REPORTAGE: TRA RICOVERO E TERAPIA PER SCONFIGGERE UN NEMICO, IL COVID-19

La testimonianza di un nostro collaboratore, affetto da Covid-19, in un ospedale torinese,  tra diagnosi, terapie e ottima assistenza medico- infermieristica e reciproco “conforto” tra degenti.

di  Ernesto Bodini (giornalista scientifico)

Si dice, o si dovrebbe dire, che una buona Sanità si erge su etica, scienza e coscienza; come pure si rammenta il vecchio detto che un buon paziente fa un buon medico. Due affermazioni che nella loro sintesi racchiudono grandi valori, e soprattutto oggi in periodo di pandemia, rispecchiano una realtà sempre più vera e più rispondente al Giuramento di Ippocrate. È quanto mi sento di affermare dopo alcune esperienze da paziente, in parte assopite se non “dimenticate” poiché appartenenti ad un passato ormai lontano; mentre assai recente e particolarmente significativa quella che ho vissuto in questo periodo pandemico, in quanto colpito da Covid-19. Dopo alcuni sintomi (malessere generale, cefalea, ma soprattutto ageusia e anosmia, ossia alterazione del gusto e dell’olfatto) che duravano da 3-4 giorni e descritti al mio medico di base, e dopo aver “confidato” il mio malessere ad un medico di mia conoscenza, quest’ultimo mi ha consigliato di contattare il Servizio di Emergenza (“118”) che ha inviato una ambulanza per essere portato al vicino nosocomio, ossia l’A.O. Mauriziano Umberto I° di Torino (nella foto di copertina l’ingresso principale). Da questo momento, erano le 15,16 di sabato 31 ottobre, ha avuto inizio la mia “odissea” durata 25 giorni, un interminabile iter clinico: dalla procedura del triage infermieristico alla visita in tarda serata da parte di medici del P.S. che, dopo alcuni prelievi ematici, mi hanno fatto una iniezione per combattere la nausea e subito dopo sottoposto al tampone oro-faringeo che è risultato “positivo”, e di lì a poco sottoposto a RX ai polmoni che hanno dato ulteriore conferma della patologia (polmonite bilaterale interstiziale) e conseguente ricovero. Dopo una breve sosta di due giorni in stanze a più letti (una sorta di stazionamento-osservazione) sono stato trasferito in un reparto di 29 posti letto (ex di chirurgia ed altre specialità e, date le circostanze, “convertito” per la cura dei pazienti affetti da Covid-19) in una stanza di tre posti letto e relativi servizi all’interno, peraltro assai confortevole sia dal punto di vista della rigorosa e costante igienizzazione che da quello della logistica e dell’arredamento. Superato l’impatto psicologico della diagnosi, quello del ricovero in stanza mi ha disorientato non avendo ben chiare quali fossero le mie aspettative, terapie e durata della degenza. Il giorno dopo è iniziato il cosiddetto giro visita dei medici (e infermieri) che hanno confermato la mia condizione clinica e prescritto la terapia come da protocollo (somministrazione per flebo di antibiotico, cortisone e iniezioni di eparina), oltre alla immediata somministrazione di ossigeno con mascherina denominata “Venturi”. Quasi ogni giorno sono stato sottoposto a prelievi ematici per verificare determinati valori, oltre a ripetuti prelievi di sangue arterioso dal polso (emogasanalisi) per rilevare il tasso di ossigeno nel sangue; e tutti i giorni una Oss o un’infermiera rilevava i parametri vitali: saturazione di ossigeno in ambiente, pressione arteriosa e temperatura corporea che, nel mio caso, erano quasi sempre nella norma. Per quanto gli operatori sanitari fossero attenti e disponibili, nei primi giorni lo scoramento ha avuto su di me il sopravvento, seguito da alcuni momenti di disorientamento non sapendo come il mio organismo avrebbe reagito alle terapie e ai tempi di ripresa, tant’è che i medici mi ripetevano di avere pazienza…, come se la stessa assumesse il valore di una “terza terapia”. Quindi, non un invito ad una parziale rassegnazione ma ad una paziente attesa affinché il “nemico invisibile” desse qualche segno di un sia pur parziale allontanamento dal mio habitat corporeo.  Ecco che, giorno dopo giorno, ad ogni giro visita ero in ansia per essere informato sui risultati degli esami di laboratorio, inizialmente non certo ottimali per migliorare poi nei giorni successivi, tanto da ridurre gradualmente la somministrazione dell’ossigeno e a scalare anche la terapia con farmaci. Con tutta obiettività devo rilevare che il rapporto relazionale medico-paziente e paziente-medico (alcuni operatori erano fissi ed altri diversi per i turni  e per “rinforzare” l’organico)  è stato assai soddisfacente, sia nella esposizione delle informazioni, anche con esempi semplici, che nel garbo nel trasmetterle; altrettanto da parte degli infermieri (quasi tutti giovani), molto professionali e con l’accortezza del rispetto chiamandoci per cognome in tono gentile e confidenziale… Anche il vitto (colazione, pranzo e cena) era più che soddisfacente, ed a volte con qualche “integrazione” di un frutto o di un dolcino.

