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di Webmaster
Belgrado e Brasília, a un oceano di distanza, hanno vissuto la stessa domenica di svolta: gli studenti serbi conquistano il Parlamento, Lula strappa un quarto mandato che sembrava perduto
Ci sono giorni in cui la storia sembra darsi appuntamento in luoghi lontanissimi. Domenica 25 ottobre è stato uno di questi. In Serbia e in Brasile milioni di cittadini sono andati alle urne, e in entrambi i Paesi ha vinto chi, solo poche settimane fa, quasi nessuno dava per favorito.
Dalle aule occupate al Parlamento
Tutto era cominciato il 1° novembre 2024, con un crollo. La pensilina appena ristrutturata della stazione di Novi Sad era venuta giù, uccidendo sedici persone. Per molti serbi quella tragedia non era stata una fatalità: era il simbolo di uno Stato in cui appalti opachi e corruzione costano vite umane.
Da lì sono partiti gli studenti. Hanno bloccato le università, riempito le piazze per quasi due anni e deciso ogni passo in assemblee aperte, senza capi né portavoce. Quando hanno scelto di sfidare il potere alle urne, hanno mantenuto la stessa coerenza. La loro lista contava 250 candidati: professori, professionisti, persone comuni, ma nessun leader da incoronare. Il motivo, spiegavano, era non sostituire un culto della personalità con un altro.
Domenica sera il verdetto è stato netto. La Lista studentesca ha superato il 52% dei consensi, mentre la coalizione di Aleksandar Vučić si è fermata sotto il 40%. Gli studenti avranno da soli la maggioranza nel Parlamento di Belgrado. Vučić, da oltre un decennio padrone della scena politica serba, ha ammesso la sconfitta. Ma ne ha dato la colpa alla stampa indipendente e a misteriose ingerenze straniere. Nelle strade della capitale, intanto, la notte si è riempita di clacson, bandiere e abbracci.
La rimonta del vecchio sindacalista
Dall’altra parte dell’oceano, la storia ha il volto di un uomo di ottant’anni. Luiz Inácio Lula da Silva, ex operaio metalmeccanico e sindacalista, aveva perso il primo turno di inizio ottobre contro Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair. Molti lo davano ormai per finito.
Al ballottaggio è arrivato il ribaltone: Lula ha ottenuto quasi il 52% dei voti, con un vantaggio di oltre quattro milioni di schede. È la prima volta, da quando il Brasile è tornato a eleggere direttamente il presidente nel 1989, che chi perde il primo turno vince il secondo. Ed è il quarto mandato per Lula, un primato senza precedenti nel Paese.
Il cammino che lo aspetta, però, è tutt’altro che in discesa. Dovrà governare con un Congresso dominato dal partito dei Bolsonaro e con un debito pubblico pesante. E dovrà farlo in un Paese spaccato quasi esattamente a metà, dove il campo sconfitto non sembra disposto a riconoscere facilmente il risultato.
Una lezione che viene dal basso
Le due vicende sono diverse per storia, cultura e protagonisti. Eppure parlano la stessa lingua. In Serbia una generazione ha trasformato il dolore in impegno civile, chiedendo uno Stato che funzioni e che rispetti la vita dei suoi cittadini. In Brasile gli elettori hanno scelto, sia pure di poco, di non abbandonare un progetto che mette al centro i più poveri.
In entrambi i casi la partecipazione ha avuto la meglio sulla rassegnazione. La politica dei cittadini si è dimostrata più forte di quella degli apparati conservatori.
Ora viene il difficile. Gli studenti serbi dovranno dimostrare che si può governare senza tradire lo spirito delle piazze. Lula dovrà ricucire un Paese lacerato. Ma domenica, per una volta, a vincere sono state la speranza e la determinazione di chi non si è arreso.




