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Castel del Monte: conferita ad insigni personalità “La valigia di cartone”

L’11 agosto l’8^edizione del Premio, in grande smalto, nel magnifico Borgo sotto il Gran Sasso

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di Goffredo Palmerini

Lasciando a Barisciano la statale che solca l’altipiano per prendere la strada che s’inerpica verso Castel del Monte, già dopo i primi tornanti il paesaggio ti intriga. E’ una meraviglia questo angolo d’Abruzzo alle pendici della catena del Gran Sasso, nel Parco nazionale omonimo, uno dei quattro della regione più verde d’Europa, con oltre un terzo del suo territorio protetto. Ogni curva rivela uno scenario d’incanto: colli, boschi, vette ardite, borghi suggestivi come presepi. Ed ecco si attraversa Santo Stefano di Sessanio, antico borgo medioevale diventato caso d’accademia nel mondo – ne ha parlato anche il New York Times – perché un “visionario” architetto italo-svedese, Daniele Kihlgren, ne ha fatto un albergo diffuso, ripetendo poi l’esperienza anche nei Sassi di Matera, e in altri villaggi semiabbandonati dell’Abruzzo. Ora Santo Stefano di Sessanio, 120 abitanti, è uno dei Borghi più belli d’Italia, sta rinascendo dai danni inferti dal terremoto del 2009 ed è meta di turisti dall’Italia e dall’estero. Nel Cinquecento il fu acquistato dai Medici di Firenze per controllare la produzione della lana che da queste parti abbondava, grazie agli armenti che potevano contare d’estate sugli sterminati pascoli del Gran Sasso e d’inverno in transumanza nel Tavoliere della Puglia. La Torre medicea, simbolo del borgo, presto sarà ricostruita dopo le ferite del sisma.

Mentre si lascia il borgo, la strada per un po’ scorre quasi lineare verso Calascio. Eccolo il paese, con le sue case addossate alla montagna e le sue chiese ricche di opere d’arte. E sulla vetta del colle la splendida Rocca che domina dall’alto la vista sulla rigogliosa valle del Tirino. La Rocca di Calascio, famosa per essere stato scenario per diversi film, è considerata da National Geographic uno dei 15 castelli più belli del mondo per la sua meravigliosa singolarità e per l’incanto del contesto ambientale. Calascio, 135 abitanti a 1200 metri d’altitudine, è inserita nel club dei Borghi autentici d’Italia. Lasciato il paese, la strada torna ad essere tortuosa, scendendo in una piccola conca indorata dalle biade e dal grano appena mietuto. Poi risale verso Castel del Monte, che a qualche chilometro si offre di fronte, nell’esposizione delle sue suggestive architetture. E’ classificato, come Santo Stefano di Sessanio, tra i Borghi più belli d’Italia, club rigoroso che annovera 271 borghi del Belpaese, certificandone le singolari bellezze, nel quale l’Abruzzo ne conta ben 23.

Esposto sulle pendici del monte Bolza, a 1346 metri d’altitudine, Castel del Monte è l’avamposto abitato più elevato nei contrafforti del Gran Sasso d’Italia. Da qui la strada ascende verso il grande altopiano di Campo Imperatore, incontrando subito Monte Camicia, la vetta meridionale della catena, poi Monte Prena e il Brancastello, prima d’arrivare ai piedi del Corno Grande (2.912), la cima più alta degli Appennini. Le vestigia più antiche di Castel del Monte attestano un primitivo insediamento del popolo italico dei Vestini, sul Colle della Battaglia a sud dell’abitato, dove risultano ancora ben visibili le tracce di tre fossati circolari concentrici e di altrettante cerchia di mura a protezione del villaggio, del quale sono stati rinvenuti resti d’una grande porta d’accesso ed una piccola pusterla. Rinvenuta, nei pressi, anche un’importante necropoli italica.

