La campagna “Non con i nostri soldi” in piazza nello sciopero generale contro carovita e riarmo: la non complicità con la guerra deve arrivare da ogni fronte, dai moli ai conti correnti
Oggi i portuali di Genova hanno bloccato gli scali per impedire che le armi passino dai loro moli, nella giornata dello sciopero generale nazionale che ha portato in piazza migliaia di persone in decine di città contro inflazione, carovita, militarizzazione e diseguaglianze. Ultima Generazione, che ha aderito allo sciopero, è in piazza al fianco dei portuali per dire che quella stessa scelta riguarda tutte e tutti noi: le armi che i lavoratori si rifiutano di caricare vengono finanziate anche con i soldi dei nostri conti correnti. Mentre fare la spesa diventa ogni mese più difficile, il governo sceglie di spendere soldi pubblici in armi invece che nella vita delle persone. Unicredit ha speso 9 miliardi di dollari tra gennaio 2023 e agosto 2025 in prestiti e sottoscrizioni a favore di aziende produttrici di armi per Israele. È uno degli istituti maggiormente coinvolti nel settore di armi. Per questo gli aderenti alla campagna “Non con i nostri soldi” hanno parlato con le persone in piazza della complicità delle banche con l’industria bellica e le hanno invitate a fare la loro parte: spostare il conto. Sono oltre 10.000 le persone che in pochi giorni hanno aderito a questa chiamata tramite questo appello.
LA VOCE DELLA PIAZZA
Beatrice, 33 anni, presente in piazza a Genova, ha dichiarato in un video: “Sono qui oggi per protestare contro il costo della vita e contro il riarmo. Ho 33 anni e lavoro, ma come tante persone giovani della mia età non riesco più ad arrivare a fine mese. Non parlo solo di non riuscire più a mangiare una pizza fuori senza avere il magone: anche fare la spesa sta diventando sempre più un’acrobazia per risparmiare il più possibile. E il punto non è solo la difficoltà di oggi, il punto è che all’orizzonte non c’è nessuna speranza di miglioramento. Per questo per me è demenziale e insopportabile che il governo scelga di spendere soldi pubblici in armi invece che nella vita e nel futuro dei suoi cittadini. È ora di smettere di collaborare con chi ci vuole sempre più poveri, sempre più disperati e pure in guerra. I portuali ci stanno mostrando cosa vuol dire smettere di collaborare: se le armi non passano dal porto, la macchina della guerra si inceppa. Ma prima di arrivare in porto, quelle armi sono state pagate. E una parte di quei soldi sono i nostri: stipendi, risparmi, conti correnti depositati nelle banche che finanziano chi le produce. Chi lavora nei porti può rifiutarsi di caricarle, chi ha un conto in banca può rifiutarsi di finanziarle. Basta complicità con questo governo che trova soldi solo per armi e non per il nostro benessere e dignità.”
LO SCIOPERO
Lo sciopero generale nazionale “Contro il carovita. No alla guerra. No al riarmo.” indetto da USB– affiancata da USI-CIT, USI Educazione e USIS – si è sommato allo sciopero della rete internazionale Ports in action composta da CGT Ports and Docks (Francia), ENEDEP (Grecia), LAB (Paesi Baschi), Liman-İş (Turchia), ODT (Marocco), USB e ORSA Porti (Italia), Water Transport Workers Federation of India (India). Diverse le città italiane in cui sono in corso presidi e manifestazioni. A Genova in particolare la rete dei lavoratori portuali si è mobilitata e ha bloccato i porti per protestare contro il commercio di armi e fermare il processo di militarizzazione e di automazione degli scali portuali. All’appello dei portuali di Genova di bloccare tutto hanno risposto più di 100 porti in contemporanea in tutto il mondo. Oltre a una decisa posizione antimilitarista, i portuali di Genova aderenti a USB protestano contro l’inflazione ormai insostenibile e chiedono maggiore sostegno agli agricoltori pugliesi messi in ginocchio dall’aumento esponenziale del costo del carburante.



