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IL CAMMINO DELL’EDITORIA ITALIANA PER L’INFORMAZIONE GENERALE E SPECIALIZZATA

Se notevole è stata l’evoluzione dei principali quotidiani e periodici, minore è stata quella della pluralità con voci alternative e di maggior libertà di pensiero

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di Ernesto Bodini (giornalista e opinionista)

 

 

La produzione dei mass media in versione cartacea in Italia, come nel resto del mondo, è sempre più in flessione rispetto a quella online. Infatti, l’evoluzione tecnologica attraverso la vastissima ed incontenibile rete di internet ha preso piede sul nostro pianeta, riducendo la produzione dell’editoria cartacea sia per i costi che per la “non competitività” con la rete informatica. Ma come stanno le cose dal punto di vista della pluralità dell’informazione cartacea per quello che ancora si spera possa esistere? Non ho dati alla mano, ma credo che il concetto di pluralità intesa come ulteriori voci padronali o indipendenti, nel nostro Paese non abbia mai lasciato spazio se non per la cosiddetta editoria minore e a macchia di leopardo… Personalmente prediligo leggere sfogliando le pagine che hanno odore di inchiostro, pur non trascurando l’inevitabile ricorso alle testate online, e in molte di esse (oltre ai libri, veri ed unici amici che sanno parlarmi e infondermi saggezza) trovo una enorme fonte di informazione. Leggo soprattutto riviste e periodici del settore medico-scientifico e di problematiche politico-sociali, oltre che di cultura generale, e nella maggior parte dei casi la qualità dell’informazione ritengo essere soddisfacente… Per quanto riguarda la realtà piemontese, a mio avviso, la pluralità dell’informazione non ha avuto una grande evoluzione, se non sporadiche iniziative editoriali che sono morte quasi sul nascere. Una carenza che ora è colmata con la nascita di molti siti, come del resto ovunque; una sorta di compensazione più o meno accettabile perché bisogna fare i conti con molti estensori che non sono giornalisti, e men che meno professionisti dell’informazione, oltre al fenomeno sempre più in auge delle cosiddette fake news soprattutto in campo medico-scientifico e psico-sociale. Non bisogna però dimenticare che il Piemonte vanta antiche e valide tradizioni in ambito giornalistico, come lo storico quotidinao La Gazzetta del Popolo, con ben 135 anni di vita (dal 1848 al 1983), e ovviamente La Stampa fondata nel 1867. Ma sono sempre meno i giornalisti di settore apprezzati e non “prezzolati” che meritano considerazione, sia dal punto di vista tecnico-professionale che deontologico. In sostanza, c’é ragione di sostenere che nel campo del giornalismo italiano ancora radicata è la “cultura” del nepotismo e del clientelismo più sfacciati che, non di rado, “condizionano” l’informazione, compresa l’obiettività… E a proposito di clientelismi ricordo un eclatante esempio che ha riguardato Mariolina Sattanino, la conduttrice del TG2 che, in una intervista rilasciata al quotidiano La Stampa il 22 agosto 1995, ha candidamente dichiarato di essere stata segnalata alla Rai grazie ad una raccomandazione di Piero Sette, già presidente dell’IRI. Come pure, va detto, nelle pagine degli annunci economici “offerte lavoro” non è mai comparsa la voce “cercasi giornalisti”. A parte i rari casi di indiscutibile professionalità, sono sempre stato convinto che non è una firma a rendere “importante” un giornale, bensì (per certi versi) il contrario. Una dimostrazione? Eccola. Si provi, ad esempio, a far firmare per un certo periodo di tempo su un periodico locale e di bassissima tiratura una “autorevole” firma, e nel contempo (o viceversa), si faccia firmare su una testata molto nota e di elevata tiratura un emerito sconosciuto. Il risultato è facilmente immaginabile. Questa considerazione è quella che io definisco “ipocrisia giornalistica o editoriale”, che va ancora al di là del mero opportunismo. Di questo passo, proprio perché più che consolidato, ha preso forma il già delineato fenomeno degli “pseudo” giornalisti, non molto dissimile da quello che ha generato i “falsi invalidi”. Due realtà dure a morire nel nostro Paese. Inoltre, anche quando qualche lettore (anche se anch’egli giornalista) si permette di “rettificare” al giornalista contrattualizzato quanto di inesatto ha scritto, l’unica risposta è un “no comment!”, od ancor peggio un assoluto silenzio che sa tanto di snobismo, come a voler dimostrare che esistono giornalisti di serie A, B, o C… A questo proposito tempo fa mi è capitato di leggere per ben tre volte nello stesso arco di tempo, sullo stesso quotidiano, alcune inesattezze (firmate) che potevano essere evitate se gli articolisti avessero avuto, per così dire, l’umiltà di chiedere delucidazioni agli esperti in materia. Ho subito fatto pervenire ai giornalisti interessati le correzioni del caso, ma non ho mai avuto alcun riscontro e nemmeno sono state pubblicate le rettifiche suggerite. Evidentemente sono stato considerato un pubblicista professionalmente capace ma di serie zeta…

 

Con questo esempio vorrei richiamare l’attenzione sull’importanza del rispetto delle competenze tematiche, sovente eluse dai quotidiani (o periodici) per le ragioni che tutti conosciamo, ma che non tutti hanno il coraggio di “denunciare” pubblicamente… Del resto, ci vuole coraggio per alzarsi e parlare, ma ce ne vuole anche per stare seduti ed ascoltare. Si parla tanto della “Carta dei doveri del giornalista” che, se rispettata, potrebbe essere di utilità anche se solo morissero quelle scelte di comodo che, non solo mantengono inalterato il tasso di disoccupazione (e di precariato) nella categoria dei giornalisti, con conseguente rafforzamento delle corsie preferenziali a discapito della corretta e puntuale informazione. Fare giornalismo, o meglio, essere dei buoni giornalisti oggi, è certamente una grande responsabilità proprio perché è una professione (retribuita o meno) sempre più difficile e impegnativa, soprattutto se di specializzazione come quella medico-scientifica che, in questi ultimi due-tre decenni, ha acquistato una grande centralità sociale direttamente proporzionale alla rilevanza che i mass media e l’informazione in generale hanno assunto all’interno della società post-industriale. Peccato che anche in questo campo, soprattutto in Piemonte, siano mancate e manchino iniziative imprenditoriali (a parte le diverse emittenti radiofoniche e televisive locali) in grado di informare gli operatori di settore, ma anche tutti coloro che sono interessati alla divulgazione delle problematiche di carattere tecnico-scientifico e sociali. E dire che in questo settore, come quello dell’informazione in generale, nella Regione subalpina pare non esista alcuna “coraggiosa” figura votata al monopolio e alla imprenditoria che dia voce a chi voce non ne ha. In ogni caso il tempo, come diceva il filosofo greco Teofrasto (371-287 a.C.), è l’unica cosa di valore che l’uomo può spendere.

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