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Perché leggere “Per sempre lasciami” di Michela Capone

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di Marcella Onnis

Non è usuale che uno scrittore definisca “brutto” il proprio libro, come invece ha fatto per il suo nuovo Per sempre lasciami Michela Capone, scrittrice e giudice presso il Tribunale dei minori di Cagliari. Tuttavia, è sufficiente apprenderne il contenuto per capire il perché di questa definizione: quella narrata in queste pagine è una storia vera di abusi sessuali su una minorenne (tredicenne all’epoca dei fatti) e di violenze domestiche, che l’autrice ha raccontato su richiesta e con la partecipazione della protagonista della storia. Suoi, infatti, alcuni brani e lettere contenuti nel testo, tant’è che la Capone la considera coautrice.

Un libro brutto per l’argomento, ma brutto anche perché, appunto, non possiamo illuderci che i drammatici fatti raccontati siano, almeno in parte, frutto di invenzione letteraria. La fantasia si limita ai nomi delle persone coinvolte, alla caratterizzazione di alcuni personaggi e a poco altro («la finzione è altresì presente per smorzare la crudezza del racconto», scrive nella nota introduttiva l’autrice). Ed è grazie a questi piccoli “ritocchi letterari”, allo stile delicato e al grande pudore con cui vengono descritte le scene più forti che è possibile ingoiare questa vicenda che si fatica anche solo a concepire («una storia così è oltre l’immaginabile» scrive la Capone nei ringraziamenti finali), figuriamoci a metabolizzare.

Ma c’è anche un altro elemento per cui si può arrivare a definire brutto questo libro: qui non sembra esserci spazio alcuno per la speranza.“In questo libro mancano i colori”, ha detto con parole più poetiche il giornalista Paolo Matta, presentandolo ad un nutrito pubblico lo scorso 30 novembre a Cagliari, insieme all’autrice, al procuratore della Repubblica Mauro Mura e a Davide Grosso, che ha letto alcuni passi del libro. Anche quel perdono che fa capolino nel finale, infatti, non ha una luce positiva, perché – come ha precisato la Capone – “non ha nulla a che vedere con il perdono cristiano: è un’ancora di salvezza, serve per salvare se stessi.” Scrive, infatti, Lucia, la protagonista del libro e della vicenda: «Non ti hanno insegnato cosa è giusto e cosa è sbagliato. A tuo modo mi amavi, ma il tuo amore era al di là del bene del male. Per questo devo perdonarti, lo devo fare per vivere e pregherò per te.»

Dopo aver denunciato il padre-aguzzino e una volta concluso il processo, Lucia ha perso ogni certezza economica e sentimentale, “non sa più quale sia il suo posto nel mondo” ha sintetizzato la Capone. Ricordando il loro primo incontro, l’autrice ha raccontato che la ragazza le era sembrata  “una bambina di 19 anni” e in questa definizione c’è tutta l’anima contraddittoria di Lucia, tutto il suo dramma: una ragazza per certi versi forte e matura («I sentimenti, belli o brutti, se sono importanti devono viversi, sono forze spesso demoniache che devono affrontarsi. Il bene deve vincere. L’amore deve vincere l’odio. Ricordati che mi hai tradita. Se non ti avessi perdonato e ti avessi dimenticato, il dolore per il male che mi hai fatto sarebbe vivo e non saremmo amiche.»), ma per altri versi estremamente fragile («Respirando a fatica, si svincolò e si mise in piedi come un puledro appena nato.») e indifesa  («Tra le tue braccia che mi torturavano mi sentivo preda di un destino che nessuno voleva fermare). Contradditorio il suo carattere e ambivalente, di conseguenza, anche il suo atteggiamento verso la vita, nel quale accettazione e rifiuto, determinazione e smarrimento, coraggio e paura si alternano in una spossante altalena di stati d’animo. Emblematico, in proposito, un passo del suo diario: «Nulla è impossibile se si trova il coraggio di farlo diventare possibile. Mi sento sola e da sola non potrò mai realizzare ciò che il mio cuore vuole. I miei desideri mi sfuggono e, quando diventano chiari nella mia mente, vorrei perderli.»

