Perché leggere “Gli anni della grande peste” di Sergio Atzeni

Perché leggere “Gli anni della grande peste” di Sergio Atzeni

Ci sono persone che lasciano troppo presto questa terra e, alcune volte, sono artisti di grande valore. Una di queste è Sergio Atzeni, che ha avuto una vita breve, ma comunque sufficiente a lasciarci in eredità una scrittura davvero unica. Ne è un esempio Gli anni della grande peste, che raccoglie racconti da lui scritti in periodi diversi, tutti però accomunati dal suo inconfondibile stile. Uno stile in grado di fondere realtà e sogno, di dipingere atmosfere quasi magiche se non mitologiche (capacità che risulta ancor più evidente nel romanzo Passavamo sulla terra leggeri) e di fare delicata poesia anche quando narra avvenimenti tragici e violenti. Quest’ultima caratteristica, in particolare, è uno dei tratti più significativi della scrittura di Atzeni e trova la sua massima espressione nel romanzo breve Bellas mariposas, anche se il primo racconto della raccolta, E Maria scese al cielo, come ben sottolinea Paola Mazzarelli nella nota finale, ne costituisce un’incisiva anticipazione: “Lei si chiamava Maria: un nome che ha inflessioni di maggio cattolico, ed è anche bruno, procace e solarmente mediterraneo. Maria a dieci anni era bella. Se non fosse stata bella sarebbe lei a raccontare: ma la vita non è sogno: non ammette dubbi o ripensamenti”.

Attraverso queste pagine, l’autore dimostra tutta la sua abilità di narratore di favole, nel senso lato del termine. Un narratore che, però, non pretende d’essere creduto e, anzi, spesso tende a prender le distanze da ciò che racconta, proprio come l’io narrante in L’amore segreto di Tzia Paska: “Così l’hanno narrata, così la dico”. A volte rielabora storie di cronaca o appartenenti alla tradizione orale, altre volte racconta storie di fantasia, dando comunque loro la parvenza di vicende reali o che è possibile credere tali.

Sono racconti permeati da un notevole spirito critico e – non è azzardato supporlo – anche da una certa autoironia. È evidente l’impronta di un uomo che ha voglia di confrontarsi con altre culture ma che, allo stesso tempo, mantiene saldo il legame con le proprie radici. Dei sardi Atzeni conosceva bene lo spirito di rassegnazione (“Fatti simili accadevano, quando appariva la peste, dappertutto, ma non in Sardegna, dove si moriva senza teorie”, così nel racconto che dà il titolo alla raccolta) e l’ossessione per la fatalità (“Ma la tragedia si presenta sempre così, con una risata che pare non finisca mai”, da La maschera da matto), peraltro particolarmente presente nella produzione letteraria di Grazia Deledda, sua conterranea.

Questa preziosa collezione mostra, inoltre, la poliedricità di questo autore, capace di affrontare i più svariati argomenti (amore, sesso, povertà, gioia, morte …) attraverso ambientazioni, contesti storici e registri stilistici differenti, riuscendo tuttavia a dare sempre un’impronta univoca e riconoscibile.

Particolare attenzione è dedicata alla religione, tema sul quale Atzeni torna più volte, anche solo per un breve accenno. La sua è una religiosità autentica, semplice e severa, come quella del mondo rurale ma, a differenza di questa, non contaminata da elementi pagani.

Per tutte queste ragioni, sicuramente una lettura ideale per cominciare bene l’anno nuovo.

Marcella Onnis

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