Ma questa mia esperienza va oltre in quanto ritengo utile evidenziare che nei primi 15 giorni di ricovero, oltre ad esserci nella stanza un anziano (un simpatico ed umile nonnino di 88 anni), il terzo paziente mio vicino di letto, è giunto in stanza il giorno dopo di me. Un 56enne di nome Tommaso D. (nel selfie in primo piano e chi scrive dietro di lui) con il quale sin da subito ho familiarizzato, raccontandoci il nostro percorso iniziale dal quale è emerso lo stesso stato d’animo: incertezza, paura e scoramento, tanto che l’emotività non ha frenato le nostre poche ma giustificate lacrime e, per sostenerci l’un l’altro, abbiamo invocato i nostri Santi protettori non lesinando poche preghiere soprattutto i primi giorni. E il racconto della sua personale esperienza mi ha portato ad immedesimarmi con un trasporto di “mutua solidarietà”, sia pur solo ideale, in quanto inizialmente per oltre 5 giorni è stato sottoposto ad ossigenoterapia con l’applicazione del dispositivo CPAP (pressione positiva continua delle vie aeree), il famigerato casco-scafandro… cui nessuno vorrebbe mai sottoporsi, oltre all’applicazione di un altro dispositivo che insufflava aria calda. «É stata un’esperienza terribile da sopportare – mi ha spiegato – per la condizione di totale immobilità e per il costante rumore dei tubi che mi insufflavano ossigeno; quindi alimentazione artificiale e soggetto alla totale assistenza da parte del personale sanitario. Mi sentivo isolato in tutti i sensi e non potevo comunicare in alcun modo con i miei famigliari. Ma tutto ciò è stato necessario per la mia sopravvivenza… Cinque giorni interminabili poi finalmente, giunto in reparto, ho ripreso ad essere assistito in modo meno “cruento”: somministrazione di ossigeno con la mascherina di Venturi e infine con i cosiddetti occhialini». Ma il suo decorso ha avuto una complicanza per un trattamento medico per altra causa (prima di giungere in reparto) che gli ha procurato una temporanea lesione neurologica ad una mano; fatto questo, che ha comportato ulteriore attenzione e cura da parte dei medici e degli infermieri appena giunto in reparto Covid. Intanto la nostra apprensione, che è diventata sempre più comune, andava attenuandosi, anche se al giro visita del mattino eravamo in ansia di conoscere l’esito degli esami cui siamo stati sottoposti il mattino stesso (solitamente tra le 4.00 e le 5.00) o il giorno prima. Spesso ci confrontavamo e commentavamo il nostro reciproco aggiornamento clinico e, con il passare dei giorni, siamo divenati più ottimisti e quindi più vicini alla possibile conclusione della nostra degenza. Ma per Tommaso il suo iter ha subito una “variante” perché pur non avendo più bisogno dell’ossigeno, l’ultimo tampone fattogli alcuni giorni prima è risultato ancora positivo; perciò, il 19 novembre è stato dimesso e mandato in una camera d’hotel  in città (convenzionato con il SSR) in autoisolamento, in quanto non potendo convivere con la moglie essendo la stessa risultata negativa alla prova del tampone. Poi, dopo circa dieci giorni di forzata “prigionia” terapeutica, un ulteriore tampone è risultato negativo. Finalmente dimesso ha potuto rientrare in famiglia. Il giorno stesso, in un breve sfogo liberatorio che ha diffuso sui social, ha espresso non solo contentezza per la fine dell’odissea, ma anche la sua indignazione verso il “nemico occulto” che si è impadronito del suo corpo; ma ancora di più si è espresso nei confronti dei cosiddetti negazionisti (noti anche come No Mask), cocciuti e ignoranti (sia pur nel rispetto del loro credo) che negano l’esistenza di un agente virale che da oltre 11 mesi sta facendo strage di persone, operatori sanitari compresi. Anche il mio rientro in famiglia, il 25 novembre, è stato a dir poco emozionante, tra i miei famigliari che hanno tanto trepidato e in qualche modo “condiviso” la mia sofferenza; già, perché quando ci si vuol bene si soffre insieme e, a volte, si guarisce prima (sic!).

