Giorgia e Samuele: due vite, due percorsi, la stessa Comunità, quella dell’associazione Dianova

“Ho iniziato un anno fa la mia esperienza di tirocinio in una delle Comunità di Dianova, inizialmente non sapevo a cosa stavo andando incontro, era la mia prima esperienza sul campo dopo anni di studio.
La prima impressione che ho avuto, quando sono arrivata in Comunità, è stata quella di entrare in una grande casa accogliente. Ho trovato un’Equipe di professionisti eccezionali, non mi hanno mai fatto sentire come una “semplice tirocinante” ma mi hanno dato la possibilità di mettermi alla prova su più fronti.
Sono stata considerata come “una di famiglia” perché è così che ci si sente in questo posto, in famiglia.

Ho cercato il più possibile di stare a contatto con i ragazzi, di conoscerli, di ascoltarli e supportarli. Con il tempo si sono fidati di me e mi hanno raccontato le loro storie. Ho incontrato persone che lottano ogni giorno contro qualcosa, che si confrontano con sensi di colpa, fallimenti, perdite e solitudine.  Ho sentito la loro sofferenza come un pugno dritto allo stomaco, ma ho visto anche tanto coraggio.
Lavorando con loro ho capito che vivere una dipendenza da sostanze può farti sprofondarepuò farti perdere di vista le cose importanti come l’amore, l’affetto, la famiglia. Per molti di loro la svolta e il cambiamento sono possibili solo in Comunità ed è per questo che hanno il coraggio di chiedere aiuto e di intraprendere un percorso terapeutico. 
Ho ammirato la loro capacità di trovare la luce nell’abisso totale, la loro forza e il loro coraggio di rinascere, di ricostruire la propria vita e, a volte, anche la loro famiglia, che spesso li accompagna in questo percorso.
La Comunità è un gruppo, una famiglia, un cerchio all’interno del quale sentirsi al sicuro, un luogo dove capire le proprie risorse con l’aiuto degli operatori e grazie al confronto con i propri compagni.

Nel mio anno in Dianova ho conosciuto Samuele, un ragazzo giovanissimo di 21 anni, con lui l’approccio è stato davvero difficile!
Samuele era il tipico ragazzo che se incontri per strada capisci subito che c’è qualcosa che non va, lo etichetti (tossico, disadattato, etc…) e a primo acchito quando guardi un ragazzo così giovane buttare via la propria vita per la droga ti viene rabbia e nello stesso tempo non capisci perché questo possa succedere! Samuele aveva una scorza dura, era strafottente, provocatore ma allo stesso tempo dentro a quegli occhi neri così scuri e così profondi leggevi tanta paura e tanta solitudine. Nessuna fiducia nell’altro, nessuna voglia di parlare di sé stesso, cercava sempre di isolarsi dal gruppo, non accettava l’aiuto degli operatori; poi un giorno dopo diversi tentativi si è aperto … a 16 anni aveva perso una persona che amava profondamente, suo nonno, un lutto che non ha saputo capire né gestire.
La sua storia con le droghe è stata simile a quella di tanti altri, ma non era su questo che gli operatori hanno lavorato con lui. Samuele aveva bisogno di capire che dentro di lui c’era la capacità di reggersi da solo, di avere fiducia in sé stesso, di far crescere la sua autostima, di diventare grande.

In questo anno sento di essere migliorata e mi sento arricchita. Lavorare in Comunità significa guardare chi hai davanti a te e spogliarti dei tuoi preconcetti e dei tuoi giudizi; non è semplice, è una crescita continua che porta inevitabilmente a mettere in discussione ogni aspetto del tuo carattere e a fare i conti con te stesso. Sicuramente chiudo il mio tirocinio con un bagaglio esperienziale che era quello che speravo di ottenere… O forse anche di più!
Ho salutato Samuele prima di andare … i suoi occhi neri mi sembrano meno scuri, più luminosi … spero di rincontrarlo un giorno per strada mentre cammina verso una nuova vita!”

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