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Il punto su … l’Italia, Repubblica ma non res publica

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È passata una settimana dalla Festa della Repubblica e anche questa ricorrenza è stata immancabilmente occasione di discussioni nell’ambiente politico. Per i leghisti, in particolare, le festività sono troppe e il 2 giugno sarebbe una delle prime a cui rinunciare. Probabilmente questa resterà una delle tante loro sparate, però forse non sarebbe male chiedersi se abbia o meno senso celebrare questa ricorrenza.

Perché, ad essere sinceri, cos’è di fatto per molti di noi la Festa della Repubblica? Per chi ha la fortuna di avere un lavoro, è un giorno in più di vacanza; per molti è un’occasione per ammirare lo spettacolo delle frecce tricolori e le parate militari …

Un po’ poco per difenderne l’importanza. Ogni festa ha, infatti, un senso solo se offre un’occasione in più – e non l’unica! – per riflettere su ciò che si sta celebrando.

Allora, tutti noi che su questo punto siamo in difetto, proviamo a dedicare ora qualche pensiero a questa nostra Repubblica.

Per esempio, chiediamoci se in occasione di quel fatidico referendum del 2 e 3 giugno del 1946 saremmo andati a votare o saremmo andati al mare. Chiediamoci se, adempiendo al nostro dovere civile, avremmo optato per quella svolta epocale che il 54,3% degli elettori ebbe il coraggio di sostenere o se, invece, avremmo attestato la nostra fedeltà alla monarchia, per poi magari ricrederci col tempo, come ad esempio è accaduto ad Eugenio Scalfari.

O, ancora, domandiamoci se crediamo davvero che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” , come recita il primo comma dell’articolo 1 della nostra bella Costituzione, o se, invece, questa affermazione la ripetiamo meccanicamente come quelle preghiere che si imparano da bambini e che poi da adulti spesso si continuano a recitare più per senso del dovere che per convinzione.

Chiediamoci se ci stiamo preoccupando di difendere l’unità della nostra Repubblica dai progetti più secessionisti che federalisti di qualcuno che siede nel Parlamento di uno Stato che sostiene di non riconoscere come proprio. Qualcuno che non capisce che le peculiarità territoriali trovano già protezione nell’articolo 5 della Carta costituzionale , che con solennità e convinzione proclama che “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”.

Ma, soprattutto, fermiamoci a riflettere sul significato della parola “repubblica”, che tutti teoricamente conosciamo. Res publica, cosa pubblica: in una repubblica ogni cittadino ha dunque il diritto-dovere di partecipare alla gestione del bene comune. E come gestiamo noi la “cosa pubblica”? Essendo la nostra una democrazia rappresentativa, in parte deleghiamo questo compito ad una classe dirigente. E qui sorge il primo problema: i nostri governanti tante volte ci danno l’impressione di dare un’interpretazione troppo personalistica del concetto di interesse collettivo.

A pensarci bene, però, che uso facciamo noi, “governati”, delle varie articolazioni della “cosa pubblica”?

C’è chi, per riempiere un vaso o la lettiera del gatto, preleva la sabbia della sua spiaggia preferita senza pensare che se tutti facessero altrettanto, un giorno quel paradiso non esisterebbe più; c’è chi inquina il fiume che annaffierà l’orto in cui saranno coltivati i pomodori che un giorno mangerà; c’è chi domenica o lunedì voterà per chiedere che l’acqua resti un bene pubblico, ma quando lascia i rubinetti inutilmente aperti non lo considera un danno per se stesso e per gli altri …

Fintanto che non ci renderemo veramente conto che “pubblico” non significa “altrui” ma suo, tuo e soprattutto mio, non potremo dire di aver reso l’Italia una vera Repubblica.

Marcella Onnis – redattrice

marcella.onnis@ilmiogiornale.org

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