
di *Francesco Augello
Chi è abituato ad un approccio tanto pedagogico quanto clinico psicologico sa quanto sensibile sia il tema della svalutazione dei nuovi soggetti sociali, al di là che ciò avvenga in contesti formali, non formali o informali. Ed ecco il punto: da qualche settimana è assai dibattuto mediaticamente quello che è definibile come una proiezione della colpa, che oramai avviene in diversi contesti e circostanze, e certamente non rappresenta in questo Paese un caso isolato, ciò al di là dei termini impiegati.
Così, capita di ascoltare sui media, durante un incontro pubblico, una figura di spicco delle istituzioni etichettare come priva di valore l’espressione di disagio di alcuni ragazzi contrari alle nuove barriere selettive per il percorso accademico sanitario. Al di là dell’episodio specifico, sorge un interrogativo clinico e sociale: è possibile definire “superfluo” il bisogno di esprimere una posizione contraria? Soprattutto se a farlo è chi dovrebbe ricoprire una funzione paterna o normativa di accoglienza?
In questo scenario, la questione non è ideologica, ma riguarda la maturità dei modelli relazionali che governano il nostro Paese. Definire “inutili” delle persone in fase di formazione, pur se in una modalità reattiva o conflittuale, rappresenta una forma di disconferma dell’identità. Il conflitto non è una patologia del sistema, ma un sintomo vitale: è la manifestazione di una soggettività che cerca spazio. Ignorarlo o ridicolizzarlo significa minare le basi della fiducia reciproca.
Il linguaggio utilizzato agisce come un modellamento negativo. Le parole non sono neutre: esse strutturano la realtà, definiscono chi ha il diritto di esistere e chi viene confinato ai margini del significato. La ricerca di consenso attraverso l’umiliazione dell’altro segnala una profonda fragilità nella capacità di contenimento delle istituzioni.
Esiste poi un ulteriore piano di analisi: la crescente scissione tra il mondo degli adulti e quello degli adolescenti. Alcuni osservatori esterni, commentando le difficoltà incontrate nelle prove selettive, hanno esibito una sorta di “narcisismo della competenza”, sostenendo che le sfide attuali sarebbero state banali per la loro generazione. Ciò che è ineluttabile è che non possiamo realmente saperlo. Non è possibile spostare le lancette del nostro tempo a un tempo trascorso: le prove sono quelle di oggi, numerose e attuali.
Questa continua retorica sposta interamente il carico del fallimento sulle spalle di tanti ragazze e ragazzi, operando una sterile colpevolizzazione della vittima. Si osanna la “tempra mentale” quando non andrebbero invece non ignorati i processi pedagogici e le carenze strutturali del sistema che dovrebbe fornire gli strumenti per affrontare la realtà odierna, assai diversa da quella di qualche decennio addietro. È un meccanismo di difesa classico: gli adulti proiettano, spesso, le proprie mancanze educative sui giovani, giudicandoli inadeguati per non dover mettere in discussione l’efficacia dei propri metodi.
Ci troviamo di fronte a un paradosso relazionale: pretendiamo dai giovani una resilienza e una preparazione impeccabili, senza interrogarci sulla qualità del supporto formativo che offriamo loro. Una comunità in cui la generazione precedente abdica alla propria funzione di guida, preferendo il giudizio all’ascolto, è una comunità destinata a frammentarsi e con esso l’intero tessuto politico, senza distinzione alcuna di orientamento.
L’ascolto empatico è l’unico strumento capace di integrare le diversità. È certo che nessun individuo è privo di significato, tanto meno chi esprime il proprio essere in disaccordo, disaccordo che in altre generazioni si è levato parimenti e per altri ingiusti scenari.
A questo quadro si aggiunge un elemento cruciale: il giudizio adulto come fattore determinante nella costruzione o nella demolizione dell’autostima giovanile. In ambito clinico è noto che la valutazione svalutante, soprattutto se proveniente da figure percepite come autorevoli, produce un effetto di interiorizzazione negativa: il giovane, studente o meno, non si limita a percepire un fallimento esterno, ma lo trasforma in una conferma della propria inadeguatezza. La psicologia dello sviluppo mostra come l’autostima sia un processo dinamico, alimentato dal riconoscimento e dalla validazione sociale. Quando l’adulto riduce il dissenso a “inutile”, non solo nega la legittimità della voce giovanile, ma incrina la fiducia del soggetto nella propria capacità di incidere sulla realtà, di riuscire a fornirvi in futuro un proprio contributo, tanto sociale quanto di partecipazione alla vita politica odierna e futura del Paese.
Dal punto di vista pedagogico, questo atteggiamento corrisponde a una vera e propria deriva educativa: invece di fungere da guida, l’adulto diventa ostacolo, alimentando un circolo vizioso di sfiducia e ritiro. La letteratura pedagogica e clinica converge nel sottolineare che il disprezzo ha un impatto diretto sulla costruzione dell’identità, poiché priva il soggetto in formazione di quel sostegno minimo necessario per affrontare la complessità del mondo, non solo quello che lo abita, ma anche quello che egli abita. È lecito domandarsi fino a che punto si voglia affidare a questi ragazzi la complessità di un mondo in continuo divenire. Senza opportunità, strumenti e una politica capace di smettere di proiettare colpe, il rischio è quello di consegnare loro un compito impossibile.
Il giudizio adulto, quando si fa condanna, non è mai neutro: diventa un marchio che si imprime su una coscienza in formazione. Ogni parola che mortifica va da sé che sottrae fiducia, ogni etichetta riduttiva erode la possibilità di sentirsi parte di un mondo condiviso. In psicologia si parla di “ferita narcisistica primaria”, quella che nasce quando il bisogno di riconoscimento viene ignorato, privato del suo bisogno di conferma. In pedagogia, la stessa ferita si traduce in negazione del riconoscimento, in un vuoto che non prepara ma disarma. Se la comunità adulta abdica alla funzione di guida e si rifugia nel giudizio, i giovani non smettono di resistere: ma la loro resistenza rischia di vestirsi di giustificata impotenza e di trasformarsi in solitudine. È allora che il dissenso, anziché aprire spazi di crescita, di slancio, diventa il segno di una frattura insanata, né facilmente sanabile. La vera domanda non è se i ragazzi siano “all’altezza” del saper fare, – ci guardiamo bene dal non mettere nel mucchio quei giovani che hanno deciso di non fare nulla, nonostante ogni vento loro favorevole, anche se lì non mancherebbero altre domande da porsi – ma se gli adulti siano disposti a riconoscere che l’autostima non nasce dal confronto con la colpa, bensì dall’incontro con una fiducia mai vestita da tranelli, come quelli posti nei test di accesso alle facoltà a numero chiuso, perché quest’ultimi mal si sposano con il costrutto pedagogico e clinico di performance che reclama, semmai, sostegno e una fiducia autentica, priva di manipolazioni.
*(Scrittore/saggista, psicologo e pedagogista)




