IL “VEZZO” DELLA PSEUDO SOLIDARIETÀ

L’avidità non ha limiti… quando il cattivo esempio proviene anche da chi è particolarmente agiato, e a farne le spese è chi gravita nella sofferenza.

di Ernesto Bodini (giornalista e divulgatore di tematiche sociali)

Non è mai troppo etico entrare nel merito di vicende e scandali quando non si è in possesso di tutti i dettagli, ma ciò non toglie che quando un “fattaccio” di cronaca è divulgato su intere pagine delle maggiori testate giornalistiche, e anche per più giorni, non si può fare a meno che cercare di capire l’entità-severità del problema. Scandali come quello che ha coinvolto recentemente una notissima influencer italiana, ogni tanto capitano e macchiano l’onore del Paese, specie se i fatti riguardano lo “sfruttamento” di malati e disabili, approfittando della propria notorietà per finalità economiche sotto l’egida del volontariato… che volontariato di fatto non è. Il caso in questione è venuto alla luce e l’interessata è corsa “ai ripari” facendo pubblica ammenda, con l’impegno di restituire il mal tolto devolvendolo a favore benefico, ma questa volta in modo concreto. Personalmente, pur non essendo per nulla venale, sono sempre stato contrario ad azioni di beneficenza così allargata e plateale, in ragione del fatto che in base alla mia esperienza ho visto ben pochi casi trasparenti…, sia pur di modesta entità. Va da sé che l’italiano medio per antonomasia è di buon cuore, ma in questi ultimi decenni le iniziative con tali propositi benefici si sono centuplicate, e non c’è associazione di volontariato che non chieda il cosiddetto obolo per la causa che intende rappresentare. E se per tali iniziative si “fa leva” sui concetti della sofferenza e delle disabilità, per esempio, quasi sempre si raggiungono gli obiettivi (ma con quali risultati?); inoltre, non di rado si beneficiano anche Enti istituzionali con donazioni ovviamente lecite, facendo così risparmiare le Pubbliche Amministrazioni che dovrebbero invece intervenire direttamente, con l’eccezione, come ho spiegato più volte, che la forza volontariato è quanto mai necessaria in caso di calamità naturali. Ma quanti sanno, o ricordano, che nei primi due decenni del dopoguerra non esisteva questo esercito di volontari? Eppure in quel periodo l’Italia era appena uscita sconfitta da una guerra con conseguenze che richiedevano una ripresa, per cui bisognava tutti rimboccarsi le maniche. E il paradosso consiste proprio nel fatto che all’epoca del boom ossia dagli anni ’60 in poi, le associazioni di volontariato sono nate un po’ ovunque, più o meno con le stesse finalità e, naturalmente, tutte accomunate dal famoso impegno statutario: “non a fine di lucro”; per alcune una sorta di “salva condotto” per poter sensibilizzare l’opinione pubblica invitandola ad aprire il borsellino…. Naturalmente molti generosi non si pongono alcun problema e non si prendono la briga di accertare la serietà di tali iniziative. Poi, all’improvviso scoppia qualche scandalo anche se di non notevoli proporzioni, ma il concetto dell’abuso e dello sfruttamento si insinua a discapito di chi ancora crede in queste operazioni che assumono l’impronta di un marketing vero e proprio. Detto questo, e a parte gli scandali degni di cronaca nera e giudiziaria, mi risulta che il nostro Paese sia forse l’unico con queste caratteristiche in parte di “pseudo volontariato”, oltre alla presenza di decine di migliaia di associazioni (ormai un esercito), per fortuna molte delle quali sostenute da buoni intenti e quindi dedite ai vari sostegni sociali, più o meno diversificati. È pur vero che molte iniziative richiedono una forza numerica di interventi, parte dei quali con necessità di fondi, ma è altrettanto vero che se ognuno agisse individualmente a seconda delle proprie competenze, il più delle volte non avrebbe bisogno di chiedere offerte a nessuno. In buona sostanza molte realtà necessitano tutela per difesa dei diritti (quasi sempre violati dal potere e dalla burocrazia), per la quale non c’è denaro che tenga, quindi la creazione di una sorta di una “task force” (di volontari) in grado di prevenire episodi come quelli su descritti. Per concludere: ognuno può credere o meno in queste azioni di beneficenza…, ma quando c’è il denaro di mezzo o beni di un certo valore, la coscienza individuale deve essere sempre messa al primo posto!

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