Tutt’altro che lineare è, naturalmente, anche il suo rapporto con gli altri, in particolare con la madre, al contempo vittima e connivente, e con chiunque cerchi di aiutarla, visto ad un tempo come salvatore e traditore: «Vorrei sfogarmi, piangere, gridare. Chi potrà ascoltarmi, chi potrà darmi la serenità per vedere le cose che mi circondano nella giusta luce? Nessuno ci è ancora riuscito, anzi per aiutarmi mi stanno distruggendo. Sarà forse perché sbaglio sempre e sono una piena di difetti? […] Io ho paura della vita». Il rapporto più complesso e lacerante è, però, quello con Basilio, padre-padrone («Lui comandava. Tutti dovevano obbedire, anche le cose) se non vero e proprio dio creatore («Suo marito era indispensabile: quando non c’era, anche gli altri non c’erano, come se non esistesse nessun altro», pensa di lui sua moglie Dolores). Questo legame fatto di odio e amore verso Basilio, oltre ai soprusi, è una delle pochissime cose che accomuna Lucia e sua madre: «Mi dispiaceva vederti in quello stato anche se avvertivo il pericolo» ricorda l’una; «Basilio piangeva disperato e Dolores provò per lui una pena più grande di quella che sentiva per sé» sente l’altra. Un legame che alcuni – come il PM Mura – non concepiscono e faticano ad accettare, mentre altri riescono agevolmente a spiegarsi, ma di cui tutti temono le conseguenze.
Un legame morboso e contradditorio, per via del quale vien anche da chiedersi se quel “Per sempre lasciami” del titolo stia a significare semplicemente “Lasciami in pace per sempre” e non anche – o piuttosto – un “Lasciami in pace (per il mio bene), anche se una parte di me sarà per sempre legata a te”. Un’interpretazione che  appare non troppo azzardata alla luce del “Tua per sempre” finale.

Per una storia così, a primo impatto, sembra esserci un unico socialmente accettabile finale: la condanna del padre-aguzzino e la “liberazione” della figlia-vittima. Ma il prologo del libro mette in guardia, per bocca di Lucia, contro le troppo facili conclusioni: “Nessuno deve permettersi di giudicare.” Ed è quello che noi lettori dovremmo cercare di fare: sospendere il giudizio, comprendere che non sempre si può dividere la realtà in bianco e nero, prendere atto del fatto che talvolta la soluzione di un problema, soprattutto se grave, è tutt’altro che indolore. E in questo ci fanno da apri-pista le persone che hanno aiutato Lucia, ossia la Capone e i personaggi a cui lei dà voce in queste pagine: «Non aveva mai riflettuto sulla natura di un amore onnipotente che può perdere il senso del limite e andare al di là del bene e del male»; «Aveva imparato che fare ciò che è giusto provoca spesso l’infelicità di qualcuno e non sempre di chi la merita»; «La giustizia gli sembrava aguzzina: si alimentava di fatti neri da ricordare, da verificare e fermare nel tempo, per difendere chi li avrebbe patiti di nuovo, per non dimenticare mai. Si sentì parte di un progetto mortale, cellula impazzita del cancro della memoria.»

Oltre che per imparare a non dare giudizi affrettati, ci sono altri motivi molto validi per cui val la pena cimentarsi con questa durissima lettura. Innanzitutto, perché non possiamo fare finta che questi orrori non esistano e perché solo prendendone atto possiamo lavorare concretamente per prevenirli. In secondo luogo, perché il ricavato andrà tutto a favore di persone bisognose. Infine, perché – ricollegandoci al primo motivo – dobbiamo contribuire a far diventare realtà ciò che l’autrice si augura: «Spero veramente che il suo coraggio sia premiato attraverso le riflessioni che potranno stimolare interventi istituzionali per fronteggiare il dilagante fenomeno della violenza sui minori e sulle donne. Anche se da allora tanto è cambiato, molto potrebbe essere ancora fatto.»

