L’ANALISI DELLA PSICHE AL CENTRO DELLA PERSONA: INTERVISTA A SARA ANCOIS ESPERTA IN PSICOLOGIA RELAZIONALE

La Psicologia relazionale è una Disciplina a sostegno dei vissuti e delle esperienze umane nel rispetto della individualità.

di Ernesto Bodini (giornalista scientifico)

Dr.ssa Sara Ancois

Dr.ssa Ancois, come è nata la sua dedizione per la Psicologia?

“Direi quasi per curiosità. Dopo aver frequentato il Liceo Classico si è trattato di scegliere una Facoltà Universitaria. All’inizio non avevo, però, una precisa idea su quale strada intraprendere, quindi ho consultato più volumi in materie umanistiche e quando ho avuto tra le mani quello della Psicologia, ne sono rimasta affascinata, trovando in esso delle risposte tant’é che mi sono iscritta a tale Facoltà superando il test di ammissione, rientrando tra i primi dieci ammessi”

Qual è il suo orientamento professionale più specifico che ha perseguito?

“Ho seguito un orientamento di specializzazione definito “Orientamento sistemico-relazionale”, che consiste in un approccio multidisciplinare in quanto la sistemica è un’ottica, ossia un paradigma conoscitivo applicabile, appunto, a numerose discipline. Ad esempio, il Grupo di Palo Alto (California) era composto di esponenti di aree diverse.”

Qual è stato il tema della sua Tesi di Laurea universitaria?

“La plasticità cross-modale della corteccia cerebrale, ossia i meccanismi di conversione verso le Neuroscienze, più che di Psicologia. In quel tempo, ossia al mio esordio, seguivo con particolare interesse il noto psicologo e filosofo Giorgio Girard (1930-2021,) e anche in questo caso propendevo per l’interdisciplinarietà. Stavo iniziando una Tesi con lui, che però richiedeva più tempo e, non volendo attendere oltre, ho cercato un altro relatore, il prof. Ferdinando Rossi (1953-2014), che mi invitò ad un convegno sulla plasticità, in seguito al quale il cattedratico si rese disponibile a seguirmi in questo mio percorso.”

Da oltre tre lustri si occupa dell’influenza che i contesti disfunzionali hanno sulle nostre vite. Cosa significa?

“Due cose: la prima, al contesto di ciò che risulta disfunzionale per una certa persona non può esserlo per un’altra, e mi è chiara la diversa reazione delle persone nei diversi contesti che si manifestano nelle varie patologie come, ad esempio abusi, effetti traumatici eclatanti, etc.; ma in situazioni più “sfumate”, la definizione di patologico è quasi sempre individuale.”

Secondo la sua esperienza quali sono i problemi che “disturbano” maggiormente la personalità umana?

“L’ambiguità dei significati e questo si traduce in molti linguaggi… Quando si parla di personalità alludiamo ad una “struttura” della personalità che evolve nel tempo, e che nel corso degli anni, la stessa acquisisce  una solidità strutturale. Tuttavia, ritengo che più che ambiguità si tratta di non affidabilità dei significati, come ad esempio quello del mondo pubblicitario… a volte patinato e fuorviante, e via via nel tempo i messaggi perdono il loro significato. E l’ambivalenza vale anche nel rapporto educativo genitori-figli.”

Lei in questi anni ha lavorato in diverse strutture riabilitative pubbliche e private. Quali esigenze e problematiche sono emerse nel lavoro?

“Il problema maggiore dal mio punto di vista ha riguardato le équipe degli operatori poco unite, ossia poco solidali tra loro dando adito ad una scarsa sinergia. Noi psicologi, quando siamo inseriti in queste strutture riabilitative, generalmente siamo di supporto alle équipe formate da educatori, medici, assistenti sociali, etc. Quasi sempre, secondo la mia esperienza, tali operatori non costituivano una squadra all’interno della comunità, nonostante tali operatori fossero i riferimenti nevralgici e ciò, a fronte del fatto che quasi sempre l’utenza è di gran lunga superiore al numero degli operatori. Quindi, meno squadra meno credibilità. Forse piccole problematiche ma costanti…”

In Psicologia dal punto di vista della valutazione terapeutica in pazienti depressi o con disturbi della sfera emozionale, corpo e mente sono un “binomio attendibile”?

