Foto by Franco Scarselli dal web
di Aurora Livi
La quindicenne di Pietracatella avrebbe scoperto un segreto e lo avrebbe confidato alla madre. Gli inquirenti mantengono il riserbo, mentre da Berlino slittano i risultati sui reperti
Forse non è stata una vittima per caso. Forse il veleno era destinato proprio a lei. A dieci mesi dalla morte di Sara Di Vita, 15 anni, e di sua madre Antonella Di Ielsi, 50, l’inchiesta sul giallo della ricina di Pietracatella sembra imboccare una strada nuova e inquietante. Secondo le indiscrezioni trapelate dagli ambienti investigativi, la ragazza non sarebbe stata un bersaglio “collaterale” ma l’obiettivo principale, insieme alla madre.
Il segreto di una ragazzina
Al centro della nuova ipotesi c’è un segreto. Sara avrebbe scoperto qualcosa di importante e lo avrebbe condiviso con la madre. Secondo quanto riportato da alcune trasmissioni televisive, si tratterebbe di una chat riservata del padre, Gianni Di Vita, con un’altra donna. Se la pista fosse confermata, il movente sarebbe stato far tacere madre e figlia prima che quella verità venisse a galla.
Su questo punto, però, la cautela è d’obbligo. Gianni Di Vita, anche lui ricoverato in quei giorni e poi guarito, non è indagato: il suo avvocato lo definisce “parte offesa”. Sulla presunta relazione, avrebbe risposto di non confermare né smentire. La famiglia, intanto, respinge l’idea di un delitto passionale. “È una scusa”, ha detto in tv una zia delle vittime.
La Squadra mobile di Campobasso e la Procura di Larino, che coordinano l’inchiesta per duplice omicidio premeditato, mantengono il più stretto riserbo. Il fascicolo resta contro ignoti. Le persone vicine alla famiglia ascoltate in questi mesi sono state sentite come persone informate sui fatti, non come indagate.
I telefoni, i computer, le scuole
Se il movente è nascosto in un segreto, la chiave potrebbe essere nei dispositivi elettronici. Gli investigatori stanno analizzando telefoni, computer e chiavette sequestrati nella casa di Pietracatella. Vogliono ricostruire due momenti: quando la ricina è entrata in quella casa e che cosa è accaduto prima, nelle settimane che avrebbero spinto qualcuno a uccidere.
C’è poi il filone delle ricerche in rete. Qualcuno, pochi giorni prima della tragedia, avrebbe cercato online come ottenere la ricina in polvere. Per scoprire chi, sono stati passati al setaccio oltre cento computer in quattro scuole della zona, tra Riccia, Casacalenda e Campobasso, compresi i server che registrano l’uso delle postazioni.
Il veleno che non si trova
Che si tratti di omicidio, per gli inquirenti, ci sono ormai pochi dubbi. Nei reperti biologici delle vittime sarebbe stata trovata una quantità di ricina pari a circa 140 volte la dose letale. Un’ingestione accidentale è considerata improbabile.
Eppure il veleno, fuori dai corpi, non è ancora stato trovato. Il Robert Koch Institut di Berlino sta analizzando 131 reperti prelevati nella casa tra dicembre e gennaio, più altri raccolti a fine luglio. Secondo un’indiscrezione non confermata, non vi sarebbero tracce di ricina. L’istituto tedesco ha chiesto altri trenta giorni: i risultati ufficiali sono attesi entro il 30 novembre.
Per questo gli investigatori tornano a scavare nei ricordi di quelle feste. Martedì 27 ottobre è stato ascoltato in questura l’addetto alla raccolta dei rifiuti del paese. Gli avanzi della cena del 23 dicembre, comprese alcune cozze portate a casa da un pranzo di lavoro, sarebbero finiti nella spazzatura la mattina della vigilia di Natale.
Una verità ancora lontana
Madre e figlia erano arrivate al pronto soccorso con sintomi che sembravano un’intossicazione alimentare. Erano state dimesse, poi ricoverate di nuovo. Sono morte tra il 27 e il 28 dicembre all’ospedale Cardarelli di Campobasso. In un filone separato, alcuni medici sono indagati per presunti errori durante i ricoveri.
A Pietracatella si aspetta. Se la nuova pista fosse vera, la tragedia sarebbe ancora più crudele: una ragazzina di quindici anni uccisa per ciò che aveva visto, e una madre colpita per ciò che aveva ascoltato dalla figlia. Ma finché non parleranno le prove, resta soltanto un’ipotesi. E la comunità chiede una cosa sola: la verità, per Antonella e per Sara.




