IL NOSTRO RAPPORTO CON IL “DOVERE” DI RINGRAZIARE

Espressione spesso verbale che, nei riguardi di chi esercita il proprio dovere, è quasi sempre segno di convenienza e di ipocrisia

di Ernesto Bodini (giornalista e opinionista)

Ogni evento negativo che si risolve, specie se riguarda il comportamento umano, fa esprimere gioia e contentezza a volte anche in eccesso sia in gestualità che in espressioni verbali di ringraziamento verso chi ci ha beneficiato. Gli episodi che si possono citare sono innumerevoli e ci accompagnano da secoli, come ad esempio la recentissima conclusione riferita alla liberazione dei 18 pescatori siciliani liberati dopo 108 giorni di “prigionia”, trattenuti dal governo libico con l’accusa di aver pescato in acque territoriali di sua competenza… e forse di altro ancora. Ma al di là dell’accusa (tutta da dimostrare, ma a quanto pare ingiustamente) e dell’onta che i pescatori hanno subito, la loro liberazione avvenuta per intercessione del premier Giuseppe Conte e del ministro degli Interni Luigi Di Maio, ha riportato pace e serenità nelle loro famiglie che hanno manifestato pubblicamente ringraziando più volte i due leader (come se non avessero abbastanza popolarità), quasi a commuoversi… A questi famigliari che hanno tanto trepidato per i loro cari, e ai quali idealmente mi unisco alla loro gioia, vorrei rammentare che i nostri governanti intervenendo verso le autorità libiche hanno fatto soltanto il loro dovere politico-istituzionale, nonché umanitario, e chi è preposto a fare il proprio dovere per ruolo istituzionale non ha bisogno di essere ringraziato, tanto meno platealmente. Parimenti comprendo che in casi come questo la gioia può essere incontenibile ma a mio avviso avrebbe più valore se manifestata con più compostezza e sobrietà… D’altro canto se così non fosse, per coerenza si dovrebbero ringraziare il medico che ci ha curato, il vigile del fuoco che ci ha tratto in salvo, il sacerdote che ci ha battezzato, il docente che ci ha insegnato, il negoziante che ci venduto la merce, etc., tutti doverosamente pagati. É pur vero che ringraziare, secondo la nostra cultura, è indice di educazione e manifestazione di senso civico, ma non sempre è un atto dovuto tant’è che il più delle volte tale espressione viene talmente spontanea che in alcune occasioni nemmeno la percepiamo…, mentre in altre addirittura la pretendiamo. Inoltre, vi sono circostanze in cui si ringrazia per un favore o un aiuto ricevuti, siano essi richiesti o meno; ed è in questi casi che il “grazie” deve essere sincero e magari anche intimistico. E ciò avviene spesso nell’ambito del volontariato in cui azioni e pensieri si perdono all’infinito per dedita solidarietà… talvolta non priva di imbarazzo da ambo le parti. Ed ecco che ogni volta che sento ringraziare impropriamente un politico nell’esercizio delle sue funzioni da parte di un comune cittadino, non posso esimermi dall’ipotizzare che una più o meno velata ipocrisia lo avvolge; e questo a mio avviso, fa dell’uomo immaturo che non si rende conto di essere un suddito che ringrazia (il suo “beniamino” di qualunque fazione politica e specie se al potere) moralmente, se non anche materialmente, e magari in debito chissà per quanto tempo! Dunque, quando e chi ringraziare? Decidere se, quando e chi è un atto di coscienza che richiede capacità di serena valutazione… senza vergognarsi di astenersi soprattutto nei confronti di chi ha agito nei nostri confronti per un preciso suo dovere! Vorrei concludere che anch’io ho peccato nel ringraziare “in eccesso” e, oggi, mi rendo sempre più conto di non aspettarmi da alcuno quel “doveroso” grazie per una mia manifestazione di solidarietà, richiamandomi al credo del poeta inglese  Alexander Pope (1688-1744), il quale affermava: «Beato è chi non si aspetta nulla, perché non sarà mai deluso». Ma ad onor del vero vi sono delle eccezioni (assai rare) le quali provengono da quelle poche persone che, nel tempo, ci hanno dimostrato la loro profonda sincerità e, il loro grazie, non può che essere accolto come una fraterna manifestazione di affetto.

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