“Non credo, perché corpo e mente rappresentano l’individuo e quindi non divisibili. Il corpo parla e la ragione ragiona “artificiosamente” meglio di noi…, come spesso dico ai miei pazienti.”

Mentre in Medicina, invece, si dice che la mente comanda il corpo.

“Si, ma è anche vero che in certi casi è il corpo che comanda la mente. Ricordo, ad esempio, che lo psicoanalista Silvio A. Merciai disse. “Quando stiamo bene siamo un corpo, quando stiamo male abbiamo un corpo”. Ma oltre a questo, quando si parla di problematiche psicologiche riscontriamo che è proprio vero che il corpo parla meglio del paziente.”

Un esempio?

“Un individuo depresso con problematiche sessuali richiede di fare più distinguo. Non esiste, ad esempio, un’unica forma depressiva: ci sono depressioni maggiori e minori che sono oggetto di lavoro (il nostro), e in altri casi che riguardano la competenza del medico psichiatra il quale all’occorrenza può prescrivere determinati farmaci. Quindi, va ben distinto in questi casi quale è il ruolo dello psicologo e quale quello del medico specialista. Personalmente seguo pazienti affetti da depressione reattiva, che è di competenza psicologica.”

Altri distinguo?

“Ci sono dei casi con sintomatologia da lutto e sarebbe strano, oltre che problematico, se la depressione non si verificasse, questo anche perché noi viviamo in una cultura che teme il dolore. Nel caso dei disturbi sessuali è un’altra sfera dei miei interessi professionali in quanto il Master che ho seguito è di sessuologia sistemica, e ci è stato insegnato che le patologie della sessualità non appartengono all’individuo ma alla relazione, ossia ci sono persone che insieme ad altre sviluppano un disturbo che con un altro partner potrebbero avere o non avere tout-court.”

Quindi, approfondendo?

“Le persone passano attraverso esperienze perturbanti e in certi casi sviluppano dei sintomi. Ma il sintomo nell’ottica sistemica che, come ho detto, rientra nel mio Orientamento, le patologie comunemente intese sono delle situazioni e non delle malattie; da qui, il ragionamento sul contesto che permette di andare oltre.”

Che tipo di pazienti si rivolgono a lei?

“In questo momento pandemico sono pazienti generalmente affetti da disturbi d’ansia. In periodo precedente la maggior parte era affetta da disturbi psicosomatici, oltre a stati d’ansia sia prima che dopo questo periodo, ovviamente le manifestazioni di tale disturbo sono soggettive come del resto anche le risposte alla terapia.”

Quale l’età media dei pazienti?

“Ultimamente si è abbassata, ma in ogni caso personalmente non tratto i bambini in quanto necessitano un setting molto preciso e specifico, e quindi rientrano nella Psicologia evolutiva che è una ulteriore specializzazione… che non è la mia. Comunque seguo anche casi di minorenni di una certa età, soprattutto da quando è emersa questa pandemia e solo con il consenso dei genitori. Tendenzialmente non prediligo il paziente maschile o femminile piuttosto quello di genere, ma considero le caratteristiche della persona”

Lei recentemente ha pubblicato un libro che, sinteticamente, possiamo definire “Come elaborare un lutto”. È un contributo di sostegno oppure un dettato della sua sfera emozionale?

“Entrambe le cose nel senso che quando si sceglie questo tipo di studi c’é una ragione personale perché unisce la proiezione al mestiere e, il mio libro, è divisio in due parti: la parte illustrata (in poesia) è relativa alla mia esperienza, e la seconda parte riporta dei concetti (metafore-aforismi) per farmi “compagnia”. Una sorta di solidarietà a me stessa nell’affrontare un periodo di dolore. La mia esperienza emotiva ha assunto così un valore, e da qui è nata la curiosità di capire quanto la mia esperienza fosse simile a quella di altri. E c’è stato un momento in cui ho avuto timore che questa ondata di “perturbazione” e di grande intensità potesse  non finire mai, e il mio equilibrio emotivo è la mia sede di lavoro. E posso assicurare che vivere queste esperienze in “corpore vili” è molto diverso da quello che si è studiato sui testi”

Qual è la parte “più nobile” del suo lavoro?

“Poter dire alle persone che chi non patisce un’esperienza non è perché è più forte, ma perché ha degli “strumenti” in più come ad esempio quello di raccontare “liberamente”  il proprio vissuto e quindi la propria esperienza”.

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