L’angolo di Full: “La fine del mondo (profezia Maya)”

La fine del mondo (profezia Maya)

 

Un mattino di fine autunno, il sole non si levò.

Nel telegiornale delle otto, una bionda giornalista occhialuta parlò della crisi mondiale, del governo Monti che avrebbe risolto per sempre la crisi italiana inglobando il Vaticano, del tornado Celestina Colabrò che imperversava nei Caraibi e, come notizia mondana, riferì le nozze segrete fra un orsetto del Bengala e la custode dello zoo di Macao, con una foto della coppia e la freccetta della regia a distinguere l’orsetto.

Ogni poco, la giornalista sollevava un ricevitore, ascoltava brevemente, poi riprendeva con voce sempre più stizzita sino a quando venne interrotta bruscamente dalla pubblicità.

Dopo un paio di minuti comparve il direttore del tigì con due pompieri in alta uniforme e altri tre personaggi dei quali non si seppe mai l’identità né il ruolo.

«Signori», disse il direttore con serietà, «oggi il sole non s’è levato».

In quel preciso istante, tutti ebbero la netta percezione che il sole, quel giorno, non s’era levato.

Si susseguirono vari esperti che riferirono rispettivamente: delle profezie dei Maya e di Nostradamus, dello scioglimento dei ghiacciai, d’una possibile concausa col tornado Celestina Colabrò, del Giudizio Universale, della ripercussione sui titoli azionari, dell’opportunità di sospendere il campionato di calcio e, ovviamente, della necessità di proclamare subito uno sciopero generale. Il simposio si concluse con la ricetta della “bagna cauda” proposta da un noto chef piemontese che era finito nel mucchio per via della confusione.

Davanti agli ingressi delle banche cominciavano a formarsi brevi code. Nelle chiese, i celebranti della messa mattutina valutavano perplessi l’insolita affluenza di fedeli mentre, negli empori, iniziava l’incetta dei generi di prima necessità.

Negli appartamenti, i cagnolini guaivano, i gatti stranivano, i canarini non cantavano e i loro padroni avanzavano stravaganti ipotesi.

Intanto, in un angolo remoto del Paese, un ragazzino di tredici anni, primo assoluto nella sua scuola – docenti compresi – osservava attento il volo di due Canadair antincendio. Digitando lestamente sul proprio cellulare che incorporava Internet, navigatore, calcolatore scientifico, telecamera a raggi infrarossi e lima-unghie, il ragazzo calcolò e confrontò in tempo reale: modello degli aerei, quota, rotta, velocità, portanza, regresso eliche, massa, carico netto dei velivoli e peso specifico del carico.

Il ragazzino appurava così che i due Canadair non trasportavano acqua come loro consuetudine, ma olio minerale, e dirigevano su una rotta di zero gradi, cioè il nord spaccato.

Allora si volse in direzione dell’orto dove un vecchio in pigiama e stivali stava disseppellendo i propri risparmi: «Nonno», strillò con la sua vocina in falsetto da adolescente e con la erre moscia da under primo della classe: «lascia stave, non è successo niente di gvave, tva poche ove tovnevà il sole».

Mezz’ora dopo, infatti, la televisione sospendeva i programmi e il direttore del tigì, accompagnato dai sorridenti e incipriati rappresentanti di governo e opposizione, nonché quello dei trentasei sindacati unificati per l’occasione, annunciava lo scampato pericolo precisando che due Canadair (prontamente mostrati in film di repertorio) stavano dirigendo al centro esatto del Polo Nord, dove avrebbero scaricato in volo il loro carico d’olio lubrificante direttamente sull’asse terrestre che, causa inquinamento o, in alternativa, causa profezia Maya, s’era momentaneamente grippato.

Fulvio Musso

 

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