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L’angolo di Full: “Il fantasma zoppo”

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Il fantasma zoppo

Più ardono e prima si bruciano, era la frase con la quale liquidava le passioni. Del matrimonio sanciva: è la prima causa di divorzio. Della tecnologia ironizzava: c’ha dato la televisione per rintronarci, l’automobile per massacrarci e i profilattici per estinguerci. Amen.
E così via. Osvaldo Bonafè era dotato di una cinica logica che gli faceva respingere qualsiasi concetto estraneo alla concretezza più nuda. Non gli si poteva riconoscere una santa ragione, ma nemmeno un torto schifo.

un castello disegnato      Fu un sentimento di semplice curiosità a condurre Bonafè a Sant’Isidoro, il paese nel quale era nato e che aveva abbandonato, ancora bambino, trent’anni prima. Uomo sanguigno e aitante nei suoi quarant’anni, come ogni altro turista restò colpito dalla grandiosità del castello che ricordava molto vagamente.
«Ē il terzo castello d’Europa per imponenza» gli riferiva la titolare della “Locanda dei tre cervi” dove stava pranzando. Una considerazione che impegnò subito la logica matematica del Bonafè sulla possibile unità di misura dell’imponenza.
«Questa rocca non è mai stata presa con nessun assedio» assicurava la signora con fierezza, quasi avesse partecipato lei stessa alla difesa rovesciando sugli assedianti tutto l’olio bollente che stava ancora recuperando nel magro condimento servito al Bonafè.
Quest’ultimo cercava di cogliere, negli atteggiamenti della donna, qualche malizioso segnale che avvallasse la sua logica interpretazione di locanda dei 3 cervi in famiglia di cornuti e, per quanto la titolare non desse chiare indicazioni, l’uomo prenotò un pernottamento confidando in un possibile colpo di mano.
La signora, che veniva chiamata madame Champenois per il suo carattere spumeggiante, era una donna ormai avviata alla quarantina, ma molto piacente nella sua bellezza sensuale e pesante. Aveva poi un certo modo di guardare gli uomini, come se ognuno di loro fosse un esemplare assolutamente unico e quest’ultimo dettaglio bastava ed avanzava al suo fascino.

 La sera stessa, Bonafè ebbe cura di ritirarsi in camera nell’ora ormai tarda in cui madame era di turno al banco del bar. Subito le citofonò chiedendo una bottiglia di minerale: «Senza fretta, provveda pure quando chiuderà il bar» precisò alla signora per farsi intendere.
«Ah… certo… le va bene la Ferrarella?» propose madame Champenois dopo un attimo d’apparente impaccio.
Il Bonafè non immaginava che, in quell’alberghetto, la richiesta di acqua minerale in camera intendeva una rapida ed economica prestazione da parte di una rozza domestica che arrotondava, in quel modo, il magro compenso per le pulizie ai piani. Mansione che le valeva, per l’appunto, il soprannome di Ferrarella.
La donna si presentò reggendo un vassoietto con una Boario.
«Non s’era detto Ferrarelle?» rimbrottò l’uomo palesemente contrariato
Così, tanto la Ferrarella che la Boario non vennero neppure stappate perché, in quel momento, il Bonafè aveva in mente nient’altro che la procace madame con i suoi generosi quarti posteriori scampati, a suo dire, ad ogni assedio. Compreso quest’ultimo.

     Il disappunto rovinò il sonno del nostro ospite cui l’indomani non riservò altro che la visita all’imponente maniero che si ergeva solenne su di una smisurata rupe sovrastante il paese le cui casette gli si pressavano come pulcini alla chioccia.
Pagato l’ingresso, il Bonafè si ritrovò subito in una saletta con le pareti ricoperte di fotografie e di pagine stampate. Trattavano tutte un unico argomento: il fantasma del castellano, conte Lamberto, che da secoli andava manifestandosi e le cui apparizioni erano state fotografate con obbiettivi rivoluzionari e impressionate su pellicole sensibilissime (!).

Infine, gira e rigira, Bonafè rischiò addirittura di perdersi nelle profonde vastità del maniero. Era ormai l’ora di chiusura e il buio incombeva quando l’uomo dovette rintanarsi per evitare un anziano guardiano che arrancava strascicando una gamba e che, probabilmente, stava cercando proprio lui che, peraltro, non aveva alcuna intenzione di fare la figura peregrina del turista smarritosi stupidamente.
Ritrovato infine un preciso riferimento, l’uomo guadagnò l’uscita dove la cassiera lo guardò con qualche curiosità. Per evitarsi domande inopportune, Bonafè la inquisì per primo secondo una consolidata tecnica: «Cercavo il guardiano. Sa dirmi se è in servizio?»
La donna sembrava non capire: «Quale guardiano? Mi scusi.»
«Quello anziano, claudicante. Quello che strascica la gamba».
Il tono della cassiera comportò sufficienza: «L’amministrazione del castello non può permettersi un guardiano e l’unico, qui dentro, a strascicare una gamba, era il conte Lamberto, vissuto 600 anni fa.»

     Il rigore logico di Bonafè subì una botta della madonna. Colpo che s’attutì soltanto dopo che madame Champenois gli ebbe spiegato soavemente la cosa:
«I turisti vogliono il fantasma e noi glielo forniamo. Guardi quell’uomo, anche lui lavora nella cooperativa del castello: lo chiamano il conte». Madame indicò un anziano avventore che strascicava una gamba.

primo piano di Fulvio MussoTutto stava rientrando nella rigida logica delle cose e Bonafè cominciava a riconoscersi nei simpatici mistificatori di quella sua contrada, tagliata fuori da ogni rotta autostradale, ferroviaria ed economica, e dove ogni espediente era buono per procurare il vitale reddito: dalla“minerale” ai fantasmi. Era dunque un’eredità del suo antico paese, quella filosofia spiccia fatta di logica pratica, alla quale tornò ad affidarsi con enfasi.
Se l’ordinazione di una modesta acqua minerale gli aveva procurato la visita della rozza Ferrarella, la richiesta di un prezioso spumante non avrebbe potuto condurgli che la frizzante madame Champenois!

Nulla sfugge alla logica” gongolava Bonafè qualche ora dopo mentre madame s’affacciava alla sua camera con una bottiglia ben ghiacciata. Entrambe promettenti miriadi di bollicine.

Fulvio Musso

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1 Commento su L’angolo di Full: “Il fantasma zoppo”

  1. Lucia Bonanni // 25 Luglio 2015 a 19:36 //

    “più ardono e più si bruciano” proprio come la legna secca che in una vampata arde e si dissolve!
    “nulla sfugge alla logica” non è sempre vero… specialmente se si tratta di sentimenti.
    Mi piace l’idea di un fantasma zoppo senza doversi trascinarsi dietro metri di catene!
    saluti, Full, a presto.
    ciao, Lucia

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