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Riflessioni e considerazioni di un “anticonformista”

E' ottimista chi se lo può permettere, ma il pessimismo rispecchia sempre più la nostra realtà attuale

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di Ernesto Bodini (giornalista e opinionista)
In un’epoca in cui le assurdità si trascinano senza fine, come la molteplicità quotidiana dei reati quasi sempre di media ed elevata gravità, come pure c’è chi si “intestardisce” nel pretendere da una cittadina il pagamento di un centesimo di euro a saldo di una bolletta per il consumo di energia elettrica. E non meno eclatante la richiesta di rimborso di 1 centesimo (percepito in eccesso da un pensionato di Riccione nel periodo 1 gennaio 1996-31 dicembre 2000. Motivo: “l’ammontare dei redditi personali è superiore ai limiti della legge 335 del 1995”) da parte dell’Inps di Mastropasqua, cui è seguita in prima istanza la rimozione del suo direttore (Il Giornale.it 21 ottobre 2103). Di casi come questi se ne potrebbero citare alcuni altri nella “storia dei malvezzi” tutta italiana, e per essere più “convicente” ritengo di proseguire con altre citazioni di malaffare, a cominciare dal fatto che a tutt’oggi è di 108 miliardi di euro l’ammontare delle evasioni fiscali, e di oltre 60 miliardi di euro l’anno la corruzione, un danno erarariale in netto contrasto con le recenti affermazioni dei politici i quali sostengono che il Paese è in (sia pur lenta) ripresa. Ma ciò non basta perchè le assurdità partorite ogni giorno dall’insipienza di chi è preposto a condurre la gestione dell’Italia (”pseudo democratica”) rasentano a dir poco l’inverosimile, tanto che sperare in un futuro più roseo è una pura chimera. Si pensi, inoltre, alle ingiustizie in ambito giuridico, ai 5-6 milioni di cittadini che versano in condizioni di estrema povertà, alle diseguaglianze nei confronti di molti disabili, alle carenze in ambito ospedaliero e di assistenza medico-scociale in ambito territoriale (a breve il nostro SSN sarà totalmente privatizzato), alla “tenace” caparbietà di fare volontariato sostituendosi ai ruoli istituzionali, alle continue richieste di oboli da parte di molte associazioni per poi scoprire che la raccolta di quei “pochi spiccioli” non è arrivata (e non arriva) a destinazione, allo scarsissimo (per non dire nullo) investimento per la ricerca scientifica da parte dello Stato (mentre vi provvedono enti privati con la richiesta di un contributo al cittadino), al continuo e “soporifero” dibattere sull’età pensionabile, alle carenze e/o divergenze anche nell’ambito dell’istruzione, alla scarsissima attenzione per la cultura con i 4 milioni di analfabeti di ritorno e al 60% degli italiani che non leggono nemmeno un libro all’anno, alle inutili (e dannose) manifestazioni di piazza per rivendicare diritti che dovrebbero essere rispettati specie se acquisiti… Vorrei proseguire ma l’elenco sarebbe troppo lungo, perciò mi limito ad esprimere la mia indignazione nell’appartenere ad una nazione che, nonostante sia ricca di storia, ha perso e continua a perdere la sua identità, la sua onorabilità e, il vantato merito di essere definita una Nazione civile e democratica, è camuffato, a mio avviso, da manifestazioni e celebrazioni per questa o quella ricorrenza…

 

 

A cosa è servita, ad esempio, quella dedicata al 150° dell’Unità d’Italia? Chi e che cosa ha unito? Cui prodest?
Se si vuole fare riferimento alla riforma del Titolo V della Costituzione e al Federalismo fiscale e sanitario, non mi pare proprio che si possa parlare di Italia unita: un conto è vivere al nord e un altro è vivere al sud per fruire di determinati diritti… costituzionali; e a questo proposito, ancora nessuno mi ha spiegato perché l’art. 3 della Costituzione non è mai citato da nessuno e tanto meno messo in pratica. Parlare di ipocrisia pratico-costituzionale mi sembra mero eufemismo, quasi un insulto al Padri della Costituente e, in fatto di legalità o meno, sarebbe sufficiente ricordare uno di quei Padri, Piero Calamandrei, politico e avvocato (1889-1956), il quale in seguito ebbe a dire: «Quando per la porta della magistratura entra la politica la giustizia esce dalla finestra». Con questa lapidaraia “sentenza” vale ancora la pena credere in un Paese che geograficamente paragonato ad uno stivale non è nemmeno degno di guadare un fiumiciattolo? Per un eventuale conforto potrebbe essere utile richiamare alla memoria il sommo Socrate, la cui saggezza tanto si insegna senza però metterla in pratica. La sua filosofia era il dialogo continuo, un esame incessante di sé e degli altri e non un insieme di teorie preconfezionate. Filosofia che gli costò la vita per non venire meno ai suoi principi etici. Il suo esempio è stato e rimanga il simbolo della condanna nei confronti dei politici e il simbolo della giustizia e della tutela individuale, anche se l’Atene socratica dista dalla Città Eterna anni luce!

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