L’attuale borgo di Castel del Monte conserva l’originario disegno altomedioevale, con architetture degne d’interesse. Bella la Chiesa Madre dedicata a San Marco Evangelista. Il primo nucleo risale al XI-XII secolo, ma un significativo ampliamento si ebbe a fine Duecento, per volere di Corrado d’Acquaviva, che possedeva la “Terra di Castel del Monte”. L’ampio assetto attuale a tre navate con cupola ottagonale risale al Quattrocento. Particolarmente ricco l’interno, con altari in pietra, in stile rinascimentale e barocco, bassorilievi e una fonte battesimale del Cinquecento, con inciso lo stemma dei Medici che per quasi due secoli ebbero in proprietà il borgo. Notevole il pulpito ligneo, cesellato e decorato ad oro zecchino. A lato della chiesa s’erge l’imponente campanile quadrato, con duplice funzione di torre campanaria e torre d’avvistamento. Interessanti anche la quattrocentesca Chiesa di S. Maria del Suffragio, che ha una magnifica pala d’altare attribuita al fiorentino Bernardino di Lorenzo, donata nel 1585 dal principe Francesco Antonio de Medici, e la settecentesca Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria.

Nell’alto medioevo Castel del Monte, come gli altri territori circostanti, fu soggetto ai monaci Volturnensi, che facevano capo alla grande abbazia benedettina di S. Pietro ad Oratorium, nella piana di Capestrano. Passò poi ai conti di Celano, agli Acquaviva di Atri, ai Piccolomini di Siena, per un brevissimo periodo ad Alessandro Sforza, ad Ottavio Cattaneo dal 1569 ed infine, nel 1579, ai Medici di Firenze. Castel del Monte compare per la prima volta nel 1223 in una bolla pontificia di papa Onorio III, con il nome di Castellum de Monte. Fece quindi parte del marchesato di Capestrano (principato dal 1584), seguendo le vicende, sotto lo stesso signore, della baronia di Carapelle, che comprendeva oltre a Carapelle Calvisio anche Castelvecchio Calvisio, Calascio e S. Stefano di Sessanio (nella foto). Questi borghi costituivano lo “Stato di Capestrano”, dove aveva sede il governatore, nel castello Piccolomini.

Castel del Monte, ora 434 abitanti, fino alla prima metà del Novecento era un paese molto più popolato (nel 1921 contava 3.188 abitanti). La sua economia fondava sulla pastorizia, che vantava fino a 50 mila capi di pecore, e sulla produzione della lana. Da qui, in settembre, scendevano le greggi verso il Tratturo magno che dall’Aquila portava milioni di pecore a svernare nella Capitanata di Foggia. Per i pastori in transumanza una storia plurisecolare di fatiche, di ataviche tradizioni, di commistioni culturali. Per i grandi armentari e proprietari del latifondo montano una storia di ricchezze, prosperate con i prodotti dell’allevamento e con i commerci della lana. Una storia di sacrifici e floridezze, che tuttavia avrebbe avuto fine nel secondo dopoguerra, con la crisi della produzione della lana causata dall’arrivo sul mercato di lane più competitive e delle fibre sintetiche. La transumanza prese dunque altre strade, questa volta non i tratturi ma quelle dell’emigrazione. E come tutti i paesi dell’entroterra abruzzese anche Castel del Monte alimentò il fiume migratorio verso il nord e sud America, verso l’Australia e nella vecchia Europa. Anzitutto la Francia e il Belgio. Proprio in Belgio, nella più tremenda tragedia mineraria che l’8 agosto 1956 a Marcinelle fece 262 vittime – 136 erano italiani e tra essi ben 60 abruzzesi – pure Castel del Monte diede il suo tributo di dolore, con due morti nel rogo di Bois du Cazier.

Attualmente a Castel del Monte la storia della Pastorizia e della Transumanza è raccontata dal Museo omonimo, come pure dal Museo dell’Arte della Lana, mentre tre altri piccoli musei raccontano la cultura materiale e contadina. Ma soprattutto la pastorizia abruzzese è oggi rappresentata dall’annuale Rassegna degli ovini a Fonte Macina di Campo Imperatore, promossa dalla Municipalità. La storia dell’Emigrazione, invece, ha trovato un’antesignana in Lina Petricola, emigrata in Francia, che dieci anni fa, tornata al paese natale organizzò, con la collaborazione del Comune, la prima Festa dell’Emigrante. Nel 2012 la manifestazione si arricchì con il Premio “La valigia di cartone”, organizzato dal Comune, grazie al forte impulso del sindaco Luciano Mucciante e dell’assessore Caterina Bernardoni. Da allora ogni anno si tributa il riconoscimento a personalità che all’estero onorano la terra d’origine o che in patria dedicano particolare attenzione all’emigrazione italiana e alla sua storia. Straordinario ed infaticabile coordinatore del Premio è Geremia Mancini, già sindacalista di rango nazionale, ma soprattutto appassionato studioso dell’emigrazione abruzzese, ricercatore attento delle storie che ne costituiscono l’epopea, ora raccolte insieme ad altre nella trilogia “Abruzzo, Stars&Stripes”, di cui sono usciti i primi due volumi – autori Generoso D’Agnese, Dom Serafini e lo stesso Mancini – per i tipi di Ricerche & Redazioni.

