Amianto. Non solo cronaca ma anche cultura

La nocività del manufatto asbestoso è nota da quasi un secolo, ma l’ignoranza “attiva” e “passiva” ne hanno ritardato la messa al bando

Per anni è sembrato e forse lo è stato, un minerale utilissimo, praticamente insostituibile. Grazie alla flessibilità dei suoi filamenti, alla resistenza al fuoco, agli acidi e alla bassa conducibilità termica, l’amianto era usato soprattutto come isolante termico, oltre che acustico; ma con il tempo ci si è accorti che questa sostanza era ed è, tuttora, nociva per la salute non solo dei lavoratori che lo manipolano (oggi bisogna parlare al passato in quanto in Italia è stato messo al bando dal 1992, come pure nel resto dell’Europa ma non in tutto il mondo, sic!), ma anche di tutti coloro che hanno inalato i microscopici aghi sprigionati dalle sue temibili fibre. L’esposizione alle polveri dell’asbesto (altro nome dell’amianto) provoca infatti tumori maligni ai polmoni, mesoteliomi della pleura e del peritoneo, asbestosi.

Nonostante queste caratteristiche, a dir poco “spettrali”, negli anni del boom non si parlava della pericolosità dell’amianto. La letteratura scientifica riferisce che per decenni sono state omesse responsabilità e informazioni (sia in ambito pubblico che privato) sulla nocività delle fibre di asbesto per la salute umana. Basti ricordare che nel 1991, David Lilienfeld ha presentato un lavoro dal titolo “Il silenzio: una ricerca sull’industria dell’asbesto e i primi cancri di origine professionale”; mentre Herbert Abrams nel 1992 ha pubblicato “Alcune storie nascoste di medicina occupazionale” ponendo il quesito: quante vite umane avrebbero potuto essere salvate se le osservazioni scientifiche di L.U. Gardner (direttore medico del Saranac Laboratory, negli U.S.A.), incluse quelle sul cancro polmonare da asbesto, fossero state pubblicate senza censura preventiva?

Nel nostro Paese la produzione di questo manufatto (commercializzato in svariate forme e abbinamenti) ha avuto la massima espansione soprattutto negli anni ’60-’70 in quanto veniva utilizzato in molte attività industriali, e persino in ambito domestico. L’eccessiva produzione e il largo consumo non hanno mancato di destare serie preoccupazioni soprattutto tra i lavoratori e una certa schiera di medici ricercatori e, nonostante si conoscesse la nocività sin dai primi decenni del secolo scorso, solo intorno agli anni ’50 è stato osservato il potenziale cancerogeno di ciascun tipo di fibra di cui è composto. In quest’epoca, tra l’altro, l’anatomo-patologo torinese Giacomo Mottura (scomparso nel 1990 a 84 anni), riuscì a far riconoscere l’asbestosi come malattia professionale affermando, tra l’altro (in un lavoro scientifico di Anatomia Patologica e Patogenesi dell’asbestosi polmonare, pubblicato nel 1940) che: «… le lavorazioni dell’amianto devono essere considerate pericolose in quanto predispongono verso le malattie dell’apparato respiratorio, specialmente verso la tubercolosi». Da qui l’assicurazione obbligatoria per la prevenzione contro l’asbestosi.

Nonostante ciò, sono molte le ditte responsabili della morte dei lavoratori (e non) a causa dell’esposizione all’amianto, fra le quali emblematiche le esperienze negli U.S.A., in Canada e in Sud Africa; ma anche in Italia la realtà non è stata meno incisiva e l’Eternit di Casale Monferrato (Alessandria), ad esempio, la dice lunga… Tuttavia, il progresso della scienza medica, in questi ultimi anni, ha in qualche modo, contribuito ad approfondire le conoscenze della pericolosità dell’amianto; per contro, l’informazione ha avuto un ruolo più “marginale” poiché orientata più allo scandalo che alla cultura del problema sociale (per la verità la cronaca fa solo informazione) che, se presentato all’opinione pubblica nei dovuti modi e con competenza, potrebbe prevenire l’allarmismo e rendere più considerevoli e responsabili produttori, politici, medici, ambientalisti, gente comune, etc.

Anche se oggi in Italia (oltre ad altri Paesi europei) la produzione e la commercializzazione del manufatto asbestoso sono state messe al bando con la legge n. 257 del 27/3/1992 ed ulteriori normative in merito, il problema amianto persiste in un “ipocrita silenzio”, non solo perché la legge non impone l’obbligo della rimozione in chi lo detiene privatamente (i costi della bonifica sono elevati, e nessun Ente pubblico interviene con sostegni economici…), ma anche per l’ignoranza (attiva e passiva) di molti che in qualche modo si rendono “complici” del mantenimento di un killer che, a mio avviso, sarebbe stato possibile mettere al bando molto tempo fa.

 

Ernesto Bodini

(giornalista scientifico)

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