Knesset
Affluenza record, nessun vincitore netto, spoglio ancora in corso. Intanto un rapporto ONU accusa: a Gaza la tregua non ha fermato il genocidio
Israele si è svegliato senza un vincitore. Le elezioni di martedì 27 ottobre, le prime dopo il 7 ottobre 2023, consegnano un Paese spaccato a metà e un parlamento in cui nessuno dei due grandi schieramenti ha, per ora, i numeri per governare da solo.
Un risultato ancora parziale
I dati disponibili non sono definitivi: lo spoglio è ancora in corso e i numeri possono cambiare nelle prossime ore, anche per il conteggio delle schede speciali, come quelle dei militari. Con circa l’84% delle schede scrutinate, i risultati parziali della Commissione elettorale centrale assegnano 54 seggi al blocco del premier Benjamin Netanyahu e 49 a quello guidato da Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar, mentre i partiti arabo-israeliani, la Lista Comune e Ra’am, si attestano a 17. Per governare servono 61 seggi su 120. I risultati quasi definitivi sono attesi in serata, ma l’ufficializzazione arriverà solo il 4 novembre.
Il Likud resta il primo partito, con circa 27 seggi, seguito da Yashar. Per Netanyahu si tratterebbe comunque di un arretramento pesante: il suo blocco scenderebbe a 54 seggi, rispetto ai 68 della coalizione che guidava nella Knesset uscente.
Il voto ha mobilitato il Paese come non accadeva da decenni: alle 20 di martedì aveva già votato il 74,3% degli aventi diritto.
Due leader, due narrazioni
Nella notte entrambi hanno cercato di intestarsi il risultato. Netanyahu ha rivendicato il Likud come partito più grande e ha invocato un ampio governo di destra nazionale. Eisenkot, ex capo di stato maggiore dell’esercito, non ha proclamato la vittoria, ma ha affermato che gli israeliani hanno votato contro la permanenza di Netanyahu al potere, aggiungendo che un leader degno si sarebbe dimesso.
La strada per un governo è stretta per tutti. Quella di Eisenkot passa dalla cooperazione con i partiti arabi, un’ipotesi che non tutti i leader dell’opposizione sono disposti ad accettare, anche se i Democratici di Yair Golan lo spingono in questa direzione. Un governo di unità nazionale appare improbabile, perché Eisenkot ha escluso di servire sotto Netanyahu, anche in un governo a rotazione. Sullo sfondo resta lo spettro di nuove elezioni.
La campagna si è chiusa in un clima teso. Nel giorno del voto Netanyahu ha diffuso messaggi allarmati sull’alta affluenza dei cittadini arabi, accusando i partiti arabi di voler rubare le elezioni; i politici arabi hanno risposto che la forte partecipazione è segno di una democrazia viva e hanno definito razzisti quei messaggi.
L’incertezza pesa anche sui mercati: titoli di Stato e shekel israeliani sono scesi all’uscita dei primi dati.
Gaza, la tregua che non c’è
Mentre Israele contava i voti, da Ginevra arrivava un rapporto destinato a far discutere. Una commissione di esperti ONU per i diritti umani ha affermato che Israele continua a commettere atti di genocidio contro i civili palestinesi nella Striscia di Gaza nonostante il cessate il fuoco, e crimini contro l’umanità in Cisgiordania.
Secondo la commissione, tra la tregua del 10 ottobre 2025 e la fine di settembre, raid aerei, artiglieria e colpi d’arma da fuoco israeliani hanno ucciso a Gaza 1.431 palestinesi, tra cui 300 bambini. Nello stesso periodo le forze israeliane hanno esteso il loro controllo dal 53% ad almeno il 60% della Striscia, mentre in Cisgiordania i palestinesi uccisi dall’inizio della tregua sono 1.080. Il rapporto accusa inoltre Israele di crimini di guerra e contro l’umanità, tra cui tortura e violenze sessuali.
La reazione israeliana è stata durissima: la missione di Israele a Ginevra ha chiesto lo scioglimento della commissione, definendo il rapporto parte di una campagna di disinformazione volta a demonizzare lo Stato. Israele ha sempre respinto le accuse di genocidio e di violenze sessuali da parte delle sue forze.
Sul terreno, la violenza non si ferma. Sabato due palestinesi, tra cui una donna, sono stati uccisi e quattro feriti in attacchi israeliani nella Striscia; secondo il Ministero della Salute di Gaza, dall’inizio della tregua le violazioni hanno causato 1.547 morti e oltre 5.500 feriti. Israele sostiene che i suoi attacchi rispondono a violazioni da parte di Hamas. La crisi umanitaria resta drammatica: secondo oltre cento organizzazioni umanitarie, 1,4 milioni di persone a Gaza rischiano una fame di livello critico o peggiore fino alla fine dell’anno.
Qualunque governo nasca dalle urne, si troverà davanti un Paese diviso e una ferita aperta a Gaza che la tregua, finora, non ha saputo rimarginare.