Cosa sia già stato fatto e cosa ci sia ancora da fare l’hanno ben illustrato sia la Capone che il PM Mura nel corso della presentazione cagliaritana del libro: alle vittime di violenza serve protezione prima, durante e dopo il processo.

Per quanto riguarda il “prima”, occorre intervenire tenendo conto dei motivi per cui spesso la vittima non denuncia il fatto (riservatezza e pudore; paura di perdere tutto, compresa la sicurezza economica; paura della vendetta del denunciato …). La Capone mette persino in discussione il fatto che reati come la violenza sessuale siano perseguibili solo su querela e non d’ufficio: sostiene, infatti, che, se da un lato con questa scelta si vuole tutelare l’interesse della vittima, dall’altro le si pone sulle spalle l’enorme peso di una decisione che segnerà per sempre la sua vita.
Sia sul “prima” che sul “durante” i due magistrati hanno illustrato i passi avanti che dall’epoca dei fatti (gli anni ‘90) ad oggi sono stati fatti, in particolare di recente con le convenzioni di Istambul (11 maggio 2011) e Lanzarote (25 ottobre 2007). Il dott. Mura ha, inoltre, sottolineato che affinché si possa parlare di democrazia non debba essere solo assicurato il rispetto del condannato, ma debba essere tutelata anche la persona offesa dal reato, la quale è esposta al giudizio della società quanto se non più del condannato. Spesso, infatti, – ha ricordato – se ne mette in dubbio l’attendibilità, fuori e dentro il processo. Il PM ha, inoltre, posto l’accento su un’altra importante variabile di cui occorre tenere conto: il rischio del fallimento del processo, ossia della mancata condanna penale dell’aguzzino alla quale segue la condanna sociale della vittima, cui viene attribuita l’indelebile, infamante ed ingiusta etichetta di bugiarda.

Quanto al “dopo”, entrambi i magistrati concordano che ci sia ancora molto da fare. Per la Capone “Si potrà sconfiggere davvero la violenza sulle donne solo se si assicurerà protezione e assistenza alle vittime, ad esempio riservando loro corsie preferenziali sul lavoro”. Mentre il PM Mura ha sottolineato come il dolore di Lucia [e di tutte le ragazze e donne di cui è simbolo] non venga riconosciuto dalla società, in quanto questa non tiene conto del fatto che, a seguito della denuncia, ha perso non solo il sostegno economico, ma soprattutto la famiglia.

E se l’autrice del libro esclude che, ai fini della prevenzione, non servirebbe  punire con pene più gravi questi crimini, ci tiene, però, a ricordare che simili reati sono peggio di un omicidio “perché la vittima vive da morta: per sfuggire al dolore di essere vittima – dice – si porta dietro un senso di colpa, si colpevolizza per l’accaduto («Non si nasce degni d’amore» scrive Lucia nel suo diario). Questo senso di colpa va curato e – sostengono sia lei che Mura – lo Stato deve intervenire in tal senso durante e soprattutto dopo il processo. E deve farlo – come ricordano entrambi i magistrati – anche per prevenzione sociale, perché spesso – lo dimostra anche questa storia – l’abusato diventa in seguito abusante.

Ma c’è anche un’altra figura di cui lo Stato, secondo la Capone, deve farsi carico ed è proprio l’abusante, che non va abbandonato a se stesso ma va “curato”, possibilmente ai primi segnali di violenza o stalking, prima del processo e della condanna.

Certo, la strada da fare è tanta e forse, per arrivare a questi risultati, sarebbe necessaria una fase propedeutica in cui imparare tutti ad abbondare la tendenza a giudicare, a classificare tutto in schemi lineari e a ipotizzare soluzioni troppo semplici per problemi troppo complessi. Ma se vogliamo dire davvero basta alla violenza sui minori e sulle donne, fare tesoro della storia di Lucia sarebbe già un grande passo avanti.

 

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