventura umana. Celebre è il dipinto del Tintoretto nella Scuola di San Rocco a Venezia, come pure famose sono le vetrate di Saint-Étienne d’Elbeuf. Gli assergesi, che festeggiano San Rocco il 14 di agosto e non il 16 come prescrive il calendario universale della Chiesa (una punta di civetteria?), i loro “santi in Paradiso” se li sono sempre saputi scegliere bene…
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