Analoga esperienza è quella del successivo mio vicino di letto, un signore 70enne di nome W.M. che ha vissuto anch’egli l’esperienza del casco-scafandro (nell’immagine un modello-tipo di CPAP) per una decina di giorni, preceduta dalla “sosta” su una barella in P.S., e poi finalmente ricoverato in reparto. Dopo aver familiarizzato ci siamo scambiati racconti e apprensioni e il venire a conoscere queste sue prime due “tappe”, mi ha ulteriormente sconvolto in quanto mi sono immedesimato  nel vortice di una pena che forse ben poche patologie possono procurare, in primis l’applicazione della CPAP, per effetto della quale credeva di non farcela… Con il passare dei giorni, mi sono rincuorato maggiormente, e lui pure, tanto che tra un sfogo e qualche confidenza reciproca, abbiamo insieme recuperato ulteriore ottimismo, anche grazie ai migliori esiti degli esami del sangue (e il bisogno di minor apporto di ossigeno) che stavano sensibilmente migliorando. Dopo le mie dimissioni lui era ancora ricoverato e, avendo mantenuto i contatti, nei giorni successivi mi ha confidato: «Questa mia vicissitudine (che ancora richiede giorni di ricovero) mi ha prostrato molto, sia dal punto di vista fisico che psichico, perché oltre alla malattia (per quanto superata…) ulteriori problemi di carattere personale metteranno a dura prova anche la mia convalescenza, e per questo la mia ripresa è un po’ lenta ma comunque in salita, confortato soprattutto dal calore della mia famiglia». Queste due persone, con le quali ho vissuto e condiviso un inziale sconvolgimento sia fisico che interiore, hanno rappresentato per entrambi un cristiano punto di appoggio di non poca utilità anche perché, vorrei rammentare che la condivisione della sofferenza in certe situazioni è una sorta di ulteriore terapia, e questo, credo che sia da loro condiviso unitamente ai sanitari che ci hanno curato. Se all’équipe sanitaria e infermieristica, oltre alle Oss, va la mia attestazione di elevata professionalità ed apporto umano, unitamente ai miei due compagni di eguale vissuto in corpore vili, va la riconoscenza nei confronti della stessa. E nei confronti di Tommaso D. e W.M. anche la mia disponibilità di “sostegno” per eventuali eventi futuri… nel bene e nel male, poiché la solidarietà non deve essere limitata al comune soffrire ma anche al comune gioire.

