
Servizio di Ivan Pozzoni
Il gesto fotografico e l’interazione digitale contemporanea condividono un’illusione originaria: la convinzione che la volontà umana diriga lo strumento. In realtà, l’utente crede di dominare il mezzo mentre ne esegue scrupolosamente il programma preesistente. Il functionary moderno opera all’interno di una black box il cui interno rimane opaco, riducendo l’action a una scelta combinatoria tra opzioni predeterminate. Come nota Flusser, «Nossos pensamentos, sentimentos, desejos e açõesestão sendo robotizados; ‘vida’ passa a significar aparelhos de alimentação e ser alimentados poreles» («I nostri pensieri, sentimenti, desideri e azioni vengono robotizzati; ‘vita’ giunge a significare nutrire gli apparati ed essere nutriti da essi») (Für eine Philosophie der Fotografie, EuropeanPhotography, 1983). Questo processo viene amplificato dal capitalismo di sorveglianza, poiché «Surveillance capitalism unilaterally claims human experience as free raw material for translationinto behavioral data» («Il capitalismo della sorveglianza rivendica unilateralmente l’esperienza umana come materia prima gratuita per la traduzione in dati comportamentali») (Shoshana Zuboff,The Age of Surveillance Capitalism, PublicAffairs, 2019, 8).
Il condizionamento neuroscientifico dei predictive coding algorithms sfrutta i circuiti dopaminergici per calibrare le risposte cognitive. Tuttavia, come ricorda Catherine Malabou, «Plasticity is not flexibility. Flexibility is the unresisting submission to a model; plasticity is the capacity to transform the model» («La plasticità non è flessibilità. La flessibilità è la sottomissione senza resistenza a un modello; la plasticità è la capacità di trasformare il modello») (What Should We Do with Our Brain?, Fordham University Press, 2008,12). Dal punto di vista della politologia e della sociologia dell’arte, la democrazia formale della produzione digitale cela un soft totalitarianism in cui l’ideologia viene generata attraverso l’architettura dei dati. Come osserva Byung-Chul Han, «Der digitale Psychopolitik bemächtigt sichder Seele und beeinflusst sie auf einer präreflexiven Ebene» («La psicopolitica digitale si impossessa dell’anima e la influenza a un livello pre reflessivo») (Psychopolitik: Neoliberalismus und die neuenMachttechniken, S. Fischer Verlag, 2014, 28). In questa prospettiva, l’atto pratico risponde a un’impostazione ideologica precisa: «O gesto da fotografia é a busca por uma posição, por umavisão do mundo; é um gesto ideológico» («Il gesto della fotografia è la ricerca di una posizione, di una visione del mondo; è un gesto ideologico») (Flusser, Für eine Philosophie der Fotografie, European Photography, 1983), giacché «I dispositivi devono sempre implicare un processo di soggettivazione, cioè devono produrre il loro soggetto» (Giorgio Agamben, Che cos’è un dispositivo?, Nottetempo, 2006, 22). L’atto di produrre un’immagine automatica costituisce unaperformance entro combinazioni calcolate, in cui l’operatore «opera na caixa preta graças aocontrole da sua superfície exterior» («opera nella scatola nera grazie al controllo della suasuperficie esterna») (Flusser, Für eine Philosophie der Fotografie, European Photography, 1983). Lapercezione è mediata da un codice concettuale rigido: «As imagens técnicas não significam fenômenos, significam conceitos» («Le immagini tecniche non significano fenomeni, significano concetti») (Flusser, Für eine Philosophie der Fotografie, European Photography, 1983). A livellosociologico, questo comporta una trasformazione del lavoro e della consapevolezza: «Laprolétarisation est la perte de savoir-faire et de savoir-vivre causée par l’automatisation» («Laproletarizzazione è la perdita di saper fare e di saper vivere causata dall’automazione») (BernardStiegler, Dans la disruption: Telle une vitesse de libération, Éditions Les Liens qui Libèrent, 2016,64). Allo stesso modo, le dinamiche di controllo scivolano dal soggetto alle strutture informatiche direte, perché «Protocol is how control exists after decentralization» («Il protocollo è il modo in cui il controllo esiste dopo la decentralizzazione») (Alexander R. Galloway, Protocol: How Control ExistsAfter Decentralization, MIT Press, 2004, 81), e la governamentalità «ne s’adresse plus aux sujets,mais à leur profil numérique» («non si rivolge più ai soggetti, ma al loro profilo digitale»)(Antoinette Rouvroy, Gouvernementalité algorithmique et perspectives d’émancipation, Éditions dela Maison des sciences de l’homme, 2013, 45). Questa estrazione continua fonda il valore economico contemporaneo: «The semiocapitalist economy is based on the exploitation of the soul, language,
and affect» («L’economia semiocapitalista si basa sullo sfruttamento dell’anima, del linguaggio e dell’affetto») (Franco “Bifo” Berardi, The Soul at Work: From Alienation to Autonomy, Semiotext(e),2009, 102).
La sovrastruttura tecnologica ridisegna l’architettura istituzionale e sociale: «The Stack isan accidental megastructure that redraws the boundaries of sovereignty» («The Stack è una mega struttura accidentale che ridisegna i confini della sovranità») (Benjamin H. Bratton, The Stack:On Software and Sovereignty, MIT Press, 2015, 53). Di fronte a tale megastruttura, la risposta non risiede nella tecnofobia, poiché «Technodiversity is not a romantic return to local traditions, but aproliferation of technical frameworks» («La tecno diversità non è un ritorno romantico alle tradizioni locali, ma una proliferazione di quadri tecnici») (Yuk Hui, Recursivity and Contingency, Rowman &Littlefield, 2019, 112). In ultima analisi, la possibilità di emancipazione richiede un ribaltamento sistemico della funzione del mezzo, perché «A liberdade é jogar contra o aparelho» («La libertà ègiocare contro l’apparato») (Flusser, Für eine Philosophie der Fotografie, European Photography,1983).
Siamo liberi o programmati? L’analisi dei meccanismi tecnologici dimostra che la sensazione di agire liberamente all’interno di un’applicazione o con un dispositivo digitale è un’illusione. La tecnologia odierna stabilisce le regole del gioco in anticipo, trasformando ogni nostra scelta in una semplice combinazione prevista dal sistema. La vera libertà non consiste nel premere un pulsante o nel personalizzare un profilo, sta nella capacità critica di comprendere le regole invisibili del programma e trovare il modo di scardinarle dall’interno.