Il Premio, quest’anno, è alla sua ottava edizione. Chi scrive è venuto per assistervi. L’evento, come di consueto, si tiene nel teatro “Francesco Giuliani”. Nel corso degli anni ha insignito personaggi di caratura nazionale ed internazionale. La cerimonia ha inizio appena dopo le 11, con l’intervento di saluto dell’assessore Caterina Bernardoni, cui è seguita la relazione introduttiva di Mancini, che del Premio ha riassunto le più significative presenze nel corso delle edizioni precedenti, prima d’illustrare, con la collaborazione di Generoso D’Agnese, giornalista e saggista del fenomeno migratorio, le biografie degli insigniti. Dapprima però la consegna di tre riconoscimenti speciali: a Lina Petricola per aver dato impulso alla Festa dell’Emigrante, e al prof. Vittorio Mastrangelo, scienziato e docente all’Università di Parigi, entrambi nativi di Castel del Monte; infine al parroco Josep Mazola Aynepa, d’origine congolese. E’ quindi iniziata la consegna delle Targhe del Premio “La valigia di cartone”, conferito per il 2019 a Maurizio Mariano (Sud Africa), Paolo Di Francesco (Messico), Berenice Rossi (Argentina), Anthony Molino (Stati Uniti), Pierluigi Spiezia e Stefano Monticelli, che non ha potuto essere presente. Quelle che seguono, in estrema sintesi, sono le biografie degli insigniti che, con parole e testimonianze molto toccanti, hanno ciascuno ripercorso la propria storia d’emigrazione.

Maurizio Mariano, 55 anni, nella foto, è nato a Johannesburg da genitori entrambi abruzzesi, padre di Fallo e madre di Villa Santa Maria. Avvocato di successo, gestisce cinque studi legali, di cui uno nella capitale Pretoria. E’ uomo di spicco in Sud Africa, dove ha iniziato nel 2002 a fare politica nelle file dell’African National Congress. E’ stato stretto collaboratore di Nelson Mandela, Presidente del Sud Africa e Premio Nobel per la Pace. Del grande uomo politico sudafricano, nell’intervento di ringraziamento per il Premio ricevuto, Mariano ha tracciato un ricordo personale, illustrando i valori profondi del pensiero politico e sociale di Mandela. Con Mariano erano presenti il sindaco di Fallo, Alfredo Salerno, e il consigliere comunale Annarita Di Paolo. Chi scrive conobbe Maurizio Mariano nel settembre del 2007, in Sud Africa. Quell’anno si tenne là, a Johannesburg, il Meeting annuale del Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo (CRAM) di cui ero uno dei componenti. L’avv. Mariano, con l’Associazione Abruzzese di Johannesburg, fu uno degli esponenti che contribuì alla perfetta organizzazione dell’evento, insieme al presidente dell’Associazione, Carmine Angelucci, e a Mario Di Cicco, consigliere del CRAM. Mariano coordinò l’agenda degli incontri che il CRAM ebbe con rappresentanti del governo e con altre istituzioni sudafricane, a Johannesburg e Pretoria.

