L’angolo di Full: “La rotula amorosa”

L’angolo di Full: “La rotula amorosa”

Rotule dipinteLa rotula amorosa

Il tepore autunnale accarezzava le sponde del lago inducendo pensieri molli e passi lenti nell’atmosfera struggente di un sole, ormai basso sull’orizzonte, a presagire la sera e la brevità delle cose belle e felici.
Da come la signora se lo coccolava con lo sguardo e indugiava ad accarezzarlo, era chiaro che amasse i cani e particolarmente i cocker. Le avrei concesso un minuto di pura cortesia, poi, agendo discretamente sul guinzaglio di Franz, gli avrei chiarito che non era più il caso. E ce ne saremmo andati salutando, ognuno a proprio modo.
Ma accaddero un paio di cose in rapidissima successione. E tutti gli avvenimenti fondamentali della vita si determinano per la fortuita concomitanza di due o più fattori.
Capo primo, Franz s’impuntò con le corte, forti zampe incollate all’acciottolato a conferma dei suoi antichi impieghi come cane da ferma anche per siffatte prede.
Capo secondo, la bella signora, commossa da quella ostinata manifestazione di simpatia, si chinò ancor più su di lui scoprendo un candido, pieno, rotondo ginocchio.

Non saprei spiegare questa mia attrazione per le ginocchia rotonde e, beninteso, femminili. Potrebbe dipendere dalla mia avversione viscerale per tutti gli spigoli. Non potrei desiderare una donna con carattere spigoloso e ginocchia angolose, appuntite o addirittura scogliose come capita di vederne.
Peraltro, saprei riconoscere queste sporgenze attraverso jeans, sottane, tonache, tute da palestra o mute da sub: le donne spigolose non mi fregano.
Bisogna dire che l’avversione per gli angoli è cosa giusta ed ecologicamente corretta perché l’angolo in natura non esiste: tutto è sinuoso, rotondo. Persino gli animali appaiono spigolosi solo se denutriti. Soltanto gli umani, mammiferi per molti versi degeneri, manifestano frequenti angolosità. Dal carattere alle rotule.
Per farla breve, l’armoniosa rotondità di quel ginocchio mi bloccò.
«Franz», presentai Franz alla signora.
Quelle sue magiche sfere ruotarono armonicamente di trenta gradi ripristinando la posizione verticale di un personalino niente male.
«Molto lieta», sorrise tendendomi la mano.
«Veramente, Franz è lui», l’avvertii con garbo.
Qui accadde un terzo fatto concomitante e fondamentale: la donna rise. Apertamente, musicalmente, avvertendomi tutte le tonalità e le possibili qualità che stanno dietro una bella risata, a partire dalla dentatura sana.
«Fernando», riparai presentandomi.
«Violetta», sorrise con la stessa grazia di quel nome.
Volendo accorciare il racconto di dieci minuti… dopo dieci minuti passeggiavamo sul lungolago con Franz teso al guinzaglio.

Scegliemmo una panchina quasi lambita dall’acqua. Un buon avamposto per innamorati dove anche l’onda si concedeva e ritraeva, vezzosa, ai baci della sponda.
Con la stessa naturalezza con la quale un veggente propone la lettura della mano, mi offrii di leggere il suo ginocchio, poi che ogni organo, le spiegai, partecipa al nostro destino. Palpando delicatamente l’arto, le raccontai quegli arcani presagi che tanto piacciono alle signore, mentre l’unica premonizione che vi leggevo, erano delle cosce sensuali e dei generosi glutei.
Poi rimanemmo a lungo, la mia mano sul suo ginocchio e gli sguardi imprigionati nell’immobilità del lago e dei monti intorno. I rari passanti ci trascuravano come si trascura una coppia tranquilla e matura, ignari del tumulto dei nostri vent’anni mascherati da quaranta.

Negli incontri successivi, la sua rotula cominciò ad interagire col palmo della mia mano comunicando impulsi inquieti e complessi. I terminali nervosi dei miei polpastrelli captavano crescenti subbugli nel metabolismo di lei attraverso segnali, dapprima confusi, e via via inequivocabili.
Quando i nostri due arti presero a sincronizzare i ritmi delle reciproche danze metaboliche ed ormonali, compresi che era arrivato il momento di escludere Franz dai nostri convegni.

Seguì un mese di incontri intensi e prolungati. E successe qualcosa di diverso. Sarà dipeso dalla rassicurante rotondità di quelle ginocchia, oppure dalle prime folate di vento autunnale che inducevano alle provviste per l’inverno, fatto sta che, per la prima volta in vita mia, cominciai a valutare la sicurezza che può derivare dalla stabilità, dagli affetti. Nemmeno la parola matrimonio mi spaventava più come un tempo: per male che andasse, la nostra età comportava un buon condono sulla durata della pena. Inoltre, fra le cose belle della maturità, c’è la risoluzione della cosiddetta anima gemella. Anziché cercarla all’infinito, si capisce come si possa semplicemente divenirlo l’uno per l’altra.
Mi serviva soltanto l’impeto sufficiente ad alzarmi da quella mia sponda brumosa, senza sbocchi e volare alto, verso i lidi del sole.

E… rieccomi seduto con la mano sulla rotula di lei. Questa volta, siamo sul divanetto di casa.
Lei ha ginocchia angolose, a spigoli multipli, che mal combinano col palmo della mia mano.
Nel frattempo sono volati sottili foglietti di calendario, come nei vecchi film. Foglie ingiallite e agili uccelli migratori, come Violetta, ne hanno accompagnato il volo oltre le rive del lago.
Poco attrezzato per voli così alti e arditi, sono rimasto con la greve fauna stanziale.

fulvio musso«Basta così Fernando, grazie… Fernandooo! Basta così.»
«Scusami Giovanna, m’ero distratto… stavo pensando…», chiudo il tubetto di Voltaren, «come va il ginocchio? Stasera ti ripeto il massaggio.»

Fulvio Musso

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