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A lezione da Ulisse Mele (e dal suo “papà” Roberto Alba)

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Definire noir l’ultimo libro di Roberto Alba, “L’estate di Ulisse Mele”, è riduttivo: il suo piccolo protagonista, Ulisse appunto, conduce, infatti, il lettore verso considerazioni che vanno ben oltre ciò che la trama, avvincente e oscura, direttamente suggerisce.

copertina del romanzo L'estate di Ulisse Meledi Marcella Onnis

Non so se a spingermi a leggere “L’estate di Ulisse Mele” di Roberto Alba sia stato questo tempaccio che fa desiderare ardentemente il ritorno della bella stagione. Potrebbe essere stata, infatti, anche l’insofferenza del suo piccolo protagonista Ulisse, che da troppo tempo attendeva la mia attenzione. Quale sia stata la ragione, comunque, sono più che soddisfatta del nostro incontro.

Il libro narra una storia avvincente, imprevedibile e drammatica (il romanzo è definito un noir, dunque non credo di avervi svelato qualcosa che non avreste potuto supporre da voi). Roberto Alba ha, però, avuto l’intelligenza di raccontarla attraverso gli occhi di un bimbo: con la sua freschezza e il suo candore la rende più accettabile, regalando al lettore persino istanti di puro umorismo. A onor di precisione, questo risultato è reso possibile anche dallo stile dell’autore, curato e capace di adattarsi alle circostanze e agli stati d’animo dei personaggi.

Anche nel tratteggiare questi ultimi Alba è stato bravissimo: ne ha saputo rendere la complessità, svelando gradualmente ciò che si nasconde dietro la loro apparenza (spesso una maschera) e costringendo così il lettore a rivedere il giudizio che di loro si era formato.

L’adorabile Ulisse, però, in quanto protagonista-narratore, è quello di cui più si riesce a capire e ad amare. Come il piccolo Momo de “La vita davanti a sé” di Romain Gary, anche lui conquista subito la fiducia del lettore, il quale fino alla fine crede più al sesto senso di questo bimbo che non alle verità ufficiali. E gli crede soprattutto perché non mente mai, per paura di non riuscire più a comprendere quando gli altri sono sinceri (peccato non esser cresciuti con questa sua stessa convinzione…).

La fiducia e l’autorevolezza (che non può essere aprioristicamente appannaggio dei “grandi”) naturalmente ottenute fanno sì che il lettore-adulto accetti di buon grado anche di esser smascherato, come quando Ulisse nota quel «[…] sorriso che non sapeva di niente, come quello che uno fa quando vuole nascondere qualcosa». O di essere un po’ canzonato, come quando fa presente che «[…] i grandi sono così, sembrano coraggiosi, invece sono dei bambini travestiti da adulti, con una testa più grossa». O, ancora, di essere indirettamente bacchettato quando, con sguardo puro e acuto, mostra le debolezze e miserie di noi adulti. Tre bacchettate, in particolare, lasciano il segno.

La prima è per i nostri vergognosi e anche ridicoli preconcetti sulla diversità: salvo poche eccezioni, chi più chi meno siamo, infatti, erroneamente convinti che la mancanza di una capacità debba comportare necessariamente un deficit più ampio. Volendo, poi, andare oltre ciò che in maniera più immediata ci fa comprendere questo romanzo, potremmo spingerci a riflettere sulla nostra lesiva idea che se la società considera obbligate certe scelte, sia preferibile compierle, anche senza convinzione, pur di sentirsi accettati.

La seconda bacchettata la stocca questo pensiero di Ulisse: «Non sapevo che essere grandi potesse significare aver paura di crescere ancora. A me essere visto come un piccolo adulto non andava bene. Non potevo far niente. Avevo i dispiaceri senza poter fare nulla per farmeli passare. Uno grande se si trova in una situazione difficile può darsi da fare, mentre io potevo solo aspettare che qualcuno mi raccontasse qualcosa… quando ne aveva voglia». Le sue parole ci spingono a chiederci se prestiamo abbastanza attenzione ai nostri piccoli: da un lato, infatti, sottovalutiamo la loro capacità di comprendere (e comprimiamo il loro diritto di sapere); dall’altro, tendiamo a caricarli di fardelli eccessivi per le loro spalle.

La terza bacchettata è per il nostro morboso e squallido interesse per la cronaca nera. Roberto Alba non è certo il primo a puntare il dito contro questo fenomeno che assume contorni sempre più inquietanti, ma trova un modo molto efficace per dire la sua. C’è, in particolare, un pensiero di Ulisse – che non cito per non rivelare importanti sviluppi della trama, ma che sicuramente individuerete leggendo la pagina 73 della versione cartacea – che ci percuote per la sua sdegnata semplicità. Un pensiero che giungerebbe come uno schiaffo a molti fornitori e fruitori della peggior cronaca nera, se fossero dotati di rispetto e umanità. Seguendo il ragionamento di Ulisse e aggiungendoci del mio, ma senza il suo candore d’animo, mi e vi domando dunque: ammesso e non concesso che il diritto-dovere all’informazione non possa fare a meno della cronaca nera, non si potrebbe limitarla al “minimo funzionale”? E non ci si potrebbe almeno approcciare sempre e solo rispettando gli interessati (il loro vissuto, i loro sentimenti, la loro intimità) e astenendosi dal giudizio (atteggiamento preferibile in ogni circostanza, a meno di non essere il giudice di una determinata causa)? Ricordiamoci che, come afferma un saggio detto cinese, “Due terzi della verità stanno dietro agli occhi di chi guarda”.

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