 

Paolo Di Francesco, nella foto, imprenditore e docente. Emigrato da Atessa nel 1985, in Messico a Monterrey, capitale industriale ed economica del grande paese centroamericano, è presidente della Dante Alighieri di quella città. Insegna italiano alla Dante e all’Istituto Tecnologico y de Estudios Superiores, una delle Università di Monterrey. Da quasi 30 anni Di Francesco organizza programmi di scambio culturale per giovani tra l’Italia ed il Messico. E’ inoltre impegnato con diverse imprese commerciali ed industriali, per facilitare i loro rapporti con l’Italia. E’ stato addetto culturale del Consolato italiano a Monterrey e Segretario generale della Camera di Commercio italiana in Messico. Notevoli le sue iniziative per la promozione della lingua italiana, ma soprattutto l’impegno, realizzato in collaborazione con l’Università di Monterrey, nella formazione professionale di giovani che ogni anno, dopo aver imparato l’italiano, vengono in Italia (e in Abruzzo) a formarsi in seno a fabbriche con alto contenuto tecnologico e in forte innovazione.

Berenice Rossi, docente e saggista del fenomeno migratorio italiano in Argentina, il Paese dove vive. La prof. Rossi, in particolare, ha condotto sul campo un’approfondita ricerca sull’emigrazione abruzzese, poi pubblicata, indagando con interviste in seno alla costellazione dell’associazionismo abruzzese, che è diffuso su tutto il territorio del grande paese latinoamericano. L’Argentina, infatti, che ha la più alta incidenza di oriundi italiani (circa il 50% della sua attuale popolazione di oltre 45 milioni d’abitanti), conta anche una numerosa comunità abruzzese, con le presenze più significative nelle province di Buenos Aires, Santa Fe, Cordoba, Entre Rios e Neuquen. La prof. Rossi ha nel suo intervento richiamato l’importanza di inserire nei programmi delle scuole la storia dell’emigrazione italiana.

Anthony Molino, nato nel 1957a Philadelphia (Usa), è psichiatra, antropologo e traduttore. Da quasi 25 anni vive in Italia, tra Vasto e Pescara. Psicoanalista di formazione anglo-americana, ha conseguito il Ph.D. in antropologia presso la Temple University di Philadelphia. E’ anche membro della National Association for the Advancement of Psychoanalysis (New York) e della Site for Contemporary Psychoanalysis (Londra). In Italia ha pubblicato i seguenti libri: Liberamente Associati (Astrolabio, 1999), Psicoanalisi e buddismo (R. Cortina, 2001), nonché due volumi di cui è co-curatore: La Vitalità degli Oggetti (Borla, 2007), e Tra sogni del Buddha e risvegli di Freud (Arpanet, 2010). Pluri-premiato traduttore di letteratura italiana, Molino ha pubblicato, per importanti case editrici americane, otto libri di traduzioni dei poeti V. Magrelli, L. Mariani, e A. Porta, nonché commedie di Manlio Santanelli e Eduardo De Filippo, di cui ha reso in inglese “Natale in casa Cupiello”. Il prof. Molino ha raccontato, con commozione, la storia dei nonni abruzzesi emigrati a New York. La nonna vi emigrò nel 1929, rimanendo vedova dopo appena 6 mesi dall’arrivo negli States, per la morte sul lavoro di suo marito, mentre aveva due figli in tenera età.

Pierluigi Spiezia, giornalista e direttore responsabile della testata web ilmondo.tv, anche televisiva. Attento al fenomeno migratorio italiano, Spiezia è componente dell’Osservatorio Regionale dell’Emigrazione ed è stato collaboratore del CRAM, seguendo negli ultimi dodici anni tutte le missioni e le annuali adunanze dell’organismo rappresentativo delle comunità abruzzesi nel mondo. Assente giustificato da premiare Stefano Monticelli, giornalista del Gambero rosso Channel, in passato di Mediaset e delle emittenti tv abruzzesi Telemare e Rete8.

Anche questa ottava edizione del Premio “La valigia di cartone”, brillantemente condotta da Geremia Mancini, presidente onorario dell’Associazione “Ambasciatori della fame”, non ha mancato di offrire spunti di riflessione e testimonianze, sulla scorta di esemplari vite vissute dentro e intorno all’emigrazione italiana. La splendente giornata nell’incantevole borgo di Castel del Monte, tra le suggestioni del prezioso centro storico intricato di viuzze, scalette, archi e case di pietra indorate dal sole, ha regalato agli insigniti e agli ospiti intervenuti all’evento non poche emozioni, in un angolo d’Abruzzo davvero assai ricco di bellezze architettoniche, artistiche e naturali.

 

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