APPUNTI DI RIFLESSIONI E CONSIDERAZIONI DURANTE LA MIA DEGENZA

Quando si contrae una malattia, specie se di una certa gravità, inevitabilmente si entra in “conflitto” con se stessi. É un momento in cui non solo viene stravolto il fisico ma anche la propria psiche. E questo perché? Anzitutto perché la mente è collegata al corpo, e poi  perché oltre allo stato di sofferenza fisico-psichica i nostri pensieri si estendono al concetto dell’esistenza effimera e imprevedibile. Se poi il decorso è ospedaliero lo stato di sofferenza si acuisce in quanto si è fuori dalla realtà abitativa e di vita quotidiana, anche se il posto ideale per guarire la fase acuta rimane l’ospedale. Nel contesto attuale, ossia quello pandemico, l’esperienza di essere stato un paziente colpito dal Covid-19, ha ulteriormente evidenziato (sia pure per breve tempo) una situazione di stress emotivo, anche se non sempre visibile, e questo proprio a causa delle caratteristiche di questa patologia che, allo stato attuale, a quanto pare presenta ancora incertezze e soprattutto “discordanze tra clinici, cattedratici e ricercatori i quali sembra non trovino alcuni punti “di incontro” come si evince dalle numerose interviste in talk show televisivi e pubblicate dai vari mass media. Inoltre, essendo la risposta terapeutica soggettiva, come pure non prevedibili i tempi di ripresa (prognosi), il paziente si trova in un tunnel con difficoltà a vedere  la luce al fondo. Parimenti non meno importante è il rapporto che viene ad instaurarsi tra il paziente e il personale sanitario che, se non “ad hoc” (per quanto fattibile) soprattutto dal punto di vista relazionale, l’alleanza terapeutica può presentare eventuali criticità… E ciò vale naturalmente in tutti quei casi di patologie particolarmente impegnative (tumori e malattie neurodegenerative, etc.) , ma nel caso del Covid-19 l’emotività e tutto ciò che ne consegue è molto forte! A questo riguardo, purtroppo, le componenti esterne, come le pluriquotidiane informazioni di statistiche e pronostici discordanti, hanno una influenza non irrilevante tale da disorientare i pazienti e la popolazione in genere. Inoltre, vi è la componente politico-gestionale che, nel nostro Paese, è in parte assurdamente e costantemente disomogenea… Poi il disorientamento dell’accettazione di questa realtà riguarda le attese inerenti eventuali migliori terapie, per non parlare poi del tanto promesso e atteso vaccino che, a mio avviso, sembra essere troppo imminente…, anche se le prime vaccinazioni sono in corso in Gran Bretagna. Un altro elemento “disturbatore” riguarda la molteplicità degli opinionisti che, con largo censo, diffondono il proprio pensiero basato spesso sul nulla pur di fare odiens con tanto di saccenza e prosopopea. La storia insegna che le persone dotte parlano poco e a ragion veduta, non hanno la bramosia di anticipare prima del tempo anche quello che sanno con certezza; mentre chi precorre i tempi spesso ha determinato e determina risposte negative o discutibili in qualunque situazione della vita e, nel caso di malattie, tale atteggiamento talvolta si può rivelare più dannoso di quanto si possa immaginare. La gestione psico-fisica di un essere umano che soffre richiede competenza, dedizione ed apporto umano; ed ancora più impegnativo diventa il compito quando si tratta di gestire una miriade di pazienti contemporaneamente, in quanto comporta notevoli risorse umane, economiche e strutturali. Ecco che allora ci accorgiamo di quanti limiti ha l’essere umano, tanto da essere disorientato e non sempre di utilità. Il fatto che questa pandemia ci è capitata inaspettatamente trovandoci impreparati, ci ha resi più vulnerabili, alla mercé di noi stessi tanto che, a mio modesto avviso, sembriamo perdere la nostra reale identità. Anche questa constatazione sembra scontata e forse anche un po’ retorica, ma sta di fatto che rappresenta la realtà dei fatti incontrovertibile. Naturalmente questo è un dramma umano (come ve ne sono stati ancor peggiori nei secoli scorsi) che sta assumendo notevoli proporzioni e sembra non aver fine. É vero, oggi l’uomo possiede maggiori conoscenze e notevoli risorse di ogni genere, ma cosa è in grado di fare di più rispetto al passato? Rispetto a quelle epoche certamente molto di più, ma resta da stabilire quanto abbia imparato dalla storia, perché saggezza, lungimiranza ed umiltà, purtroppo sono doti di una minoranza… Forse basterebbe rivedere il proprio Ego mettendo al bando nazionalismi, competitività e orgoglio.

