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Se il buongiorno si vede dal mattino, il brutto giorno sin dall’alba

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di Marcella Onnis

Molti di voi avranno sicuramente letto o sentito la notizia della maestra condannata per aver punito un proprio alunno facendogli scrivere cento volte alla lavagna “Sono un deficiente” dopo che lui aveva usato il brutto aggettivo senza la “i”, riferendosi a un compagnetto e dimostrando però di non saper neppure scrivere correttamente l’insulto prescelto.

Qualche giorno fa un’amica mi ha chiesto se avessi commentato la notizia su questo giornale e le ho risposto di no e che, anzi, a dire il vero, avevo solo letto il titolo (peraltro – manco a dirlo – molto d’effetto ma fuorviante rispetto alla realtà dei fatti). Così mi ha raccontato lei la vicenda e io, solo dopo, mi sono documentata tramite i giornali on line.

Davanti a notizie come questa o come quella del giovane barricato in una scuola per protestare contro la bocciatura della fidanzatina non posso proprio restare zitta. Non ce la faccio perché un commento lo devo a quegli insegnanti “vecchio stampo”, severi ma preparati e amanti dei bambini/ragazzi, che con i miei occhi – non da oggi né da ieri ma almeno da 15 anni orsono – ho visto perdere o rischiare di perdere la salute e la passione per il loro lavoro. “Ma frustrati da chi e da cosa, loro che hanno stipendi fissi, orari settimanali leggeri e due mesi di vacanze all’anno?” si staranno chiedendo molti fra voi. Ora ve lo spiego (e sorvolo, ad esempio, sul fatto che tanti maestri e professori correggono i compiti e preparano le lezioni per il giorno dopo a casa, fuori dall’orario di lavoro). Frustrati per non poter più dare voti bassi tantomeno bocciare senza che si scateni un finimondo; frustrati da genitori pressoché analfabeti che mettono in  discussione la loro preparazione e il loro metodo di insegnamento; frustrati dal non poter definire “docile” il carattere di un alunno senza che il relativo padre o madre si inviperisca; frustrati per sentirsi rinfacciare dai genitori degli allievi di non essere in grado di fare ciò in cui essi per primi hanno fallito: educare i loro figli.

Ebbene, io mi chiedo come possiamo pensare di far trionfare in Italia la meritocrazia – slogan che è ormai sulla bocca di tutti – e di liberarci, quindi, dei professionisti e dei governanti incompetenti, se non accettiamo unanimemente il fatto che la scuola debba insegnare ed educare, debba premiare il merito e sanzionare il demerito? La classe lavoratrice e dirigente di domani si sta formando oggi e se vogliamo che sia preparata dobbiamo sposare l’idea che la scuola possa “fermare” (si spera sempre temporaneamente) chi si dimostra impreparato, soprattutto se risulta tale non per incapacità ma per pigrizia, per la convinzione che studiare sia inutile.

Mi domando, inoltre, come si possa sperare che le sorti del nostro Paese siano finalmente affidate a persone responsabili se oggigiorno va di moda crescere i propri figli nella convinzione che non esistono errori gravi (a meno che non siano compiuti da altri), che ogni punizione è troppo severa, che la causa del proprio fallimento (in senso lato) è sempre un terzo e mai se stessi, che “spirito di sacrificio”, “senso del dovere” e “rispetto dei ruoli (e dell’altrui persona)” siano concetti sorpassati o che tutto sia dovuto? Si può e si deve certamente discutere sulla proporzionalità di una sanzione, ma lo si deve fare sempre, non solo quando fa comodo: restando fermi agli esempi di partenza, se l’alunno non può essere punito facendogli scrivere “sono un deficiente” (neanche per insegnargli a scrivere correttamente l’insulto che lui – e non altri – ha scelto di usare), allora forse neanche il carcere per l’insegnante è un’equa condanna.

Mi dispiace ma non vedo differenza tra chi afferma – con grande sdegno dell’opinione pubblica – “Non so chi mi abbia pagato questa casa” o “Ho comprato interviste alla tv con i soldi del partito” e chi pronuncia frasi come “Ha preso un brutto voto in latino perché il professore ce l’ha con lui” (e l’anno dopo la colpa è del prof di matematica, poi di quello di inglese e così via), “Hanno promosso solo i figli delle mamme che sono andate a letto con il maestro” (il loro figlio, ovviamente, è stato bocciato), “Quello è bravo perché è figlio di maestra, mio figlio prende voti bassi perché io sono solo uno spazzino”, “Ha passato l’esame chi era accozzato” (e il proprio figlio fa parte del 2% che non l’ha superato) … In tutti questi casi c’è lo stesso problema: una mancata assunzione di responsabilità.

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