L’ESIGENZA DELL’ORGANIZZAZIONE

L’epidemia a causa del Coronavirus ha comportato una serie di esigenze organizzative, strutturali e di valutazioni sia individuali che collettive negli ospedali e sul territorio. Il tutto sotto la gestione, a mio dire, non proprio lungimirante (eccezioni a parte) dei politici gestori responsabili, sia pur con l’apporto tecnico-scientifico di esperti nelle varie specialità. Il personale preposto alla cura e all’assistenza di pazienti colpiti dal Covid-19 è molto variegato e spesso, come ad esempio all’ospedale Mauriziano (ed altre realtà ospedaliere), medici, infermieri, radiologi, Oss, tecnici sanitari di radiologia medica e tecnici di laboratorio sono “soffocati” dalle loro tute, doppi guanti, doppi calzari, mascherine e visiere per l’intero turno di lavoro tutti più o meno in sinergia. E poiché i pazienti da ricoverare sono molti, più o meno in tutte le Regioni, lo sforzo del personale talvolta si rivela oltre “ogni limite”, ma ciò nonostante l’assistenza medica e infermieristica è garantita con buona efficienza soprattutto nelle Regioni più virtuose. Un ulteriore aspetto caratteristico della degenza è dato dal fatto che, come nella maggior parte dei casi, essendo più degenti in una sola stanza ognuno viene inevitabilmente a conoscenza dell’altrui decorso e delle caratteristiche della patologia ed eventualmente altre concomitanti, come pure dei parametri vitali. Quando tutto ciò si verifica, in un clima discretamente “distensivo” e non ci sono assembramenti di voci e né trambusti, la degenza è per così dire più accettabile. L’efficienza è oltremodo riscontrabile anche quando suonando il campanello da parte del paziente, il soccorso è pressoché immediato (entro 1-2 minuti), sia da parte degli infermieri che delle Oss.

“L’IRRESPONSABILITÀ” DEI NO-MASK

Ma tornando all’evento patologia, io credo che da sempre quando si entra nel vortice di una malattia, è come essere attanagliati da un granchio le cui chele tendono a stringerti per non lasciarti, come se fossi diventato di sua proprietà. Questa non è certo una metafora, non solo perché rende molto l’idea ma anche perché quando un nemico (soprattutto se “invisibile”) si impadronisce del tuo corpo, è una violazione che grida vendetta al cospetto di Dio. Il detto “mal comune, mezzo gaudio” in questi casi non sempre ha un senso reale e di conforto, sia per la gravità della patologia di cui si è affetti e sia perché il grado di sopportazione è spesso soggettivo, come pure le reazioni. Tali effetti mettono a dura prova la nostra psiche, parte “nobile” della nostra Persona che, paradossalmente, è più vulnerabile dell’intero organismo. Ma come gestire le reazioni della nostra psiche di fronte al dolore o alla comunicazione di una diagnosi severa come ad esempio la malattia di Covid-19? Il nostro orientamento in questo periodo, che sembra non avere fine, va ben oltre in quanto è inevitabile rapportarsi al concetto non solo dello star bene, ma anche a quello esistenziale (vita-morte) che implica una serie di quesiti che spesso non hanno risposte e, di conseguenza, lo sconforto è inevitabile. Il fatto, inoltre, di avere eventualmente conoscenza e comprensione in materia medica e sanitaria, può avere un duplice effetto: capacità di meglio razionalizzare ciò che si sta vivendo con un buon grado di accettazione, oppure il rifiuto della realtà. E chi è fuori dal mondo della sofferenza in genere tende a non porsi problemi di sorta, e ciò riguarda in particolare coloro che negano l’evidenza come l’insorgere degli effetti dell’attuale pandemia. Nel contesto attuale le persone che per diverse ragioni rifiutano di credere origini, cause e conseguenze del Coronavirus, appunto  i cosiddetti “No-Mask”, non si rendono conto di avere una enorme responsabilità nei confronti di tutti noi. Tale comportamento è tuttora molto elevato e presumibilmente riguarda il 20-25% delle persone, che in gran parte rifiutano caparbiamente di adeguarsi alle norme di prevenzione e di tutela propria ed altrui. E non è facile comprendere (e tanto meno accettare) tale presa di posizione, ma resta il fatto che le convinzioni di costoro sono ancorate al più becero estremismo negando l’evidenza (peraltro planetaria): i molti infettati sintomatici, come pure gli asintomatici che loro malgrado infettano o possono infettare; quindi ricoveri, guarigioni e decessi. Purtroppo il benessere materiale in molte persone è al di sopra di ogni cosa, specie se non hanno mai conosciuto la sofferenza e, nel caso dovessero incorrere in una esperienza di malattia come chi l’ha vissuta, solo il tempo sarà giudice del loro destino! Vorrei concludere ricordando a costoro quanto sosteneva Plinio il Vecchio (23-79 d.C.): «Unus dies hominum eruditorum plus patet, quam imperiti longissima aetas»; ossia, un giorno dell’uomo erudito è più lungo che un secolo dell’ignorante.

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